28. Casa nel borgo, e nei sentimenti

Non ho avuto la fortuna di nascere in un luogo a cui rimanere legata dai ricordi d’infanzia, da persone care, da atmosfere e suoni e profumi familiari.
Invece mio marito un luogo del cuore lo aveva e lo ha: e lo abbiamo condiviso da subito, come condividiamo la nostra vita. In quelle strade ritrova ancora passi, rintocchi, voci, volti, persone che non si possono cancellare.
Per questo abbiamo affrontato l’impresa che racconto.

Una casa sulle colline

La casa scelta e poi acquistata, e che adesso è perfettamente ristrutturata, ci ha riservato sorprese, non prevedibili, non immaginabili o semplicemente non evidenti ai sopralluoghi. Può accadere. L’imprevisto è un pepe della vita. Nulla, tuttavia, può fermare chi ha carattere ed intraprenda, con passione e convinzione, un’impresa, piccola o grande, privata o non. E noi, noi famiglia, siamo proprio così. Del resto quando visiti un possibile acquisto mica ti puoi mettere a svellere le mattonelle. Non possediamo la vista fotonica di Mazinga e nemmeno, come Superman, quella ai raggi X e quindi in grado di attraversare la materia solida dunque non potevamo vedere che, mentre i muri erano solidissimi, il tetto, come gli infissi, in ordine e bisognosi solo di ordinaria manutenzione, esistevano invece antichi problemi nelle condutture d’acqua (definirle arrugginite è un eufemismo) che attraversavano il pavimento della cucina. La casa era sul punto di galleggiare.
Siamo persone…

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La canzone socialista cantava: ma oggi?

” Sebben che siamo donne, paura non abbiamo, per amor dei nostri figli n Lega ci mettiamo. ” La cantavano, ad esempio, le mondine che lottavano per i diritti dei lavoratori, per il salario giusto.
Lottavano per l’unità dei lavoratori, tutti.
Quel canto nasce come un inno delle donne lavoratrici in un periodo in cui le donne (nel primo novecento) non potevano ancora votare, avevano paghe più basse di quelle degli uomini, purtroppo questo succede ancora, ma nonostante tutto volevano far parte della protesta contro i soprusi dei padroni.

Oggi il mio timore è che il canto possa diventare “siccome siamo donne, poltrone noi vogliamo
E la canzone da socialista diventa cosa?
E la Lega Operaia? Possiamo accettare che il senso di quella definizione sia sfigurato per dare nome ad una rancorosa lega, razzista, che crei ulteriori divisioni?
E in questo caso quale pensiero politico rappresenterebbe?
Benissimo e sacrosanta la rivendicazione dei diritti femminili, ma qual è la vera strada, oggi?
Fino a quando le donne per essere pari all’uomo devono cambiare e diventare ad essere “come” un uomo non solo la meta è lontana, ma la strada è sbagliata.
Infatti quella strada conduce sempre al solito posto: il potere.
Penso che le donne non si riscattino davvero chiedendo il potere, ma solo esigendo ed ottenendo giustizia sociale e parità vera.
Il potere, di per sé, è già ingiustizia, discriminazione, differenza e disparità.

Tutto qui.

MariaSerena

Il mio dopo non sarà solo “vittoria!”

Nella mia vita precedente mi ero fatta l’idea, ma forse era più un patto, un’intesa con me stessa, che per quanto ingarbugliata, faticosa e piena di imprevisti, o forse proprio per questo, l’esistenza fosse una avventura interessante, vivibile, giustamente movimentata dall’ironia e dalla mia inquietudine che mi costringe a continui cambiamenti ma, grazie al cuore, buona.
Dopo il flagello non so se e quando inizierà una vera nuova esistenza. E non so nemmeno se sarà come ricominciare, come iniziare, come esser dentro al gioco, con in mano le carte. Si sta oggi, e da quasi due anni, in una sorta di esistenza altra: ripetitiva, noiosa, prevedibile, ansiosa e immobilistica fino alla staticità; percorsa da fibre di dolore aggiunto.
Per me tutto questo è sopportabile solo in ragione degli affetti. E dopo? Dopo che il nuovo Diaz avrà valorosamente dichiarato, nel il suo bollettino della vittoria, che il nemico che ci aveva invaso fin dentro le case è battuto e non ha più vantaggi, dopo che il flagello non avrà la sorte o la fortuna da giocare contro di noi?

Francamente non so.
Spero che non sarà come sommare due vite.
Spero di ritrovare il filo, il telaio, la tela da tessere con paziente utilità e qualche nodo e difetto: niente perfezionismo assoluto, non fa per me.
Sommare nuovo a vecchio? Ricucire due vite spensieratamente? No.
Annunciare, anche a me stessa, che la guerra è vinta grazie “fede incrollabile e tenace valore” senza guardarmi indietro? Nemmeno questo mi è possibile.
Non sono Diaz.

Dei delitti senza pene


Ogni volta che si definisce “disgrazia” un delitto si compie fino in fondo l’ipocrisia del profitto di coloro che, quando si chiede che i controlli sugli impianti siano seriamente eseguiti, e che i controllori siano a loro volta controllati, fanno spallucce, ti chiamano menagramo, ti dicono che esageri e che: “ma cosa vuoi che succeda?”
E purtroppo invece succede con navi, autostrade e ferrovie; ma accade anche con l’impianto del gas di casa, con quello dell’ascensore o del riscaldamento.
E succede anche con le donne che denunciano ma poi il violento è libero come l’aria.
Ma sì dai: “cosa vuoi che succeda? Quanto esageri!
“Per tacere, infine, degli “incidenti” o “disgrazie” sul lavoro.
E continuano a chiamarle disgrazie, sfortune, eventi eccezionali. Sono solo delitti