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Come eravamo?

IL MURO di Berlino fu abbattuto 25 anni or sono e in questi giorni se ne è celebrata la caduta.
In quegli anni, in quei mesi e giorni quelli della mia generazione erano giovani, eravamo ragazzi si direbbe oggi, e di spallate al sistema ne hanno (abbiamo) date tante, ma tante. Non mi pare che le abbiamo sbagliate tutte. A meno che non ammettiamo che il peggio è iniziato dopo. Questo è tutto da discutere, ma al tavolo della discussione vorrei anche le altre generazioni, più recenti, ovviamente.
Scrivo con spirito leggero, ma di rivendicazione, questa breve riflessione per una ragione semplice: col passare degli anni mi trovo a pensare che ogni tempo abbia una sua specificità e che questa si debba anche al come sono le persone, in particolare i giovani, che vivono quello specifico tempo.
La spinta al cambiamento della mia generazione, nata nell’immediato dopoguerra del secondo conflitto mondiale, è stata, penso di poter dire, potente e unica a tutti i livelli. No, non penso a una forza solo intellettuale ed elaborata criticamente, penso anche a una sorta di impeto sociale o, vorrei dire, fisiologico per noi. Siamo stati ribelli alle convenzioni, alle abitudini, alle consolidate prassi di rispetto degli adulti; siamo stati ribelli ad una scuola e ad un’università di classe, abbiamo rifiutato il ruolo subalterno della condizione femminile, siamo stati ribelli all’esibizionismo, alla cafonaggine del lusso ostentato, al benpensantismo, al sussiego piccolo borghese. Non è facile descrivere quel clima che fu esteso ben oltre il tanto celebrato sessantottismo. Anche chi non “faceva il 68” era comunque ribelle e volevamo un mondo migliore ed una società più giusta. Oggi quel tipo di giovinezza non la vedo, che raramente, ma forse le cose stanno cambiando ed è certamente un bene. Non mi attribuisco diritti di giudicare anche perché la mia generazione fin dalla nascita è vissuta nella cura dell’essenziale, nella consapevolezza delle responsabilità personali, nella attenzione verso il prossimo e nella sobrietà dei costumi a 360 gradi, personalmente ero inoltre spesso richiamata a analizzare me stessi prima di dir qualcosa sugli altri.
La mia generazione affrontava studi, fin dai primi anni, piuttosto severi e, spesso anche ingiustamente, selettivi. Siamo stati bambini ed adolescenti trattati con affetto, ma anche con  molto rigore. Lo spazio di trattativa con gli adulti era praticamente inesistente. Ma la rievocazione sarebbe troppo lunga ed anche banale. Penso di poter dire, tuttavia, che varie forme di repressione generarono altrettante modalità di ribellione.
Poi sono venute le generazioni che si sono innamorate delle cabine-armadio, delle anestesie, delle colpe altrui, dell’idolatria del corpo e della propria immagine, ma anche quelle dell’autonomia e della rivendicazione di esigenze le più varie.
Molti di noi vecchi siamo cresciuti a pane, marmellata e … sensi di colpa e compiti da fare. Ma forse proprio per questo abbiamo  lungamente coltivato e poi profondamente vissuto l’amore per la libertà, per il pensiero critico, per la giustizia. Vorremmo trasmetterlo, e forse ci stiamo riuscendo, segnali se ne vedono.
Ogni generazione dovrebbe, io penso, trovare la propria missione. A me sembra di averla trovata e portata innanzi. Senza nulla a pretendere.

Parole in gioco e allo specchio – di Mariaserena Peterlin

Scrivere è dare un senso alle parole:
è come cercar ombre nello specchio.
 
 
Scrivere è dare un senso alle parole
giocando a "io sono il re e tu sei il cavallo",
fingendosi un eroe, un navigatore
un principe, un serpente oppure un gallo.
Scrivere è immaginare di capire
che il recto e il verso sono disuguali
ed ancora è aver voglia di scoprire
la fine, sempre prima dei finali.
Immaginando con le tue parole
componi frasi come note in fila:
trovane i suoni e troverai anche il senso
non uno, ma due…centottantamila.
 
 
Scrivere è dare un senso alle parole:
è come cercar ombre nello specchio,
rivoltarle e piegarle da ogni lato
bagnandole di lacrime e di pioggia.
E’ poi asciugarle con polvere solare
per scoprire le tracce che hai nel cuore,
ma trovi gli echi che non ricordavi.
Le togli dalle labbra e sulla carta
riscopri il suono delle più dimesse.
Immagina e vedrai, camere oscure
dove il colore audaci scherzi gioca.
Scrivi parole, senza aver paura

NON VOGLIO PIù PARLARE DI SCUOLA – di Mariaserena Peterlin

Non voglio più parlare di scuola.
Non voglio più intervenire nei dibattiti di insegnanti.
Non voglio più mediare o cercare di capire di che si parla.
Non voglio più ascoltare le stesse tiritere.
Non voglio usare il tempo per ritornare su vecchi concetti e per discutere su affermazioni vecchie come il cucco.
Non lo dico per disamore, per snobismo, per rifiuto del mondo dell’educazione.
Lo dico perché è evidente che i problemi sono stati tutti messi sul tappeto, ma che la volontà di risolverli non c’è.
La dimostrazione è che di fronte alla scuola, anzi sulla scuola, c’è da decenni una istituzione governativo-ministeriale che ha smesso di svolgere la funzione di un motore per diventare solo un peso occhiuto, censorio e ammosciante.
Si valuta il risultato dell’azione didattica solo per recriminare sulla qualità degli insegnanti e dei loro studenti e non per studiare soluzioni; infatti si accusa la scuola di non essere adeguata al mondo d’oggi. E gli insegnanti si sentono in crisi mentre dovrebbero rispondere che loro non sono chiamati a formare persone “adeguate” ma persone attive e pensanti. Dovrebbero inoltre rispondere con una evidenza: davvero si chiede di formare persone più colte, più autonome, più preparate, più fornite di strumenti culturali? E allora come si concilia allora tutto questo con la “fuga dei cervelli?”
Il sistema vigente attuale cosa intenderebbe per “formare persone adeguate”? Persone obbedienti e allineate?
Il sospetto è giustificato visto che le uniche soluzioni proposte e ammannite pomposamente come “riforma” sono ispirate a quella che possiamo definire la strategia del grembiulino, del calamaio e della falce: ossia il ritorno al passato.

Il problema è che il passato ha realmente una sua dignità che il presente non potrebbe sostenere, e che il presente ha una sua fame di soluzioni che il passato non potrebbe saziare.
Un altro problema è che la scuola può funzionare e funziona solo se funzionano i docenti e le famiglie, e non se ascolta i predicozzi dei funzionari o degli esperti tuttologi.

Un ulteriore problema è che se troppo spesso acquista visibilità e alza la voce solo l’insegnante che si lamenta e gode delle sue lamentele, se ne fa corona di martirio e non la smette.
Che cosa dovrebbe smettere?
Semplicemente di fare questo mestiere.
Ogni lavoro ha le sue fatiche, ed alcuni lavori hanno fatiche che incidono di più sul livello di impegno relazionale che siamo in grado di sostenere, altri sull’impegno fisico, altri sulla necessità di aggiornarsi velocemente, altri sulla sensazione di instabilità che non è garantita, altri sui gravi rischi professionali che si corrono; e potremmo continuare.
Invece non si prende atto di questo, non si ha una visione realistica e costruttiva e ci si lamenta: c’è chi si sente sfruttato e chi si sente sovraccarico o pensa di fare fatiche ripetute inutilmente.
Amici miei né Spartaco, né Atlante, né Sisifo ci salveranno.
Chi vuole lavorare a scuola prenda esempio da Robinson Crusoe. Un vero faber.
Oppure lasci perdere. Molto meglio trovarsi un lavoro come dama di compagnia o badante. C’è richiesta abbondante, si guadagna di più, si ha a che fare con una persona alla volta spesso non in grado di reagire, si risponde solo ad una famiglia e poi c’è l’enorme vantaggio del rapido turn over del… cliente…

Non voglio parlare più di scuola. Non di questa scuola e non in questo modo.
E credo sia, oltre che una buona idea, anche un sollievo reciproco e forse diffuso.

Narrare, raccontare ovvero la restituzione dei colori – di Mariaserena Peterlin

CAPITOLO 1

Credo che alla natura umana sia potenzialmente impossibile non raccontare, e penso che si inizi spontaneamente a farlo ancora prima di saper parlare.
Immagino infatti che, le prime volte, si racconti a se stessi.
Proviamo a ricordarci piccolissimi o appena nati o prima ancora di nascere; proviamo a ripensare a quelle che potevano essere le indefinite percezioni native colte in quel tempo dal nostro organismo: il movimento, l’ondeggiare nel liquido amniotico, la sensazione emozionante di cadere (che conserviamo per sempre e proviamo spesso prima di addormentarci, o ricreiamo nei giochi infantili), ogni messaggio trasmesso dai sensi che si stanno formando e che solo dopo giungeranno a uno stato di più completo funzionamento. Proviamo a pensarci.
Come si convive con le nostre emozioni se non sistemandole in una narrazione rassicurante o inquietante?
Come si forma la conoscenza se non attraverso l’esperienza?
Perché l’essere umano, pur piccolissimo eppure tutto perfettamente organizzato affinché compia, stadio per stadio, la sua evoluzione, non dovrebbe cercare di trattenere quelle esperienze prime, o primordiali e perché non potrebbe rendersi conto che a volte si stanno ripetendo o stanno mutando?
E come reagirebbe se non sistemandole nella sua memoria, catalogandole nelle sue percezioni, nei segni e nelle tracce del suo cammino verso la conoscenza?
 
Per questo penso che si inizi a narrare da subito, non appena il cervello inizia a ricevere barlumi di segnali e poi si continui in maniera via via più consapevole, a se stessi.
 
Quando acquisiamo la parola inizia un’altra avventura ben diversa e apparentemente più libera, ma è poi così?
Non scegliamo noi la lingua che apprenderemo, né il contesto socio-affettivo e culturale che ce la trasmetterà.
Tuttavia la impariamo, è necessario.
Prima ancora di saper ripetere le parole che ci vengono rivolte ne impariamo il suono e il significato. Iniziamo a temerle e a gioirne, a riderne o a provarne paura.
E tutto questo: timore, gioia, riso, paura, insieme a tante altre sensazioni non ce lo diciamo forse dentro? Non ce lo raccontiamo e ripetiamo?
Come potremmo farne a meno?
 
Quando impariamo finalmente un numero sufficiente di vocaboli e ne conosciamo il senso allora gioiosamente vorremmo dirli per essere ascoltati e narrare, narrare tutto quello che abbiamo dentro, per questo ci piace essere ascoltati.
 
Ma proprio in questa fase meravigliosamente piena di potenziale narrativo iniziamo a ricevere istruzioni: si dice/non si dice. Si parla quando si ha il permesso. Si devono dire cose che piacciano e non quelle che danno dispiacere.
Insomma, ammettiamolo, si subisce: una sorta violenza, a fin di bene, come si suol dire, che rappresenta una costrizione un po’ mortificante. Mutiamo, ma non apprendiamo abbastanza liberamente da conservare quello che già sapevamo.
A questo punto sospendiamo il narrare e raccontare per poter iniziare ad esprimerci con parole, ossia a parlare e dire, non a raccontare.
Ma quella, per l’appunto, non è la nostra narrazione. Né lo sarà mai più.
Naturalmente si vive lo stesso.
Ovviamente si può anche vivere benissimo e avere successo nella vita; le convenzioni sociali non ci chiedono, infatti, di esprimerci con naturalezza su noi stessi o su come leggiamo ciò che ci circonda.
Le usanze della vita sociale e civile ci chiedono solo di essere integrati e piacevoli. Non è troppo difficile adattarsi crescendo, si subisce però una specie di mutilazione che mascheriamo in modo soddisfacente.
 
Solo alcuni conservano la primitiva e spontanea dote narrativa, nonostante la mutilazione, senza esserne completamente modificati.
Sono coloro che attirano e a volte si fanno amare perché si esprimono in musica, in poesia, in letteratura, in arte, con la mimica e in molte altre forme possibili ricavando per se stessi, o meglio recuperando, uno spazio di libertà che difficilmente riesce ad essere intero, ma è prezioso e trasmette gioia agli altri.
 
Oggi abbiamo tuttavia qualche difficoltà a riconoscere i narratori veri. Ci siamo inventati delle tecniche di comunicazione omologate e compulsive in cui contano moltissimo la gestualità, l’immagine, l’affabulazione persuadente e soprattutto la velocità e l’impatto.
 
Comunicare in modo efficace è certamente una tecnica che è legittimo e necessario conoscere; ma è giusto tener presente che questo non è né narrare né raccontare.
Sarebbe una gran bella cosa, invece, se almeno chi persiste nel narrare o raccontare potesse mettere a nudo la sua ispirazione e il proprio modo di vedere ogni essere che lo circonda e che li rappresentasse con candore.

Il recupero della nostra anima bambina che abbiamo ammutolito con quella che viene considerata l’educazione alla socialità e l’istruzione avrebbe, in tal modo, la possibilità di esprimersi.
E sarebbe come riuscire a scomporre l’unica luce bianca, a cui siamo esposti forzatamente, per veder riapparire, come attraverso un grande prisma di cristallo, tutti i meravigliosi colori che la compongono e potremmo aver dimenticato.