Colpe di poveri e moderni untori

ragnatelaSì lo so, io cito troppo spesso Manzoni. Non lo fo per piacer mio, potrei dire, ma perché vi trovo tante realtà immutate che i lettori frettolosi e conformisti preferiscono, da decenni, ignorare.

È, ad esempio, il caso di Renzo, scambiato per untore.
Ma è soprattutto il caso degli untori, persone in realtà mai esistite, e non poteva essere diversamente, accusati però dall’ignoranza popolare, accortamente guidata e insufflata ad arte dal potere del tempo, di spargere un morbo fatale e mortale diffuso dalla guerra, ignorato per inettitudine delle autorità, aggravato dalla carestia e contro cui ogni cura era inutile.
Una sorta di livella che, tuttavia, nel romanzo ha una sua funzione, e nella Storia un fondamento serio. A margine possiamo solo aggiungere che le epidemie di peste nera furono, in passato, ricorrenti e drammaticamente fatali.
Gli untori non sono mai esistiti, ma facevano comodo.
Gli untori diventano un modo per trovare un colpevole facile, comodo e contro cui si poteva convogliare e scatenare una rabbia popolare che tutte le autorità temevano.
Fantocci che non esistevano e molto utili. Infatti pur non esistendo avevano quella loro funzione strategica: c’era l’epidemia di peste con annesse carestia, dolore, perdita di beni e persone, morte ineluttabile?
Bene: Dagli all’untore! (*)
Ed anche oggi si fa così. Se ci pensiamo un attimo troviamo tante analogie. E per non scomodare questioni internazionali (e ce ne sarebbero, in parecchi infatti stiamo ancora chiedendoci a cosa sia servito abbattere regimi dittatoriali, guerrafondai, dotati di armi chimiche o che sgranocchiavano bambini a colazione se poi non sono sparite né dittature, né guerre, né minacce nucleari, né violenze di morte sull’infanzia e le creature più deboli), vorrei sottoporre all’attenzione di rari, eventuali ma cari amici lettori le questioni dei disservizi nelle nostre città dove poco o nulla funziona bene: dalla sanità all’inquinamento, dallo smaltimento dei rifiuti alla regolazione del traffico o alla eventuale mancanza di cura dei beni artistici e così via noi siamo quotidianamente ad accusare qualcuno.

Se vai in Ospedale te la prendi col medico o col portantino, se vai a spasso e ti ammorbi di gas te la prendi con chi guida l’automobile, se vuoi buttare l’immondizia e trovi i cassonetti pieni e schifezze per terra te la prendi con gli addetti alla nettezza urbana e se c’è l’ingorgo te la prendi coi vigili, se scoppia un’autocisterna in autostrada te la prendi con la distrazione dell’autista.

Ah dimenticavo: se il pupo o la pupa di casa vanno male a scuola allora abbasso la maestra, dagli al prof e così via. Ma la cosa è reciproca in questo caso (al mondo c’è giustizia finalmente! e qui ricito il mio Manzoni) perché se il fanciulletto o la pischella sono maleducati, arroganti e non studiano allora il docente se la prende con la famiglia.

Insomma l’ UNTORE va via come il pane, l’untore è trendy, l’untore ci salva.

Devo aggiungere qualcosa? Non mi va di ripetere un pippone rabbioso contro il sistema a 360°, ma quello è.
Ho poca speranza che qualcuno si unisca per, almeno, borbottare “dagli al sistema” anche senza sprecare nemmeno un esclamativo. E restiamo dentro a una rugiadosa ragnatela che, piano piano, ci divora facendoci odiare il prossimo.
Con affetto

Serena 

(*) (Un po’ come con le streghe medievali, senza nemmeno una farsa di processo)

Annunci

Ancora sul mio no a Gomorra

tv-ragazzi-1Leggo sempre con interesse opinioni diverse dalle mie; specialmente quando stimo chi scrive. Tuttavia la mia formazione e la mia esperienza di lavoro mi portano inevitabilmente a considerare non solo l’eventuale valenza artistica di una visione proposta dalla decima musa o dai suoi derivati, ma l’impatto, l’effetto, le conseguenze e la possibile influenza di qualunque tipo di comunicazione, ed in particolare della comunicazione di massa. Non sono qui ad esprimere una nostalgia piagnucolosa di film come i capolavori di Frank Capra o della tv degli anni cinquanta o sessanta (nonostante siano indubbiamente indimenticabili sia alcune trasmissioni del sabato sera, sia gli spettacoli Dario Fo, sia gli sceneggiati tratti da opere letterarie, sia alcuni grandi giornalisti come Soldati, Zatterin, Biagi, Zavoli e così via).
Ben vengano, invece, proposte nuove, giovani, interessanti che si avvalgano di tecnologie raffinate oltre che di idee di rottura e creative.
Come persona che ha assistito alle prime trasmissioni tv, ma soprattutto e anche come insegnante, ho visto via via crescere la potenza e gli effetti dei media sulla formazione e l’educazione dei ragazzi e decrescere, invece, quelli della cultura famigliare, e perfino di quella sociale. Ma questo è ovvio e perfino banale, visto che che oggi le famiglie e le fasce d’età genitoriali sono tutte composte di persone nate e cresciute sotto il segno della televisione e dei suoi messaggi. Non è una realtà su cui si possa sorvolare.
Il mezzo mediatico è potente, e condiziona anche gli adulti, non solo i ragazzi.
Quanto sopra mi porta sempre a riflettere su ogni tipo di comunicazione di massa, da quelle dei talk politici e non, alle fiction fino alla stessa pubblicità.
Nessuno di noi è immune, ma certamente un eventuale bambino come anche una persona adolescente e in formazione, e lo dicono anche alcuni psicologi, riceve un impatto molto invasivo che può essere positivo (potenzialmente) ma sovente è negativo o addirittura fuorviante.
Dunque anche se uno spettacolo risulta affascinante o pregevole dal punto di vista artistico (e vorrei vedere, visto l’investimento che se ne fa e il ritorno che ci si attente) a me non pare che questo sia un metro sufficiente a considerarlo in modo favorevole e per approvarlo. E anche se noi fossimo un filtro potente e assoluto oltre che formativo siamo tenuti a sapere che i nostri bambini e ragazzi vivono in una società di relazioni in cui non tutti ricevono la loro stessa formazione.
Il fenomeno del bullismo, ad esempio, non è praticato da una ragazza o un ragazzo educati e seguiti come noi tutti vorremmo, ma probabilmente da quelli che vivono con persone che li lasciano in balia della tv o
, come mi raccontava un mio studente, da papà che si spalmano sul  divano e dicono “famose ‘na canna insieme”. Giovanilista da immaturo a vita. A ragazzi così un “eroe” di Gomorra che effetto farà? Forse di ripugnanza, forse no. E la “realtà” proposta dalla fiction è principalmente questa: la rincorsa del denaro comunque, l’anestesia del pensiero dovunque.
Potremmo anche obiettare che i ragazzi passano più tempo su web che davanti alla tv; ma proprio su web i video della tv e non solo quelli sono sempre a disposizione.
Tornando alla riflessione su come si valuta un fenomeno artistico, essa ha riguardato in passato opere che oggi troviamo nei libri (per chi legge) o nei musei (per chi li visiti). Ma attualmente la comunicazione, non percorre prevalentemente quei luoghi e strade, dunque se io rifletto se una visione sia utile, bella, interessante, piacevole o quello che si vuole, non posso solo dire che mi piace o non mi piace.
Potrei ironicamente dire che, molti secoli or sono sono piaciuti anche i gladiatori alle prese con le belve, ma non entravano nelle case. Questo non significa che si possa generalizzare, ma dobbiamo ammettere che oggi la pervasività di messaggi penetranti è totale o quasi. Quando si mette in scena il dominio del male violento e dominante  che escluda ogni altra forma di relazione sociale sarebbe bene fermarci a riflettere.
Perfino Renzo Arbore afferma (lo ha fatto ieri sera) ha confermato che considera profetica e anticipatrice la canzoncina in cui canta :
tu nella vita
comandi fino a quando
ci hai stretto in mano
il tuo telecomando
e dice una cosa indiscutibile, ma niente affatto leggera. La tv comanda sui nostri orientamenti, sui pensieri, sui modelli di vita e perciò la nostra scelta è fondamentale; ma le personalità giovani e inesperte non sempre possono scegliere per il meglio i loro modelli.
Del resto, ribadisco, nel mio post precedente avevo scritto: vorrei esprimere il mio parere solamente come lettrice e studiosa di letteratura che ha insegnato nelle scuole a ragazzi adolescenti”: solamente.
A volte l’esperienza empirica su numeri più vasti della nostra realtà domestica induce, costringe, aiuta a riflettere.

Dico no a “Gomorra”

gomorrah_episode_209_800x450-620x340Un post su questo fenomeno tra letterario e mediatico dovrebbe essere abbastanza ampio e solido da argomentare su una serie di punti pesanti e seri. Ma lo scopo di un post è  comunicare e cercherò dunque, in questo tempo di distrazioni e frettolose letture, di dire almeno l’essenziale premettendo che proprio per questa ragione vorrei esprimere il mio parere solamente come lettrice e studiosa di letteratura che ha insegnato nelle scuole a ragazzi adolescenti.

La premessa è già troppo lunga.
Ho avuto tra le mani il libro di Saviano, prestato un’amica, e ho provato a leggerlo, ma non me ne era piaciuto lo stile e non mi interessava l’argomento per cui lo ho abbandonato.
Poi #Gomorra è diventato una serie televisiva, ad episodi, di cui si sono prodotte, con grande successo e risonanza ben tre serie. Ho dunque provato a vederne un paio di episodi ed trovato la visione affascinante in un modo sinistro. I personaggi non possono non attirare l’attenzione, man mano che la trama (ma quale trama poi?) si sviluppa essi sono scolpiti e proposti come una sorte di archetipi del male. La dinamica secondo cui si muovono ha due binari fondamentali ed ambedue sono profondamente immorali: il denaro (ottenuto con il controllo dello spaccio di droghe) e gli omicidi ( progettati ed eseguiti per mantenere quel controllo).
Tutto il resto è strumentale e tutti i personaggi ruotano intorno a questo nucleo orribile. I personaggi principali si contendono il denaro e il controllo dello spaccio e uccidono o fanno uccidere per lo stesso. Non c’è altro.
Lo schema narrativo non deve, in letteratura, prevedere necessariamente un antieroe a cui si contrapponga un eroe;  ci possono essere opere senza trama e senza finale (come ha scritto un grande) oppure ci possono essere opere in cui tutti i personaggi ruotano intorno a drammi profondi, esistenziali e senza soluzione né “redenzione”. Appunto. Ma chi legge ha solitamente la possibilità di, almeno, immaginare un mondo diverso o di percepire che sta confrontandosi con una dimensione estranea, assurda, straniante oltre la quale esistono, tuttavia, altri mondi, altri pensieri, altri sentimenti altri uomini e donne con cui si possa immaginare e costruire un mondo pulito.
Non è necessario che gli autori ci raccontino la favola bella che ieri c’illuse che oggi m’illude, ci sono straordinarie opere che terminano con la disperazione, il suicidio, la morte, l’annientamento, il disamore, l’amarezza più estranianti; ma non conosco opere che radano al suolo la speranza seminandovi sopra il sale della sterilità.
Gomorra, invece, è proprio quel sale amaro della sterilità.
Non mi si venga a dire che siccome i personaggi principali subiscono, a loro volta, la morte violenta questo significa che sono puniti.
Quelle morti, e sono tante, continue, ostentate ossessivamente sono solo l’opera di di altri protagonisti ancora più violenti, più spietati, più avidi.
E non ci sono perciò altre nemesi di quelle dei vincitori, gli assassini più astuti e, direi, sacrileghi nei confronti di qualunque valore della vita.
E non ci sono altre voci che quel grugnire in uno slang che che ha il fascino del male, proprio per una sorta di brutale ed efferata pseudomitologia  dominante che vincitori e vinti esercitano.
I protagonisti di Gomorra, uomini o donne che siano appaiono come una genia di macro-bulli che dominano altri bulli. È vero, i nostri adolescenti ormai sembrano subire una sorta di anestesia alla brutalità, alla superficialità ed anche alle dinamiche violente estreme che si esprimono perfino nelle pubblicità, per tacere dei games.
Ma non è vero che ne escano purificati, ne escono con gli animi pieni di lividi.
Non sono qui a invocare, nel deserto, il romanzo rosa o il lieto fine, il romanzo umoristico o la vita dei santi.

Ma penso che la quella celebrazione del male, declinato in ben più di cinquanta sfumature di violenza, sia un ulteriore danno ai nostri giovani.
Non una voce si alza a dire che uccidere è male, non un dito indica una strada diversa.
Questo è il male assoluto, secondo me, di Gomorra.
Questo vanifica anche i pochi eroi veri e non da fiction, pochi è vero, ma ci sono, che nella quotidianità della nostra vita reale combattono il mostro e ci lasciano, loro si, il sangue di brave persone.

 

Affetto e bambini e così via

cropped-cropped-ecco-dove-vive-il-nucleo-dei-colori-w3.jpgL’affetto non dovrebbe mai chiedere restituzione: penso infatti che o si vuol davvero bene a una persona (figlia, figlio, nipote e così via) e quindi si desidera che sia felice e che ogni nostro gesto ed azione contribuisca a farla felice, oppure si cerca di ottenere un po’ di felicità per noi nella spontanea gioia che anche solo la visione di una creatura che cresce genera, solitamente in modo, per dir così, naturale.
Per ogni comune essere umano volere bene suscita non solo spontanee emozioni, ma anche pensieri, desideri, appagamento o frustrazione: un bambino che si mostri indifferente o scontento per un dono, ad esempio, rende infelice anche chi lo aveva pensato per lui.
Nella gioia che genera la dinamica “ti vedo, ti coccolo, sei felice e io altrettanto” c’è sempre un po’ di egoismo, ma sarebbe senza senso reprimerlo, e non sarebbe nemmeno, io credo, corretto farlo.
Come si può volere bene, infatti, reprimendo ?
Sarebbe come fare il solletico a un orango per studiarne le reazioni emotive.
Ma l’affetto non è solo emozione.
Quando una persona adulta si relaziona con una persona bambina o bambino può (a volte deve) pensare anche che non sarà sempre bambino e che ogni azione non sarà neutra, ossia senza effetti, ma educativa o diseducativa, piacevole o spiacevole e così via; anche l’indifferenza non è neutra.
Tutto questo gomitolo di pensieri mi viene in mente quando rivedo le fotografie di me con la mia prima nipotina. Non che del secondo o della terza nipote mi importi meno. Ma la prima è stata diversa. Per fortuna mia, e non so quanto sua,  M. è stata un dolce ma impetuoso uragano nella mia vita. E gli uragani non lasciano senza segno.
Tutto il resto sono parole, sarebbero tante, che piego e metto via, potrei scriverle solo per lei.
Adesso è grande, eppure in lei riconosco quei segni che già da piccola, la rendevano unica e, spero, soprattutto autonoma, libera, impertinente, attenta a se stessa, creativa e, ancora una volta, impetuosamente M.
Le foto sono solo foto, lei no. Noi no. Lei soprattutto no.
Dunque il mio sterminato affetto per Lei vuole essere senza restituzioni che obblighino ad atti esteriori, ed è così profondo che può anche non venire alla luce.

Ps: il mio blog ha questo template perché è un suo disegno. E non penso lo cambierò mai, o fino a quando lei non me volesse dare un altro.