Archivi categoria: notecellulari di maria serena ri

Veder nascere il grano, in primavera.

4486-04-52-09-4016

Vorrei che ci fosse restituita la Primavera, quella della quiete della notte che muore interrotta dai galli che cantano euforici ancora prima dell’alba, quella dei gatti resi isterici dai loro amori notturni, quella delle baruffe tra uccelli e insetti, quella delle piante da frutto che sbocciano improvvise e improvvide che se ne infischiano se domani piove perché hanno già avuto il loro momento di gloria.
#Primavera dove sei?In questi giorni se esci dalla città puoi vederti circondato da larghe pennellate di verde; è il grano novello che già tesse le sue fitte trame di velluto ricoprendo campi e colline con un colore ripetibile solo dagli artisti più grandi; forma e sostanza del ciclo della vita che non si ferma. 

Un ciclo che, per molto tempo, è stato guardato con rispetto e speranza.
Ecco cosa vorrei fosse mostrato agli occhi e al cuore di tutti i bambini, perché prima ancora di ogni monumento costruito dall’uomo penso sia necessario insegnare a riflettere sulla grande madre natura.
Prima ancora che diventino dipendenti dagli snack dobbiamo portarli a veder crescere il grano.

Annunci

Come eravamo?

IL MURO di Berlino fu abbattuto 25 anni or sono e in questi giorni se ne è celebrata la caduta.
In quegli anni, in quei mesi e giorni quelli della mia generazione erano giovani, eravamo ragazzi si direbbe oggi, e di spallate al sistema ne hanno (abbiamo) date tante, ma tante. Non mi pare che le abbiamo sbagliate tutte. A meno che non ammettiamo che il peggio è iniziato dopo. Questo è tutto da discutere, ma al tavolo della discussione vorrei anche le altre generazioni, più recenti, ovviamente.
Scrivo con spirito leggero, ma di rivendicazione, questa breve riflessione per una ragione semplice: col passare degli anni mi trovo a pensare che ogni tempo abbia una sua specificità e che questa si debba anche al come sono le persone, in particolare i giovani, che vivono quello specifico tempo.
La spinta al cambiamento della mia generazione, nata nell’immediato dopoguerra del secondo conflitto mondiale, è stata, penso di poter dire, potente e unica a tutti i livelli. No, non penso a una forza solo intellettuale ed elaborata criticamente, penso anche a una sorta di impeto sociale o, vorrei dire, fisiologico per noi. Siamo stati ribelli alle convenzioni, alle abitudini, alle consolidate prassi di rispetto degli adulti; siamo stati ribelli ad una scuola e ad un’università di classe, abbiamo rifiutato il ruolo subalterno della condizione femminile, siamo stati ribelli all’esibizionismo, alla cafonaggine del lusso ostentato, al benpensantismo, al sussiego piccolo borghese. Non è facile descrivere quel clima che fu esteso ben oltre il tanto celebrato sessantottismo. Anche chi non “faceva il 68” era comunque ribelle e volevamo un mondo migliore ed una società più giusta. Oggi quel tipo di giovinezza non la vedo, che raramente, ma forse le cose stanno cambiando ed è certamente un bene. Non mi attribuisco diritti di giudicare anche perché la mia generazione fin dalla nascita è vissuta nella cura dell’essenziale, nella consapevolezza delle responsabilità personali, nella attenzione verso il prossimo e nella sobrietà dei costumi a 360 gradi, personalmente ero inoltre spesso richiamata a analizzare me stessi prima di dir qualcosa sugli altri.
La mia generazione affrontava studi, fin dai primi anni, piuttosto severi e, spesso anche ingiustamente, selettivi. Siamo stati bambini ed adolescenti trattati con affetto, ma anche con  molto rigore. Lo spazio di trattativa con gli adulti era praticamente inesistente. Ma la rievocazione sarebbe troppo lunga ed anche banale. Penso di poter dire, tuttavia, che varie forme di repressione generarono altrettante modalità di ribellione.
Poi sono venute le generazioni che si sono innamorate delle cabine-armadio, delle anestesie, delle colpe altrui, dell’idolatria del corpo e della propria immagine, ma anche quelle dell’autonomia e della rivendicazione di esigenze le più varie.
Molti di noi vecchi siamo cresciuti a pane, marmellata e … sensi di colpa e compiti da fare. Ma forse proprio per questo abbiamo  lungamente coltivato e poi profondamente vissuto l’amore per la libertà, per il pensiero critico, per la giustizia. Vorremmo trasmetterlo, e forse ci stiamo riuscendo, segnali se ne vedono.
Ogni generazione dovrebbe, io penso, trovare la propria missione. A me sembra di averla trovata e portata innanzi. Senza nulla a pretendere.

Parole in gioco e allo specchio – di Mariaserena Peterlin

Scrivere è dare un senso alle parole:
è come cercar ombre nello specchio.
 
 
Scrivere è dare un senso alle parole
giocando a "io sono il re e tu sei il cavallo",
fingendosi un eroe, un navigatore
un principe, un serpente oppure un gallo.
Scrivere è immaginare di capire
che il recto e il verso sono disuguali
ed ancora è aver voglia di scoprire
la fine, sempre prima dei finali.
Immaginando con le tue parole
componi frasi come note in fila:
trovane i suoni e troverai anche il senso
non uno, ma due…centottantamila.
 
 
Scrivere è dare un senso alle parole:
è come cercar ombre nello specchio,
rivoltarle e piegarle da ogni lato
bagnandole di lacrime e di pioggia.
E’ poi asciugarle con polvere solare
per scoprire le tracce che hai nel cuore,
ma trovi gli echi che non ricordavi.
Le togli dalle labbra e sulla carta
riscopri il suono delle più dimesse.
Immagina e vedrai, camere oscure
dove il colore audaci scherzi gioca.
Scrivi parole, senza aver paura

NON VOGLIO PIù PARLARE DI SCUOLA – di Mariaserena Peterlin

Non voglio più parlare di scuola.
Non voglio più intervenire nei dibattiti di insegnanti.
Non voglio più mediare o cercare di capire di che si parla.
Non voglio più ascoltare le stesse tiritere.
Non voglio usare il tempo per ritornare su vecchi concetti e per discutere su affermazioni vecchie come il cucco.
Non lo dico per disamore, per snobismo, per rifiuto del mondo dell’educazione.
Lo dico perché è evidente che i problemi sono stati tutti messi sul tappeto, ma che la volontà di risolverli non c’è.
La dimostrazione è che di fronte alla scuola, anzi sulla scuola, c’è da decenni una istituzione governativo-ministeriale che ha smesso di svolgere la funzione di un motore per diventare solo un peso occhiuto, censorio e ammosciante.
Si valuta il risultato dell’azione didattica solo per recriminare sulla qualità degli insegnanti e dei loro studenti e non per studiare soluzioni; infatti si accusa la scuola di non essere adeguata al mondo d’oggi. E gli insegnanti si sentono in crisi mentre dovrebbero rispondere che loro non sono chiamati a formare persone “adeguate” ma persone attive e pensanti. Dovrebbero inoltre rispondere con una evidenza: davvero si chiede di formare persone più colte, più autonome, più preparate, più fornite di strumenti culturali? E allora come si concilia allora tutto questo con la “fuga dei cervelli?”
Il sistema vigente attuale cosa intenderebbe per “formare persone adeguate”? Persone obbedienti e allineate?
Il sospetto è giustificato visto che le uniche soluzioni proposte e ammannite pomposamente come “riforma” sono ispirate a quella che possiamo definire la strategia del grembiulino, del calamaio e della falce: ossia il ritorno al passato.

Il problema è che il passato ha realmente una sua dignità che il presente non potrebbe sostenere, e che il presente ha una sua fame di soluzioni che il passato non potrebbe saziare.
Un altro problema è che la scuola può funzionare e funziona solo se funzionano i docenti e le famiglie, e non se ascolta i predicozzi dei funzionari o degli esperti tuttologi.

Un ulteriore problema è che se troppo spesso acquista visibilità e alza la voce solo l’insegnante che si lamenta e gode delle sue lamentele, se ne fa corona di martirio e non la smette.
Che cosa dovrebbe smettere?
Semplicemente di fare questo mestiere.
Ogni lavoro ha le sue fatiche, ed alcuni lavori hanno fatiche che incidono di più sul livello di impegno relazionale che siamo in grado di sostenere, altri sull’impegno fisico, altri sulla necessità di aggiornarsi velocemente, altri sulla sensazione di instabilità che non è garantita, altri sui gravi rischi professionali che si corrono; e potremmo continuare.
Invece non si prende atto di questo, non si ha una visione realistica e costruttiva e ci si lamenta: c’è chi si sente sfruttato e chi si sente sovraccarico o pensa di fare fatiche ripetute inutilmente.
Amici miei né Spartaco, né Atlante, né Sisifo ci salveranno.
Chi vuole lavorare a scuola prenda esempio da Robinson Crusoe. Un vero faber.
Oppure lasci perdere. Molto meglio trovarsi un lavoro come dama di compagnia o badante. C’è richiesta abbondante, si guadagna di più, si ha a che fare con una persona alla volta spesso non in grado di reagire, si risponde solo ad una famiglia e poi c’è l’enorme vantaggio del rapido turn over del… cliente…

Non voglio parlare più di scuola. Non di questa scuola e non in questo modo.
E credo sia, oltre che una buona idea, anche un sollievo reciproco e forse diffuso.