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Un paese e noi

Infelici i figli dei Fiorello, noi no

Quando scende la sera mi ritornano in mente i pomeriggi di tanti anni fa (ma tanti) passati a studiare facendo compiti scritti e preparando le interrogazioni orali.
Ricordo soprattutto le infinite frasi di traduzione dal latino all’italiano e dall’italiano al latino. Ricordo le pagine scritte in colonne con l’analisi logica e l’analisi grammaticale. Sento sulle dita l’odore dell’inchiostro Pelikan con cui ricaricavo la stilografica alle medie e da cui attingevo con il pennino infilato sullo stilo di legno o bachelite alle elementari. Si studiava tanto. E non sempre il voto corrispondeva a tanta fatica.
Sono andata a scuola un anno prima, e quindi a undici anni ero già in prima media: durissima, faticosa, angosciosa, frustrante prima media. La frase di incoraggiamento dei nostri insegnanti era : “io ho spiegato, se non avete capito andate a zappare”.
Eh lo so, sembra facile oggi, sembra naturale dire che erano altri tempi.
Ma per sfortuna degli adulti fiorelliani o permissivi gente come me sta ancora qua a dire che non si muore di studio, di fatica, di ore sui libri.
E non si muore di frustrazioni se non si capisce subito la matematica e la devi studiare tante volte e devi rifare ancora più volte l’espressione algebrica finché quel risultato maledetto non “viene”. E i pomeriggi trascorrevano sbirciando ogni tanto il cielo, se fosse diventato blu o grigio com’è adesso in questo momento sapevi che la mamma non ti avrebbe più lasciato scendere a giocare. Ma che era quasi ora di cena, e dovevi aiutare a preparare, ad apparecchiare, a mangiare composta a tavola, a sparecchiare e lavare i piatti. Una sera per uno alternandosi con la sorella. Senza tante malinconie.
Beh sono stata una bambina fortunata. Fortunata perché? Perché se dopo tanto studio prendevo 1 al compito di Latino o 3 a quello di Matematica (e li ho presi!) studiavo ancora di più e per questa sola ragione ero sempre promossa a Giugno, perché mio padre diceva : ” se prende la sufficienza anche solo un altro della tua classe allora la puoi prendere anche tu”. E niente altro.
E quindi testa bassa e via sui libri.
Però ho fatto l’università prendendo le borse di studio per merito e mi sono laureata con 110/110 e Lode, e con l’abbraccio del mio adorato Professore. Giorgio Petrocchi, mica uno qualsiasi.
Poveri ragazzi, oggi. Figli di genitori alla Fiorello.

Riprendersi il tempo

Perché non essere diversamente pandemizzati? Perché non riprendersi il tempo?
La pandemia, in sé, non ruba tempo. Il tempo, considerato come misura convenzionale, per dir così, dello scorrere della vita, sta come sempre al suo posto, o meglio stava come lo avevamo per abitudine stabilito: a misurare lo scorrere dei giorni, delle ore, dei minuti. La questione potrebbe essere, caso mai, l’uso di quel tempo che, non so se a ragione, abbiamo considerato tutto nostro o degli altri o di tutti. O anche a mezzo servizio (?) con gli altri.
Per questa ragione a me sembra che non sia corretto parlare di tempo rubato distinguendo per età o per altre categorie.
Ogni minuto nostro ha il valore che possiamo dargli o che siamo costretti, come oggi può accadere, a dargli.
Tutto questo può ancora e sempre mutare, ovviamente, a seconda di circostanze come il lavoro, l’abituale stile di vita, la salute, le regole e tutti eventuali cambiamenti che i modi, le restrizioni, le paure o le altre le modalità e stili imposti dalla pandemia. La pandemia ci ha diversamente definiti, e resisterle è difficile, sovente impossibile. Tuttavia il vittimismo, l’autocommiserazione o addirittura la pena non possono diventare uno stile di vita.
E non possono nemmeno essere una giustificazione. Tutto questo tempo potremmo non perderlo, ma costruendo una visione diversa, una convezione alternativa.
Invece la pena, la sofferenza o l’indignazione potremmo deviarla verso l’amara realtà: il povero è ancora più povero, i violenti ancora più violenti, le ingiustizie ancora più scandalose. E il bisogno di dare e ricevere amore invece può crescere decidendo di essere diversamente pandemizzati.
Tutto qua.
Una semplice riflessiome

Ma la scuola ha bisogno di spazi sani e diversi

 Provo a fare una considerazione pratica: per la scuola del futuro abbiamo certamente bisogno di una riflessione pedagogica e didattica non solo aggiornata, e capace di rinnovarsi in itinere. Ma di questo mi sembra si parli e che un dibattito ci sia.Mi sembra però necessario anche che si proponga un tema diverso: l’urgenza di riprogettare ed adeguare dello spazio per la scuola. Provo a spiegarmi meglio. Certamente il governo e la politica non possono ignorare il disappunto delle famiglie che si trovano a dover gestire i figli, piccolissimi o più grandi, senza la scuola. A questo si è risposto alternando Dad (spesso improvvisata) a didattica in presenza. Ed imponendo ai docenti non pochi rischi. E attualmente visto che non si ammalano solo i docenti, ma anche i giovanissimi, la diffusione di varianti dimostra come la scuola non sia sempre un ambiente così sicuro come si vorrebbe.Si afferma problema non è l’ambiente scolastico, ma sono i mezzi pubblici, sono gli assembramenti, è la vita sociale dei giovani. E questo può essere, certo. Però poi i ragazzi vanno a scuola. E, questo è il punto della mia riflessione, non si parla abbastanza del fatto che le aule e gli ambienti scolastici non sono sempre adeguati a fronteggiare una emergenza sanitaria. I Governi passati o presenti non hanno mai affrontato nemmeno a parole questo tema. Non in tutte le realtà sarà così, probabilmente. Ma certamente la maggior parte degli edifici scolastici sono vecchi e datati, o comunque sono stati progettati per rispondere ad esigenze diverse. Per cambiare l’aria si devo creare correnti gelide. Se di volessero usare gli edifici in mesi estivi sappiamo che si trasformano in forni. L’uso dei locali igienici è spesso inadeguato. Ma a scuola si vive per lunghe ore, si socializza, si parla, si emettono respiri e, a lungo andare, le famose goccioline si possono diffondere. Non esistono spazi controllabili da lampade germicide e la progettazione dei flussi dell’aria che circola all’interno delle aule non esiste affatto. Ma io non sono un tecnico, un tecnico aggiornato potrebbe dire molte più cose e molto più pertinenti. Gli studi esistono, gli specialisti ci sono. Il problema non è solo didattico, non è solo medico, ma tecnico, scientifico, epidemiologico (non solamente materia di virologi dunque). Insomma la scuola del futuro, a mio modesto parere, ha bisogni di insegnanti disposti a interpretare il futuro, ma anche di logistiche aggiornate.