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Tiè: Semo venuti già menati!

Dice che sti regazzi so’ violenti,
e la ministra er casco j’ha levato.
A sora Cancellie’ stamoce attenti
piuttosto al candelotto rimbarzato,
perchè se mo’ quer casco hanno levato
er core nostro l’hanno ritrovato
e più li tartassate a manganelli
e più per noi so’ sani giusti e belli.
(by Mariaserena Peterlin)

 

 

 

 

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Il mio nuovo manifesto? Insegnare non è da tutti – di Mariaserena Peterlin

No, non basta mettere pietre miliari sul nostro cammino, è necessario anche proseguire e cercare nuove strade. E per trovare una strada è necessario sapere dove voler andare e guardarsi intorno.Dal mio osservatorio guardo, vedo, cerco di capire. E mi sono formata qualche opinione che sono pronta a discutere. Una di queste opinioni è che insegnare sia un difficile mestiere, e quindi un mestiere non da tutti.Non è una cosa nuova? Non importa, io provo anche a dire perché.

Insegnante, un difficile mestierehttp://www.scribd.com/embeds/72802429/content?start_page=1&view_mode=list&access_key=key-19vn4z182yt55p047h9(function() { var scribd = document.createElement(“script”); scribd.type = “text/javascript”; scribd.async = true; scribd.src = “http://www.scribd.com/javascripts/embed_code/inject.js”; var s = document.getElementsByTagName(“script”)[0]; s.parentNode.insertBefore(scribd, s); })();

Note elettriche di scuola – di Mariaserena Peterlin

(disegno di Nadagemini)
Nello scrivere penso al post dell’amica Fermina Daza sulla “Didattica ortodossa” e ho in mente anche tante considerazione che abbiamo fatto insieme e che un giorno insieme, spero, scriveremo.

Questo scritto, non è un tentativo di narrazione letteraria. Lo dichiaro subito in omaggio alla evidenza che altro è dire, altro è commentare, parlare di ricordi, chiosare, annotare, altro è divertirsi a ciarlare, scambiar parole ecc e altro è narrare per far opera letteraria.
 
Meglio non sottovalutare le parole, specialmente in campo narratologico, perché se ne potrebbe uscire fulminati.
Forse riuscirò a spiegare come e perché.
Alcune parti di questo scritto sono state prese e riviste da una mia raccolta di cose vere e di scuola che ha preso il titolo “La (mia) classe non è doc”.
Altre parti di questo scritto sono considerazioni di oggi.
Le prime sono scritte in corsivo, le altre a caratteri normali. L’ordine segue solo una mia logica di associazione mentale, e non.
 
3. Storie e lotte di classi
Le iscrizioni alla scuola, dopo elaborate e attente pratiche di orientamento e ri-orientamento, sono messe in atto in collaborazione con le Scuole di provenienza degli studenti.
Sull’attribuzione degli studenti alle sezioni e sulla distribuzione numero dei ragazzi iscritti si aprono spesso, tra gli insegnanti, danze e contraddanze non proprio armoniose.
Accade, infatti, che la formazione delle classi sia solo apparentemente casuale o stabilita da criteri d’equilibrio.
Pochi sono gli insegnanti che, per candido senso democratico, per stoica indifferenza alla comune sorte, o per altri indecifrabili motivi continuano ad accettare le classi così come capitano; la gran parte, invece, è costituita da più avveduti prof che si organizzano e manovrano, fin dall’estate, con la perizia degli addetti ai lavori della diplomazia mediorientale.
 
Ma in fondo cos’è mai una classe?
 
Mi è sempre piaciuta la definizione che Maria Corti ne ha dato ne “Il ballo dei sapienti” un libro che narra di scuola, non abbastanza conosciuto e di cui la scrittrice stessa sospese le stampe perché si era posta “un problema di specializzazione o invecchiamento o fossilizzazione del linguaggio, che troppo da vicino connota una realtà sociale e storica di fronte ai mutamenti rapidi del reale” Gabriella Palli Baroni Seduzione intellettuale e creatività: Maria Corti scrittore in cattedra 
 
Maria Corti scrive: “Una classe era una classe, non trentadue ragazzi, una fitta rete di correnti alternate tesa tra trentadue ragazzi.”
Certo si può dirne anche di più, ma forse sarebbe assai più saggio non dirne altro, specialmente se ci si avventura a narrare, e prendere ad esempio la Corti, geniale autrice, per limitarsi a piccole note a margine di un Consiglio di classe.
Dipende dai punti di vista.
Per alcuni una classe è un luogo (sociale, fisico ecc) in cui si passano ore di lavoro insegnando a ragazze e ragazzi aggregati per età. È anche un qualcosa da dimenticare al più presto tornando alle proprie vite quotidiane.
Ma c’è anche chi considera la situazione in modo diverso. Torniamo dunque a Maria Corti. La classe è elettricità perché la classe, innanzitutto, sono gli studenti, ossia i ragazzi.
Loro, considerati individualmente, sono persone di cui prendersi cura dialogando, ricevendo e trasmettendo input e saperi.
La classe, però, non è una semplice somma di un tot ragazzi e ragazze, ma è uno speciale mosaico attraversato (appunto) da un’elettricità scaturita da un complesso aggregarsi di alunni portatori di varianti socio-culturali e affettive.
Ma qui non si narra, qui si fanno note didascaliche e memorialistiche; perciò vado a precisare.
Alcune di queste varianti, essendo impossibile esser certi di definirle tutte, sono: la percentuale di maschi-femmine, la provenienza da scuole diverse, l’appartenenza a quartieri centrali o periferie, l’aver vissuto in realtà sociali le più diverse, la percentuale di studenti con diagnosi di difficoltà cognitive o di altro tipo e di quelli altrettanto problematici, ma dei quali le famiglie non vogliono rivelare (e possono farlo) la situazione reale.
Il mix di queste varianti genera classi tutte diverse (e diversamente elettriche). Le benevolmente cosiddette situazioni difficili, già segnalate nelle schede scolastiche fin dalle elementari (ma che non sono a disposizione di tutti) si palesano infatti come tante terminazioni nervose scoperte.
E sarebbe davvero illogico farne ricadere il peso sui nostri ragazzi.
Tutti questi elementi si combinano nell’insieme classe e possono rendere un anno scolastico vivibile o massacrante non solo al docente ma anche agli studenti medesimi.
Tra luglio e agosto la scuola è in vacanza ed appare spopolata, ma non lo è poiché spesso vi opera attivamente un esiguo e sagace team di prof, funzionali e spigliati, che organizza. Per sé va a creare  ben allevate classettine di alunnetti di buona famiglia le cui iscrizioni sono stare, fin dalle scuole di provenienza, scrupolosamente pilotate verso predeterminate sezioni. L’operazione è condotta da mani assolutamente vellutate nel pescare, dai faldoni, i nomi giusti che finiscono nell’elenco voluto.
Ma quali sono le conseguenze, sul lavoro docente e sulla vita di classe, di questo vellutato siparietto estivo?
Non esiste uno strumento che misuri scientificamente quanta maggior fatica sia affrontare, ad esempio, trentuno adolescenti sedicenni maschi portatori sani di neuroni disinibiti e ormoni arrembanti piuttosto che diciotto figli/e di famiglia, divisi in uguale numero di  maschi e femmine sussurranti come un coro da parrocchia, per di più inaspettatamente abituati a mangiare con le posate.
Tuttavia un osservatore, pur non maliziosamente meticoloso, potrebbe farsene un’idea  anche solo dando un’occhiata alle fisionomie di docenti che escono da aule diverse, e percorrono corridoi separati, al termine della mattinata scolastica.
Da un lato lo sfacelo di stremati consumatori di antispastici, di valeriane e ansiolitici, dall’altra le guancine fardate e le boccucce appena velate dal persistente baffetto di cappuccino-e-brioche, il setoso trench annodato in vita e bordato di sinuosa pelliccetta volpina o il giusto tailleur.
Dall’altro lato (i mio ad esempio) le chiome da naufragio, l’occhio sconvolto e la sopravveniente tachicardia, dall’altro il tintinnio dei braccialetti, il fruscio del passo obliquo simil felino e la frangia incollata ad onda perfino cotonata.
Ma anche gli ambienti sono diversi.
Nel loro corridoio le aule sono ben esposte e luminose,  nel nostro abbiamo gli ex-bagni riattati e l’aria opaca di afrori fronteggiati alla meglio con gli appelli all’uso di acqua e sapone (prescritti tre volte al dì) nonché al cambio di maglietta dopo l’educazione fisica. Nella sezione top regna una quiete contegnosa e borghese, ma evidentemente corroborante, nel mio corso, invece, i tumulti scoppiano disinibiti e devono essere sedati da una continua e ostinata presenza didattica: le lezioni  si avvicendano come sulle montagne russe con tanto di apnea che, minuto dopo minuto, incalza le coronarie.
Si corre da una classe all’altra cercando di prevenire gli effetti di qualche frazione di tempo inevitabilmente scoperta dal cambio d’ora. Si entra in classe con almeno cinque minuti di anticipo sulla campanella della prima ora avviandosi, veloci e in preda ad un’inutile ansia, sul pavimento di granito rosso e polveroso dei lunghi corridoi incorniciati dalle finestre di alluminio.
 
Ma come arginare l’elettricità? Certo non a mani nude. Occorrono forse le solite cose: esperienza, sapienza, mestiere? Sì certo, ma è necessario anche mettersi nella condizione mentale e affettiva di voler capire cosa sia quell’elettricità, come accostarla e cosa fare insieme.
Non la fermerete nemmeno con le parole.
 
È l’inizio dell’anno e anche i miei ragazzi festeggiano selvaggiamente il ritorno a scuola. Sono quasi tutti puntuali; agitatissimi si scelgono il banco (opzione che considerano fondamentale per l’andamento dei futuri compiti in classe e non solo).
L’aula è strapiena e ululante e rimbomba tanto che si può sentirne gli scalpitii e i barriti (dolci rumori) fin dal piano sottostante e più in là.
 
Chi, invece, ha congegnato ed ottenuto una buona classettina sorride (e perchè non dovrebbe?). Alcune prof sussurrano avanzando sul decolleté noir che conclude l’articolazione fasciata dal collant velatissimo color gazzella, i prof, sobriamente intellettuali, le accompagnano galanti (come negarlo) accordandosi per un caffè e forse qualche cosa in più, nel pomeriggio, perché no?
 
E la classe? La classe è energia ed ha bisogno di energia, la classe è anche apparenza, bisogna accenderla per riuscire a veder oltre. La classe è davvero elettrica e dunque può illuminarsi o spegnersi, può accumularsi o trasformarsi, può accenderti, riscaldarti o folgorarti: dipende nolto da noi.
Quanto a me la mia classe, amici miei, non era doc e non lo è mai stata.
E quando invece lo fosse stata non sarebbe, elettricamente, toccata a me.

Giusto ribellarsi se la scuola non funziona – di Mariaserena Peterlin

La scuola non dev'essere questo.

Ci sono tanti buoni motivi per dire che esiste una scuola che funziona. È tuttavia necessario anche riconoscere che non tutta la scuola funziona. Le lamentele esterne (di una parte dell’opinione pubblica) le conosciamo altrettanto bene delle difese, più o meno d’ufficio, interne (degli addetti ai lavori).
Quando l’anno scolastico va concludendosi e si arriva alla stretta finale allora i due fronti sono più agguerriti e ostili del solito.
Non intendo prender partito.
Vorrei, ancora una volta, sottolineare che la posta in gioco è talmente delicata e importante che l’irrigidirsi dei contendenti in posizioni avverse ed ostili ha lo stesso effetto di un duello in un museo di porcellane.
Parlo di museo perché l’attuale istituzione scolastica ormai è troppo spesso paragonabile a una fondazione museale dove si conserva il passato, si restaurano vecchi reperti (didattici) e si esibiscono documenti o testimonianze di virtù ottocentesche del tutto inattuali che, in apposite teche vetrate e custodite gelosamente, possono solo essere visionate dall’esterno.
Ma mentre il museo scuola esibisce le sue prassi gelosamente custodite la cosiddetta utenza scalpita oppure si adegua. Chi si adegua accetta ed è accettato, chi scalpita, invece, lo fa a suo rischio e pericolo.
 
Detto questo, e francamente non mi sento di continuare un discorso anche troppo noto, rimane almeno un evidente assurdità su cui la scuola, se vuole funzionare, deve necessariamente riflettere: la scuola non funziona se è solo una vetrina (o teca allarmata) di docenti intoccabili. Unicuique suum? Verissimo: a ciascuno il suo (mestiere), ma si dà il caso che il mestiere di educatore non sia quello dell’artista; e per essere svolto utilmente ha bisogno di interrelazione.
Invece c’è una consistente parte di scuola che si ostina nella pratica dell’autoreferenzialità gemente o sentenziante a seconda dei casi e, nonostante le apparenze, è sostanzialmente gelminesca: Questa è la scuola che non funziona, in cui i docenti si trovano bene “tra di loro”, non dialogano con i genitori, che non costruiscono un quotidiano dialogo coi ragazzi e soprattutto non si lasciano contaminare dalla realtà viva e dal suo risuonare.
Questa scuola che non funziona induce, infatti, a scrivere in bacheca su fB a ragazzi bravi, curiosi, intellettualmente vivi e intelligenti (che conosco personalmente come tali, ma di cui non metto il nome per ovvi motivi)
 
..a me la scuola NON mancherà, neanche dopo 3 mesi di vacanze!!!!
 
… e basta, E BASTA CON QUESTE INTERROGAZIONI A MANETTA!! LASCIATECI VIVERE, PORCA EVA!!! voglio andare al mare, non voglio stare chiusa in un aula a sciogliermi dal caldo come un ghiacciolo!!!
 
Non sono frasi scritte da somari per i quali si chiede se “ Per te è giusto bocciare chi va male a scuola?” (come recita un “divertente” test che gira in questi giorni su fb) ma sono frasi che ci dovrebbero instillare dei dubbi, e far chiedere invece se sia giusto il modo in cui questa scuola valuta, e se sia giusto considerare la valutazione come un elemento dominante nel processo educativo. Io ho i miei dubbi.