La realtà della meritocrazia

thumb_IMG_3308_1024Forse qualcuno si sarà accorto che le suggestioni meritocratiche mettono tutti gli uni contro gli altri, che non valorizzano davvero il merito né il coraggio o la luce dell’intelligenza, bensì le cordate, le arrampicate, la protervia dello sgambetto. In queste pratiche sono maestri i più lontani dalle prassi civili e i più vicini alla legge della giungla. Da non confondere, tuttavia, il richiamo animale alla giunga e alle strategie della volpe e del leone che erano state teorizzate per evitare le trappole e sgomentare i violenti. Golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi scrive Machiavelli, ma scriveva per il Principe, per chi volesse ottenere il potere in un’epoca sostanzialmente violenta e corrotta, non per una società retta da una Costituzione pensata per garantire diritti e doveri, per costruire un bene comune e non per prevalere.
E tuttavia: nessuno riuscirà a frenare, con la buona volontà, questa sorta di libidine a prevalere con tutti i mezzi. Nessuno con la contrapposizione netta.
Penso che l’unica via sia quella di rinnegare quelle suggestioni meritocratiche per ritrovare la via della ragione che argomenta e svela le trame delle cordate, gli inganni meschini, le subdole violenze della malizia.
Nubi sempre più fosche si addensano. Il cielo non è sempre blu.
Non sono ottimista, ma sarebbe pericoloso o imprudente esserlo.

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Ma #Franti non avrebbe picchiato la prof

cuore

Abbiamo letto e sofferto per la notizia che in un Istituto Scolastico, uno studente del primo anno delle superiori ha prima provocato una rissa, sedata dai Carabinieri, e poi, innervosito da un richiamo della professoressa, ha sferrato un cazzotto alla medesima che è stata soccorsa, svenuta, in ospedale dove è stata accompagnata, così leggo, sempre dai Carabinieri.
Che dire? Tutto: sgomento, dispiacere, solidarietà, paura.
Ma anche, ahimè, non molta sorpresa.
Pensiamo davvero che, varcato il cancello della scuola, tutto cambi? Che questi giovani diventino da famigerati teppisti (di cui ci parla ogni giorno l’informazione) capaci di sfottere un portatore di handicap, di rapinare del cellulare un passante, dar fuoco a qualche vecchio o violentare una coetanea o un coetaneo, diventino compìti studenti pronti ad adeguarsi alle regole?
Il problema è anche, a mio modesto parere, che la scuola non solo non può fare miracoli, ma nemmeno ha strumenti atti a sostenere questo tipo di sfida.
I docenti hanno ragione a chiamare in causa le famiglie e non solo loro, hanno ragione anche quando imputano alla Buona Scuola i danni che ha causato. Non so, invece, se hanno ragione quando, chiamando in causa la tipologia del lavoro, dicono che non è una missione, non è un apostolato. D’accordo, non è, non può esserlo, ma non bisognerà dire, allora, cos’è?
Sappiamo che “missione” non ha solo significato religioso, ma significa anche impegno da portare a termine o meglio, se vogliamo citare i dizionari: “incarico a esercitare un ufficio, o ad adempiere un compito la cui importanza risulti sottolineata dal suggello dell’ufficialità o del segreto”. Nel caso dell’insegnamento il “segreto” non è chiamato in causa che raramente, ma l’ufficialità esiste.
Sicuramente non si dirà mai a sufficienza che nessuna ragione giustifica un pugno a un insegnante che fa il suo lavoro. Questo è un punto fermo.
Temo che, purtroppo, quando occorre chiamare ad intervenire, presso una realtà educativa come la Scuola, le forze dell’ordine ci siano già molti fallimenti in atto da individuare, ma anche molti danni provocati da questa società del consumo, dell’immagine, del liberismo e della morte di qualsiasi etica.
#Franti , sempre lui! non avrebbe picchiato la maestra, eppure fu accusato di essere un possibile colpevole della morte di crepacuore per sua madre. Franti apparteneva a un altro mondo, facciamocene una ragione, invece quel giovane delinquente non ha picchiata la prof perché era un’insegnante, avrebbe picchiato chiunque si fosse “permesso” di dirgli un “no”.
Oggi il nostro tempo non ha bisogno di eroi, ma di strumenti efficaci sì. La scuola spesso è sola. Vorremmo tutti che i genitori le dessero una mano di buona volontà, invece lo Stato ne ha l’obbligo.

Social Style ovvero: giacchetta stretta

io, testimonePer chi frequenta social è consigliabile indossare, in questo veloce cambio di stagione ricco di mutamenti imprevisti, una giacca smilza meglio se corta; aiuta a non impigliarsi in questioni di lana, caprina ovviamente, ed ostacola gli arrembaggi di qua e di là o gli svolazzi. L’aderenza all’argomento (giacca s’intende) se ne gioverà.

Abbinamenti: scarpa comoda a correr via, sciarpa breve e impalpabile, antifumi🧣.
Trucco invisibile.
Capelli : taglio corto a tenere lievi e freschi i pensieri.
Dettaglio: La giacca sia sfoderata e dunque risulti gabbana non reversibile.

 

Diario antico 2 : Scuola è relazione

Ricostruisco, a ritroso, passi nella vita di scuola.
Copia di TERZA_a4_2003-AQualche volta siamo anche senza sedia alla cattedra, altre volte senza riscaldamento oppure mancano non la lim, ma le carte geografiche (“Professoressa la chieda lei al laboratorio di geografia; ma deve firmare ed assumersene la responsabilità!”).

E poi lavoriamo in aule tristi e sporche perché le imprese di pulizia hanno a contratto solo di spazzare o pavimenti, ma non di lavarli; e la cura dei vetri delle finestre data in appalto ad altre ditte e quindi, di fatto, mai puliti per anni, l’acustica pessima e la voce in affanno, una realtà sostanzialmente scomoda, e i bidelli (con qualche buona eccezione) di regola appollaiati nelle loro guardiole difese come fortini :

  • Io? io devo sta’ qua! Vada lei professoressa!
  • Ma mi serve solo questa fotocopia e non posso lasciare la classe” o “Mi hanno convocato in Presidenza!”
  • Io ho l’ordine di non muovermi (e il giornaletto o la settimana enigmistica che spuntano dal cassetto chiuso in fretta).

Eppure anche questa era ed è scuola. E non bastano i post dei nuovi insegnanti su social forum, che si rallegrano per le nuove applicazioni, ma continuano a deplorare i malfunzionamenti e i sovraffollamenti, a farmi cambiare idea. È scuola. Per questa ragione porto in classe, e dovrei aggiungere poco elegantemente incollandomeli, nonostante le vertebre recalcitranti, anche i pacchi pesanti ed enormi dei giornali del mattino. Chili di carta stampata, tra cui scegliere e commentare articoli, ma che sovente diventeranno, dopo la mia ora, palloni da lanciare durante la ricreazione: il progetto “Quotidiano in classe”. Nella foto si può notare il grosso pacco sulla sedia in prima fila.

Perché? Perché insegnare (per dirne una sola, parziale, definizione) è relazione tra persone, e non rappresentazione della relazione stessa.