in gita verso la guerra?

Mangiano spaghetti, rane, salsicce?
Quante vite si possono abbattere nel nome di una terra, magari considerata sacra , e quanto sangue e ferite costano una regione, un territorio, una cosiddetta patria?
Quanto dolore si fa pagare chiamandolo prezzo della libertà?
Quei treni per la gita di intoccabili verso devastazione, morte, dolore giustificano forse qualcuno?
Tra storia, patriottismo e pulsioni massificate, la retorica commovente della Canzone del Piave ha mai giustificato il terribile massacro della gioventù italiana spedita anche a 17 anni al fronte?

  • E si vide il Piave rigonfiar le sponde
    E come i fanti combattevan le onde
    Rosso del sangue del nemico altero
    Il Piave comandò: “Indietro va’, straniero” –


    Eppure bisogna pur chiedersi:
    il sangue dei morti, fosse pure sangue del “nemico altero”, non è forse tutto dello stesso colore rosso?

Di scuola e dell’imparare

MariaSerena

(tra letteratura, realtà e paradosso)
A volte siamo costretti ad ammettere che nelle aule gli studenti sopravvivono; e sopravvivere non è il modo più bello di vivere. Ci sono ottime eccezioni, ma qui vorrei mettere il dito in una piaga, non in un fiore.
Questo accade quando per essere approvati devono adeguarsi al modello che colui che siede in cattedra (non è necessario chiamarlo comunque docente) impone.
Ma il dubbio sorge: possiamo davvero dire che se ripetono quello che gli si impone i nostri ragazzi hanno “imparato”?
Se  vengono a scuola per ricevere norme, regole e un tot di cose da trattenere nella mente possiamo anche chiederci: “per quanto tempo quel tot di cose rimane in memoria?”
E possiamo anche dubitare : “hanno davvero imparato?”
Su questo non penso si possano dare risposte definitive e assolute, ognuno cercherà (se vuole) la sua risposta, la mia vorrei esprimerla con un paradosso: imparare è come partire, ossia morire. Il vero apprendimento è costruzione infinita.
Si apprende quando si riesce a reagire e interagire attivamente nella realtà in cui si vive possedendo gli strumenti necessari.
Ma devo ammettere che questa stessa affermazione è anche un’opinione su cui discutere.
Speravo di non dovere sentir dire per sempre e nemmeno per molto che la scuola ha come scopo di fare imparare.
E propongo un esempio emblematico.
Quando, alla fine del suo libro l’autore Manzoni fa dire al protagonista Renzi “ho imparato, ho imparato, ho imparato,” il romanzo, guarda caso, finisce; il protagonista smette di essere interessante e torna ad essere uno qualunque. Renzo riassume i vari casi e vicende che alfine ha superato per poter ritrovare Lucia e sposarla. Da quelli ha imparato. Ma a nessun lettore viene in mente di volerne sapere di più e forse solo pochissimi si chiedono se e quando imparerà qualcosa di nuovo. La storia è finita.
Eppure aveva imparato nel modo più naturale: dall’esperienza e dall’errore. Dunque fine dell’esperienza significa fine dell’apprendere? Un bel paradosso, no?
Vorrà dire qualcosa? O da allora non è cambiato nulla?
FINE DEL PARADOSSO.
Ma Bianchi tutto questo non l’impara.

Di #SCUOLA chi parla?

da ieri, di ieri?

La quaestio non mi sembra sia : può parlar di #scuola chi scuola la fa, chi entra ogni giorno nelle aule, chi ha anni di servizi eccetera.
Mi sembra sia invece che ne possa parlar chiunque, partendo dall’idea o l’ottica che l’opinione sia diversamente calibrata.
Se parlo di ospedali, di cantieri, di politica, di ferrovie, di commercio non devo essere necessariamente medico, ingegnere, senatore, capotreno o direttore di un supermercato.
La scuola è tanto e provo a dirne qualcosa.
È ambiente di relazione, è formazione, è società, è fondazione di futuro, è luogo di lavoro e vita, è trasmissione e ricezione, è dialogo, è progetto di pensiero critico, è mappa per essere cittadina e cittadino. È esercizio di diritti civili e sociali.

E poi ci sono i #contenuti. Su quelli si tratta e disegnano itinerari.
Ma se ne può parlare, ne dobbiamo parlare, anche da posizioni di contrasto.

Anche dal mio scranno dinosaurico.
E sempre non dimenticando a casa il viatico: ironia e affetto, impegno e passione.

Auguri, Italia

Eppure sembra impossibile che la nostra Repubblica “nata dalla Resistenza”, come si amava affermare, sia nelle mani di piccoli borghesi farfuglianti tutti tesi a spartirsi fette di elettorato e potere che potere poi nemmeno è.
L’elettorato? Quello a cui danno affannosamente la caccia è del tutto scettico e sfiduciato, non appare né popolo né nazione. Solo consumatore.
E il potere? Il cosiddetto potere è ottenere stipendi, emolumenti e vitalizi elargiti a persone scialbe e balbettanti ma sovente arroganti che dipendono dal mercato, dalla finanza e dagli ordini impartiti, anche al nostro pensare, quotidianamente mediante articoli, servizi tv e talk show.
Perché realmente questa disastrata Repubblica è storicamente “nata dalla Resistenza“.
Fosse azzurro, rosso o forse bianco quel fazzoletto al collo era sempre una simbolo del voler generare una Italia nuova, ma l’attuale è più passatista e scalcagnata di sempre. A volte perfino corrotta in tutti i suoi ordinamenti, imita, copia e svende se stessa, il suo passato e perfino il suo incerto futuro.

Bandiera tricolore dell’ANPI

Auguri Italia. Non perdiamoci di vista.