La canzone socialista cantava: ma oggi?

” Sebben che siamo donne, paura non abbiamo, per amor dei nostri figli n Lega ci mettiamo. ” La cantavano, ad esempio, le mondine che lottavano per i diritti dei lavoratori, per il salario giusto.
Lottavano per l’unità dei lavoratori, tutti.
Quel canto nasce come un inno delle donne lavoratrici in un periodo in cui le donne (nel primo novecento) non potevano ancora votare, avevano paghe più basse di quelle degli uomini, purtroppo questo succede ancora, ma nonostante tutto volevano far parte della protesta contro i soprusi dei padroni.

Oggi il mio timore è che il canto possa diventare “siccome siamo donne, poltrone noi vogliamo
E la canzone da socialista diventa cosa?
E la Lega Operaia? Possiamo accettare che il senso di quella definizione sia sfigurato per dare nome ad una rancorosa lega, razzista, che crei ulteriori divisioni?
E in questo caso quale pensiero politico rappresenterebbe?
Benissimo e sacrosanta la rivendicazione dei diritti femminili, ma qual è la vera strada, oggi?
Fino a quando le donne per essere pari all’uomo devono cambiare e diventare ad essere “come” un uomo non solo la meta è lontana, ma la strada è sbagliata.
Infatti quella strada conduce sempre al solito posto: il potere.
Penso che le donne non si riscattino davvero chiedendo il potere, ma solo esigendo ed ottenendo giustizia sociale e parità vera.
Il potere, di per sé, è già ingiustizia, discriminazione, differenza e disparità.

Tutto qui.

MariaSerena

Il mio dopo non sarà solo “vittoria!”

Nella mia vita precedente mi ero fatta l’idea, ma forse era più un patto, un’intesa con me stessa, che per quanto ingarbugliata, faticosa e piena di imprevisti, o forse proprio per questo, l’esistenza fosse una avventura interessante, vivibile, giustamente movimentata dall’ironia e dalla mia inquietudine che mi costringe a continui cambiamenti ma, grazie al cuore, buona.
Dopo il flagello non so se e quando inizierà una vera nuova esistenza. E non so nemmeno se sarà come ricominciare, come iniziare, come esser dentro al gioco, con in mano le carte. Si sta oggi, e da quasi due anni, in una sorta di esistenza altra: ripetitiva, noiosa, prevedibile, ansiosa e immobilistica fino alla staticità; percorsa da fibre di dolore aggiunto.
Per me tutto questo è sopportabile solo in ragione degli affetti. E dopo? Dopo che il nuovo Diaz avrà valorosamente dichiarato, nel il suo bollettino della vittoria, che il nemico che ci aveva invaso fin dentro le case è battuto e non ha più vantaggi, dopo che il flagello non avrà la sorte o la fortuna da giocare contro di noi?

Francamente non so.
Spero che non sarà come sommare due vite.
Spero di ritrovare il filo, il telaio, la tela da tessere con paziente utilità e qualche nodo e difetto: niente perfezionismo assoluto, non fa per me.
Sommare nuovo a vecchio? Ricucire due vite spensieratamente? No.
Annunciare, anche a me stessa, che la guerra è vinta grazie “fede incrollabile e tenace valore” senza guardarmi indietro? Nemmeno questo mi è possibile.
Non sono Diaz.

Dei delitti senza pene


Ogni volta che si definisce “disgrazia” un delitto si compie fino in fondo l’ipocrisia del profitto di coloro che, quando si chiede che i controlli sugli impianti siano seriamente eseguiti, e che i controllori siano a loro volta controllati, fanno spallucce, ti chiamano menagramo, ti dicono che esageri e che: “ma cosa vuoi che succeda?”
E purtroppo invece succede con navi, autostrade e ferrovie; ma accade anche con l’impianto del gas di casa, con quello dell’ascensore o del riscaldamento.
E succede anche con le donne che denunciano ma poi il violento è libero come l’aria.
Ma sì dai: “cosa vuoi che succeda? Quanto esageri!
“Per tacere, infine, degli “incidenti” o “disgrazie” sul lavoro.
E continuano a chiamarle disgrazie, sfortune, eventi eccezionali. Sono solo delitti

#letta tenta il sorpasso (di #grillo)

Ovvero della #dote e della #dignità.
Scusate l’età che non c’entra: ma l’asta del “chi soffre di più” fa vergogna.Leggo, variamente ritwittato pure da Boldrini, che la pensata di Letta, i 10.000 euro_ni da mediante tasse di successione per dota_re i giovini riceve consensi in ragione del fatto che i giovani “hanno sofferto più di tutti per la pandemia”.Scusate l’età, ma questa è insopportabile. La palma del martirio da covid non è cosa da mettere all’asta a chi soffre e offre di più.Non bastava l’invidia sociale, non bastava la guerra guerreggiata tra famiglie e scuola, nemmeno il bullismo giornalistico e nemmeno i veleni da tastiera erano più sufficienti. E non sono bastati milioni di morti veri.Ora spunta dal cervello fino questa trovata acchiappavoti, questa blandizie bambocciona.Spero davvero che i giovani non si lascino acchiappare dall’ennesima smielatura acchiappacitrulli. Si potrebbe anche dire che siccome Grillo li aveva superati nella pratica elemosiniera elargendo redditi farlocchi di cittadinanza adesso Letta (PD) va a grattar dove è la rogna. Ma basta! Possiamo scioltamente prevedere a) ulteriori migrazioni di Paperoni all’estero, con cittadinanza compresa.b) studio del noto manuale “come ti vaporizzo l’avo milionario in due cene e una colazione”c) la badante festante impalma nonno Paperone e lo fa suo con tutto il cucuzzaroMa tutto questo è noia di classe.Manca, nel nipote Letta, la capacità e la dignità di svincolarsi dalle logiche nepotistiche e di pensare da appartenente al consorzio umano.Perché altrimenti saprebbe bene che innanzi tutto sono il diritto allo studio e il diritto al lavoro che restituiscono senso alla crescita e all’affermazione personale dei nostri giovani.Altro che dote.
E per concludere: la decrepita usanza della “dote”, rifiutata sdegnosamente dalla donna contemporanea vien passo passo ripristinata come usanza e si propone di farne una adatta, paro paro, ai cosiddetti giovani.Beh, non ci sono parolenon ci sono parolenon ci sono parole.(non mi farete mica dire che aveva ragione Padoa Schioppa?non vorrete mica far riciclare il choosy di Fornero, eh?