Davvero, Daverio, il Latino?

60797-fidanza2b-2bfrancesco2bpetrarca2b255b255d2b252822529Davvero, Daverio, il Latino? 💡
In una intervista recente Philippe Daverio ha detto che, a suo avviso, come lingua ufficiale dell’Unione Europea si dovrebbe inserire il Latino sostituendolo all’Inglese (il Regno Unito ha fatto brexit) , aggiungendo che si dovrebbe ricominciare a insegnare il Latino fino dalle prime classi di scuola.
Già.
A me parrebbe un’idea alta e luminosa, con una serie di problematici dubbi, superabili, forse, tranne uno pesantuccio.
Vi sarebbe in effetti una difficoltà.
Sinceramente, ma proprio sinceramente, quanti insegnanti di latino competenti pensate vi siano ancora in circolazione?
Capisco che si possa liquidare la questione definendo il Latino una lingua morta, e morta in effetti è. Tuttavia direi anche che latino è stata una delle vittime di una sorta di semplificazione dei programmi scolastici, giustificata nei tanti modi che conosciamo.
Penso che ben pochi abbiano mai imparato, a scuola e pur studiandolo ai bei tempi, a esprimersi in latino addirittura parlandolo. Eppure, eppure quando si taglia così drasticamente non si rischia forse una mutilazione troppo pesante?
E inoltre giova, ad esempio, all’Istruzione dei nostri ragazzi una ministra non laureata ma in possesso di un diploma conseguito senza il Latino, nel quadro orario, nemmeno per un’ora ? (chi voglia può verificare il programma dell’Istituto che frequentò la Ministra su questo link… )
Infine sebbene Franceschini, onnipresente ministro, si affaccendi qua e là ad aprire festivamente i musei (anche per fare cassa), dobbiamo ben prendere atto che, mentre i dipendenti dei musei medesimi non godono di festività, i garruli visitatori, a volte masticanti in ciabatte, volteggiano tra marmi e tele spesso a loro incomprensibili proprio per carenza di cultura umanistica e non certo di proteine o zuccheri.
Sarà giusto così?

Mala tempora currunt, ma non perdiamo la fiducia, aspettiamo senza paura il domani immaginando e anelando che possa, miracolosamente, ritornare un nuovo e splendido Umanesimo dove potremo ragionare de sui ipsius et multorum ignorantia. E cercare faticose vie d’uscita dal labirinto oscuro dell’arroganza saccente così in voga.

Chef arroganti e giudici strafottenti

Come è buona lei, signora giuria.
(A proposito di gare in tv)

Vorrei sbagliare, ma mi sembra che siano in aumento le trasmissioni tv che esaltino sempre più insistentemente il cosiddetto merito, la competizione, la supremazia di un “campione” ottenuta in gare tra persone che accettano di lasciarsi maltrattare, strapazzare e perfino sfottere e insultare, con ostentato cinismo da parte dei giudici, anche sul carattere, l’intelligenza, le capacità fisiche o manuali o intellettive, o sull’attitudine alle relazioni sociali.
Se questo accadesse perché una giuria televisiva (di cuochi, di gente di spettacolo o simili) avesse lo scopo di formare e, o selezionare persone utili al bene sociale comune sarebbe comunque faticoso da accettare, ma forse sopportabile.
Invece no: assistiamo (sempre che si abbia abbastanza pelo per sopportarlo) a gare di presunta cucina, presunto talento, presunte abilità artistiche o peggio.
Vediamo persone che strisciano accettando giudizi e valutazioni anche umilianti nel nome di una frittura o di una esibizione fisica.
Sono preoccupata e disgustata.
Ovviamente mi riferisco a competizioni tra persone comuni, non ai Vip del genere isola dei famosi o Ballando con le stelle, anche se… il costume non è certo educativo nè elegante.

Per non morire verdi

piantagione
Est modus in ogni cosa.
Ad esempio siamo tutti contro l’inquinamento, io contrarissima e davvero preoccupata; ma non so in quanti siamo pronti ad essere valorosi ed energici contadini che si muovono a piedi, a dorso d’asino o a cavallo (sapendo allevare con le dovute maniere le suddette creature), pronti a coltivare fieno, grano o ortaggi senza macchine ossia zappando, vangando e falciando a mano, felici di cucinare sul pentolone appeso nel camino e disposti a nutrirsi sorbendo una fumosa zuppa alla luce di una candela di sego, e ad adattarsi (io NO!) alle stagioni fredde sferruzzando lana ruvida per dormire comunque sottozero con l’acqua che si ghiaccia nella brocca accanto al pitale.
E sono anche contro l’eccesso di chimica farmaceutica, ma vorrei sapere quanti sono pronti tenersi l’artrosi (quella seria che ti fa gemere giorno e notte), la polmonite o la colica renale sorbendo soavi tisane e portando fiori e candele ai Santi Protettori, tanto miracolosi, perché ti facciano la grazia.
Io farei molta fatica. Non sono pronta a tanto. E se anche lo volessi la mia realtà non mi seguirebbe.
Per questo dico che ci vuole un po’ di oggettivo equilibrio.
Ci vogliono politiche intelligenti e non slogan strappacore.
E aggiungo (che oggi sono in vena) che quando vedo i gladiatori di greenpeace che, a bordo di super gommoni iperveloci, alzano la lucente prora abbordando deplorevoli petroliere o quant’altro, vorrei chiedere se il carburante che versano nei grossi e grassi serbatoi è la pipì dell’orso polare (raccolto inseguendo il caro plantigrado col pappagallo e il catetere) che fa da star ai loro spot televisivi, o usano anche loro i biasimevoli carburanti che versiamo nei nostri puzzolenti serbatoi da comuni mortali.
Est modus, anche per avere un mondo migliore e più pulito.

Perchè blogger, perchè social?

teiera

qualcosa di caldo

Ma che stiamo a fare qui?
Con qualche buona, secondo me, motivazione, avevo considerato il web ma soprattutto fB una opportunità inedita e potenzialmente efficace per partecipare, senza nessuna velleità di protagonismo, alla costruzione di un pensiero non omologato, propositivo, diverso e soprattutto capace di riflettere criticamente nei confronti di quella che solitamente definisco come soffocante melassa mediatica. Un pensiero che supportasse tutti i necessari no e proponesse qualche sì.
Se poi consideriamo che la visibilità mediatica è particolarmente ricercata, e perseguita, dai politici di primo piano, ma soprattutto dal loro servidorame che fervorosamente costruisce consenso per i propri capi, allora quell’opportunità in cui ho creduto mi pare, ancor oggi, da ricercare e coltivare.
Certo siam pochi.
Ma sebbene siamo pochi, forse non si dovrebbe mollare.