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A scuola, anche di antifascismo

 “Non so’ più fascista!” ha esclamato uno studente, età 16-17. Eravamo a scuola e un mio bravo collega stava facendo vedere alla classe “Roma città aperta”; era appena finita la sequenza straordinaria e sconvolgente in cui Pina (Anna Magnani) viene falciata da una raffica di mitra dei tedeschi mentre, dopo un’odiosa retata degli stessi, corre inseguendo il camion che porta via il suo Francesco, antifascista.
Ecco perché, e non dobbiamo smettere di dirlo, la scuola è fondamentale, l’educazione è tutto. A volte non servono nemmeno troppe parole.

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Il bravo insegnante lo sa

Abbiamo iniziato, con “Idee per la scuola”,  a rendere disponibili le sintesi delle discussioni avvenute tra gli insegnanti del network La Scuola che Funziona. Sono online. La prima è questa:  “Il Bravo Prof “.

A proposito di questo argomento, complesso e certamente da non considerarsi concluso, e a proposito di un’interessante riflessione di Francesco Consoli, che riguarda il tema da vicino, aggiungerei solo un breve e personale pensiero collaterale.

Fare l’insegnante significa aver scelto un lavoro difficile, spesso non supportato da elementi essenziali; si affrontano infatti un insieme di grosse difficoltà oggettive molto spesso presenti contemporaneamente. Ed è anche vero che l’inerzia non penalizza mentre l’agire, spesso, sì. 
Tuttavia questo mestiere non è un mestiere come gli altri e io non mi rassegnavo allora a farlo passivamente come adesso non riesco a parlarne passivamente. La vita a scuola è vita di relazione; se non ci si sente adatti è meglio non fare l’insegnante; se ci si sente adatti e ci si mette in quella prospettiva, allora la relazione è la chiave per iniziare a lavorare coi ragazzi. E forse sarebbe utile assumere la mentalità del seminatore più che quella del costruttore o del manager. Preparo, rifletto, lavoro, rifletto, semino, attendo: verifico me stesso e il mio risultato: ma so, devo sapere, che non dipende solo da me.

BASTA! ARRABBIAMOCI

Michelangelo - PrigioniOrmai lo sappiamo: chi ha un problema qualsiasi si trova, a meno non sia un privilegiato, drammaticamente solo.

Si tratti della salute, del lavoro, di problemi sociali, di anziani, disabili o bambini da accudire, si tratti di disagio, di indigenza, di fame siamo soli.

E allora chiediamoci perché. 

Chiediamoci perché c’è ancora gente che dice “non ci voglio pensare, ora sono in vacanza”. Il motivo è semplice: per ora ha vinto un grande sistema comunicativo-mediatico che ha insegnato a non pensare, a non essere solidali, a vivere solo per se stessi senza riflettere e capire che non funziona così. E allora è anche necessario aprire gli occhi e dire basta.

Basta con una “classe politica” che svolazza per l’Europa con lo scopo principale di mantenere in vita se stessa; basta con queste stupidaggini sull’anti-germania, che non ce ne può frega’ di meno.

Basta! Perché invece siamo in tanti a considerarci amici del mondo e non delle nazioni, dei popoli e non dei poteri. Finchè dobbiamo sopportare un governo del tecnico cavolo, almeno pensassero a ricostruire. Ricostruire è generare lavoro, e generare lavoro significa benessere.
Basta! Perchè in tanti noi non vogliamo ricchezza e finanza, vogliamo pace, lavoro e giustizia.
L’Emilia dei cittadini che stanno scavando tra le macerie delle loro case è un esempio drammatico di quanto interessino allo “stato” il cittadino, i cittadini che paga per mantenere l’apparato inutile e fastoso. Non gliene importa nulla.
E allora basta anche con tutte queste corporazioni di fatto: insegnanti, medici, infermieri, operatori della comunicazione, giornalisti, artisti, artigiani, professionisti, architetti, idraulici, imprenditori edili, commercianti e via dicendo che si covano il loro cantuccio sperando che passi la bufera mentre ognuno protegge la sua categoria di pochi intimi.
Ecco, infatti, qual è il solito vecchio problema irrisolto dell’ex classe media: non solidarizzare, considerarsi esenti, reputarsi immuni, immaginare piccoli escamotage o grandi compromessi come vie di uscita.
E non si è ancora capito che ormai la “classe media” non esiste più e non siamo nemmeno proletariato visto che non abbiamo più la forza morale e umana della disperazione che però è comunque fede nella vita.
Non è forse vero che abbiamo perso quel nobile e umano istinto di sopravvivenza che porta a generare figli anche sotto le bombe?

Basta dunque. Liberiamoci da questa prigione mentale. Arrabbiamoci!

Avvistare una buona occasione, da un Minareto

Leggo nel blog Mutter Courage di una cara amica insegnante, germanista e valente traduttrice un brano che, come a volte accade, mi porta momentaneamente in un’altra direzione, alla ricerca del tempo perduto.

Scrive Anna  Maria: Mi succede altresì di inserire intenzionalmente, nel bel mezzo del lavoro su un testo letterario, nel delicato passaggio dalla contestualizzazione alla storia della ricezione (il testo letterario è La parabola degli anelli, da Nathan il saggio di Lessing, il quale a sua volta rielabora una novella di Boccaccio), la parola “minareto” e di ricevere in cambio, dallo stesso volenteroso studente, la domanda “Ma che è un minareto?”. Alla domanda viene data una risposta, che parte, come ritengo doveroso e proceduralmente corretto, dal suo significato originario, per poi allargarsi a contesti d’uso e connotazioni del termine. “

Flash! Ecco quello che mi manca della scuola, la cartina di tornasole della domanda imprevista, del contropiede su un significato che appare scontato ma non lo è  : ” Ma che è un minareto?”
Sarebbe certamente accaduto con ragazzi delle medie, o di media superiore. E in quel caso il libro, la nota a commento, il dizionario non bastano; debbono entrare in gioco, a meno di non volere perdere una buona occasione per dirigere bene la loro curiosità di ragazzi, l’empatia, la connessione, la trasmissione da insegnante a studente

La domanda su un significato rappresenta quella specie dell’ “apparir del vero” che giustifica quello che tu, insegnante, sai. E lo puoi giustificare facendogli prendere davvero senso solo nel trasmetterlo e riuscendo non tanto spiegarne il senso come un dizionario, ma contestualizzandolo e dimostrando quel legame che, per antiche strade sempre nuove, ci conduce al futuro percorrendo il margine del quotidiano.

Altrimenti la nostra sapienza è sterile mestiere.