“stracci di nubi chiare”

nuvole chiare

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BRAGHETTONI 4.0, ma solidali

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A molti piace considerare la generazione che negli anni sessanta esplose nei noti fatti sociali, culturali e sovente anche politici come una numerosa  ma effimera pattuglia di contestatori che ha finito per far più danni che cose buone, e che si è poi accomodata, quando ha potuto, su poltrone, sgabelli o routine impiegatizie spegnendosi nel conformismo o appollaiandosi su trespoli vociferanti, ma del tutto inconcludenti.
Piace dire che era la generazione del sette politico, del fannullone garantito, del vissuto al di sopra dei mezzi, del tempo indeterminato immeritato.
Ma non è stato solo questo, se non per una marginale, ma visibile, schiera.

Eh già, sono sempre i peggiori a farsi notare. Un po’ come il Franti o il Pierino la peste nella classe dei mediocri diligenti o degli studiosi indefessi.
Non è stato così perché se è vero che nessuno è perfetto è anche vero che nessuno, come quelli che allora erano ragazzi e studenti, ha provato a dare, sovente riuscendoci,  spallate altrettanto energiche all’egoismo benpensante, all’ipocrisia delle apparenze, alle maschere del sussiego, alle pudicizie sbandierate con malizia e al privilegio del lei non sa chi sono io e di quelli del lei come si permette.
Ma anche l’omologato del decoro borghese, fu ben denunciato.
Forse da questa esperienza anche se personalmente non fui né violenta contestatrice né gruppettara né ragazza da corteo femminista (ero oberata da impegni di studio da portare a termine pena le ire della famiglia, e io la temevo forte) mi deriva l’attuale diffidenza per ogni manifestazione che, almeno a me, appaia esteriore e non sufficientemente fondata su ragioni culturali, politiche e soprattutto su una analisi estesa dei fenomeni su cui si voglia incidere.
Forse per questo cocciutamente insisto nel voler andare più a fondo, più in là, più al di dentro delle questioni per trovarne non solo il grido o la figura, ma anche la prospettiva e la tridimensionalità.
(Tra l’altro studiai disegno e non solo Arte…)
E allora ogni volta che mi si suggerisce di manifestare una posizione indossando un indumento, sventolando un vessillo o versando contributi in denaro o in altra forma io mi fermo a pensare; e troppo spesso concludo che, ahimè non con l’elemosina né con i gesti (le secchiate d’acqua oggetto di selfie, chissà se ancora si ricordano?) né con il look si può non dico sperare, ma nemmeno di immaginare di dare una svolta che vada oltre un segnale irrilevante.
Un segnale, per di più, nel quale si sfoga troppo facilmente una opposizione, una protesta o, peggio ancora, nel quale si consume e spegne una qualunque ipotesi di possibile rivolta.
La stessa cosa valeva quando i miei coetanei capelloni, come venivano allora bollati, dicevano cantando : come potete giudicar per i capelli che portiam? O anche quando noi ragazze indossavamo le minigonne (più o meno mini in realtà) respingendo sarcasticamente chi voleva giudicarci poco serie.
La pseudo cultura che oggi si diffonde quasi sempre sui social e si esprime con effetti di colori, di secchiate, di digiuni, di girotondi, di magliette colorate o con slogan a me francamente ricorda la cultura del Braghettone. Ossia del noto Pietro da Volterra, pittore, chiamato da cardinali bacchettoni e ipocriti a pitturare di improbabili vestimenti le terga, gli attributi sessuali o i seni delle anime rappresentate nella Sistina dal genio michelangiolesco.
Aggiornati, sia chiaro, a Braghettoni quattro punto zero.
E allora, suvvia, rivestano e coprano pure con gesti empatici la pseudo solidarietà le atrocità di questo nostro tempo, non nego le buone intenzioni: ma non la vera miseria, non la morte, non il dolore, non l’esclusione potranno ringraziare davvero questi gesti. Quelle tragedie sono lì e ci accusano tutti, con o senza t-shirt.

Meglio senza, forse.

Il Mercato, Imperatore nudo

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Ci sono due o tre ritornelli ossessivamente ripetuti dai cosiddetti esperti, giornalisti accreditati al saper tutto e opinionisti politici quattro stagioni.
Il primo dice:
“Il Mercato chiede nuovi tipi di lavoro, scordatevi le vecchie garanzie”
Il secondo dice:
“Sono gli effetti inevitabili della Globalizzazione
Il terzo, più spelacchiato dei primi due invece afferma:
“ Stiamo uscendo dalla crisi, non si può tornare indietro”.
Dimenticavo il quarto, anche perché forse è meno assoluto e più qualunquista, ma lo detesto con particolare fervore, che dichiara:
“Le ideologie sono morte, non c’è più ragione di parlare di destra e sinistra

Si potrebbe ribattere con numerose argomentazioni a tutt’e quattro.
Ma  qualunque individuo cittadino, fosse pure analfabeta e questa è una condizione molto più comune di quanto si creda, può vedere da sé l’illogica falsità che contengono.
Tuttavia, per amor di dialogo, vorrei condividere una banale riflessione o meglio una obiezione mutuata dalla frase che un’anima candida di ragazzino, scevro da servilismo e paure reverenziali, pronuncia nella famosa favola di H.C.Andersen I vestiti nuovi dell’Imperatore: “Non ha niente addosso!” ovvero, “L’Imperatore è nudo!” (seguono perplessità e risate).

I Re e gli Imperatori, che reggono oggi la nostra vita e il destino nel futuro ossia il Mercato e la Globalizzazione di cui sopra non sono, come vogliono farci credere, inviolabili despoti sacri e assoluti creati da alieni pericolosi sbarcati da una galassia ostile: sono il prodotto di scelte economiche e politiche e così via fatte da persone umane come noi (con stomaco, intestino, naso, occhi, mani e piedi e tutto l’ambaradàn) diverse solo perché (certamente non è poco) infinitamente potenti e proterve. Nel corso della Storia, che non si studia più e infatti nelle scuole sembra diventata materia secondaria, ancillare, meno importante di tutte le altre, sono cadute teste di Re, sono vacillati drammaticamente e infine caduti Imperi estesi almeno quanto quello odierno.
Inoltre è palesemente falso che si sia usciti dalla crisi come dimostra il fatto che siamo sempre più poveri e circondati da miseria, sempre più assaliti da paure per il futuro e sempre più rassegnati a rinunciare al welfare, al lavoro, alla sicurezza.
Se gli italiani, infine, non sono più interessati alla differenza tra destra e sinistra è solo perché sono palesemente più anestetizzati, rincoglioniti e passivi e sono troppi i giovani che hanno perso ogni spinta sia verso la costruzione di futuro sia anche verso la stima di se stessi e la propria dignità.
Ma provate a togliere ai suddetti le paghette delle le zie provvide, l’assistenza di genitori quattro stagioni o di nonni interventisti, togliete anche i w/e da sballo o il regalo dell’ultimo smartphone e ci si accorgerebbe che c’è molto bisogno di autentica e vivace sinistra.

A conferma del triste quadro cito solo una sconsolante battuta pronunciata da un giovane precario spettatore del concertone del primo maggio di questo 2018:

Noi non chiediamo di avere le condizioni dei nostri genitori: lavoro sicuro, welfare, pensione e tutele, noi chiediamo un minimo di dignità. –
A questo confuso e melanconico giovane, clonato sull’autentico modello del come ci vuole l’Imperatore, dovremmo rispondere :
Ma tu, ragazzo mio, e pensi davvero che rinunciando a sicurezza e welfare esista dignità? Pensi che umiliarsi aiuti a vivere come donne e uomini “degni” di proporsi al mondo e di rispettare se stessi? Pensi che autocommiserarsi sia utile compenso?
Ti sei perso qualcosa, anzi hai già perso tutto. Torna alla Storia, torna alla ragione. Torna a lottare per i diritti essenziali -.
(Ma prevedo che mi guarderebbe scocciatissimo, forse aprendosi una birretta).

Opinioni e boiate (dal profondo)

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Il mio primo giorno, di scuola

Quando ebbero inizio l’uso di tenere un blog e poi la diffusione dei social mi parve si fosse accesa una luce sulla valorizzazione dello scrivere per comunicare un proprio pensiero, e che questo desse un po’ di respiro alla libertà.
Il fatto è che, purtroppo, lo scrivere può avere diverse direzioni.
Ad esempio si possono esprimere sentimenti oppure esternare opinioni.
I sentimenti sono personali, e il filtro può essere solo quello del rispetto per gli altri e se stessi.
Invece le opinioni, specialmente se riguardino eventi storici o politici oppure fatti che coinvolgano etica, religione o scelte di vita, si espongono al rischio di quella che, senza offesa per nessuno, definirei ignoranza arrogante.
Se una persona non si sente ignorante e non legge, non studia, non si confronta prima di sbottare in opinioni e affermazioni perentorie e arrembanti può anche ottenere i famosi like e i cuoricini, ma può anche ottenere di mostrare e svelare la propria pochezza intellettuale.

So che posso apparire snob, invece vorrei essere intesa solo come una persona che si rammarica di non aver letto mai abbastanza e che ha la sensazione amara che non riuscirà mai a studiare tutto quello che avrebbe dovuto.
Per questa ragione mi azzardo, e spero di non offender nessuno, a dire: leggete, studiate, riflettete.
Farei qualche esempio di eventi recenti che riguardano cronaca e storia, etica e politica.
Ma non cerco la canizza, cerco la riflessione.

(ps: e per finire un tiepido zan zan:
Sulla Storia o sulla Letteratura potrei, arrivando al dibattito, anche mettere qualcuno (certo pochi!) in difficoltà, ma vedete come sono buona? Non lo farei mai.
Dico solo che dobbiamo tutti studiare di più prima di bloggare o chattare sparando le immortali “cazzate dal profondo” di cui cantò Antonello Venditti)