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alla ricerca della luce per il futuro

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Lorenzetti: Allegoria del Buon Governo

Il presente può distruggerci.

Nel vedere su web i video della cosiddetta “bagarre in parlamento” di oggi trovo amare conferme, ma pur sempre conferme, del fatto che siamo di fronte ad un imbarbarimento collettivo, siamo alle prese con mascalzonate che violentano quotidianamente la nostra civiltà. Eppure noi siamo anche eredi di secoli di storia, non priva di sangue e barbarie, ma anche di irriproducibili meraviglie dell’arte e conquiste della tecnica, della scienza e del sentire umano. La civiltà, appunto.

E l’imbarbarimento è la nostra realtà quasi comune.
Il “quasi” è la mia ultima speranza.
Mi chiedo e chiedo spesso, rispondendo a interessanti post, qui o su fb, come sia possibile non accorgersi che il problema non è più “a monte”, ma è nello tsunami di ignoranza in atto che tutto sta travolgendo.
E la mia domanda rimane sempre la stessa:
Esiste un modo per rimettere insieme la cultura necessaria per reagire? E come recuperare anni di ignoranza strutturale voluta, distribuita e sponsorizzata ad arte e veicolata tramite i media grassocci, ammiccanti, falsamente di denuncia, volgari, cafoni, che titillano vecchi e giovani coinvolgendoli e trasformandoli in spettatori da gradinata di circhi dove ci si sbrana odiandosi?

Come è possibile far capire che tutte queste trasmissioni di “denuncia”, di pseudo report, di finta indignazione, di repellente e menzognero approfondimento sono solo droga mentale che rincoglionisce qualunque libertà?
Purtroppo quasi nessuno possiede gli strumenti per fronteggiare il presente e invece occorrerebbe reagire in maniera forte e strategicamente efficace.
Prendiamo atto almeno che l’epoca di vaffa si è conclusa, ma ammettiamo anche che dire o non dire vaffa quando nulla si propone e nulla si progetta mentre tutto si distrugge è ancora un male triste, ma certo non peggiore che indietreggiare e tornare indietro a dar credito a quell’ectoplasma ridicolo, e compromesso dalla sua stessa storia, da una presunta opposizione strumentale a mantenere in vita proprio ciò che ha distrutto e infangato tutto, dal mondo del lavoro a ogni forma di relazione sociale.
Oggi invece sarebbe necessario studiare, studiare e riflettere per dotarsi di strumenti, per dar vita al nuovo; oggi è vitale reagire al fango e cercare la luce nel futuro. Questo è un compito per i giovano, ma non solo per loro!
Il presente, questo nostro presente è ormai un comune nemico, esattamente è come quel nemico di cui parlava De Gregori nella sua meravigliosa “Generale”.

Generale la guerra è finita
Il nemico è scappato, è vinto, è battuto
Dietro la collina non c’è più nessuno

Facciamo che qualcuno ci sia, invece.
Angosciatamente vostra
msp

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Guerra o pace sociale? la filosofia della gallina.

depositphotos_94386388-stock-video-during-the-day-a-personMi dicevo in questi giorni quanto fosse, tutto sommato, più allestire (si fa per dire) una Rivoluzione con la maiuscola quando era evidente il tiranno, lo zar, il re o anche un partito, nel quale identificare un nemico sociale; quando chi ti metteva le mani in tasca, chi ti levava la casa o ti impediva di andare per legna, sfamare la famiglia, curare i malati e seppellire i morti senza pagare balzelli pesanti aveva una precisa identità.
Era più semplice quando imbavagliavano gli oppositori, quando mettevano semplicemente in galera a pane e acqua chi protestava o quando spedivano in colonie, al confino, o nelle galere a remare fino alla morte, o quando, risalendo risalendo, ti buttavano nel circo a sfamare leoni e gladiatori sanguinari.
Invece adesso tutto è represso, ma tutto è assorbito, spento, riciclato e mistificato: adesso, ed è peggio, ci guardiamo tutti in cagnesco e i poveri non possono nemmeno stendere la mano. Se lo facessero, e qualcuno spericolatamente lo fa ancora, si può sentir dire che se l’è cercato, meritato e ben gli sta.
Infatti, solo per fare uno stupido esempio, adesso girano poveri veri o presunti che fanno finta di spazzare il marciapiede per “meritarsi” l’elemosina, ma sempre elemosina è.
E in questo rancore circolare (altro che economia circolare!) perdiamo di vista il fratello, l’amico, il compagno; insomma il prossimo con cui, caso mai arrivasse un baffone adeguato, sviluppare un’azione energica, forte e anche contro le norme, ma efficace sul piano politico e sociale. Chi possieda un  piccolo pollaio domestico sa bene che se vuole inserire delle galline in una gabbia o un recinto in cui esista già una popolazione di pennute rischia di vedere sgozzare le nuove venute a furia di assalti con gli artigli (ce l’hanno anche i polli) o colpi di becco. Le apparentemente miti e sciocche galline domestiche, quelle che ti regalano l’ovetto buono e sano, si difendono dalle galline migranti, immigrate, inserite nella loro società gallinacea semplicemente spacciando presunti nemici anche se il cibo non cala: ma diminuisce, secondo loro (sono galline, signora mia!) lo spazio “vitale”. C’è da imparare dalla gallina.
Allora oggi, come galline? siamo tutti contro tutti, dalle contrapposizioni generazionali alle lotte per il tetto e via col tango. Amaro ma sempre fascinoso tango della morte, perché non dirlo? quello che ballano addobbati con piume e volants, quello dell’immagine e del modello prevalente ossi la violenza che attira, affascina, soggioga ma trascina in un vortice stupido, volgare, nevrastenico.
Far pace col cervello? Ovvero cervelli sfrattati come scrive oggi Anna Lombroso nel Simplicissimus.
E a proposito: ma avete visto il look della Raggi (povera, a me fa addirittura simpatia) l’hanno conciata vestita da gallina o da impianto di irrigazione alla prima del Rigoletto. Pace col cervello? coccodè, casomai.

A proposito di Marino, il breve

C’è una bella analisi, di Anna Lombroso, sulla vicenda dell’ex sindaco detronizzato che possiamo leggere in Sale Marino
L’analisi tocca molti punti importanti, tra questi ho scelto quello, ben noto, che è stato più volte comunemente sintetizzato in “Marino sarà anche onesto, ma l’onestà non basta a fare un buon politico”; ma Lombroso ne dice molto altro.
Per quanto mi riguarda mi limito a una breve osservazione.

La questione #onestà è molto cara, come noto, agli slogan dei cinquestelle; e d’altronde come negare che possa suscitare adesioni e come negare sia questione che scotta.
Ma è proprio vero che essere onesti non è sufficiente.  Facciamo attenzione però, questo non deve e non può bastare a farci digerire i tanti mascalzoni, imbroglioni e corrotti che circolano serviti e riveriti nelle autostrade della politica.
Dobbiamo badare bene, specie in tempi di campagna elettorale, a non farci intortorare dai discorsi del tipo: beh non sarà onesto, ma è abile; certo è corrotto, ma sa far soldi; ok è un lestofante ma sa muoversi. La disonestà genericamente intesa, non è come la medicina amara, ma che fa passare la febbre; la disonestà è invece come la pallina di zucchero che Pinocchio pretendeva promettendo di prendere la medicina che poi era pronto a rifiutare.
E molti, troppi, per quella pallina di zucchero ingurgitano il liquame ringraziando.
Tornando alla scelta di un partito a cui dare fiducia e della persona che ci dovrebbe rappresentare in quel partito e poi nelle istituzioni,  non dovrebbe sfuggire a nessuno, ma questo non accade, che se un partito è costretto a cercare altrove dal suo ambito persone che possiedano le altre indispensabili qualità, e non solo l’onestà, allora cade, e cadiamo noi, nelle mani dei cosiddetti e nefasti cosiddetti tecnici.
Le qualità politiche indispensabili come la competenza, la lucidità nel momento delle scelte, l’intelligenza (pare strano dirlo), una buona cultura, la capacità di analisi dei problemi, una forte tempra morale portatrice di valori condivisibili, e via dicendo, dovrebbero essere considerate essenziali e fondamentali.
Ma ahimè i nostri non sono tempi maturi, almeno a me sembra, per tutto questo. Questi sono i tempi in cui si considera dote politica il saper apparire e comunicare. E dal nostro berlusconuccio al megatrump è tutto un orrore.
Del resto dove sono le strutture e le istituzioni formative?
Tra poco si affermerà che uno strumento elettronico robotizzato o meno valga quanto un bravo insegnante, se non di più.
Del resto la nostra scuola è stata depotenziata, il nostro liceo viene sfoltito come un barboncino e la nostra Università è qualcosa di cui si parla solo per esibire intelligenze migranti o, oggi proprio oggi, sfilate di moda.
E il cerchio si chiude.
Una proposta moderata?
Ce l’ho: diamogli fuoco.
(dimenticavo, e spargiamo sale sulle ceneri)

Sconfitta, dal voto contro

mostro BomarzoOra i media dicono che chi è sconfitto non aveva saputo parlare a una parte del paese; altri dicono che l’establishment era intervenuto invano e non ha saputo convincere, altri alncora che montano estremismi storici e populismo dejà vu. D’altronde quando, in passato, un altro miliardario sconfisse la sinistra si disse che era merito delle sue tante ricchezze e televisioni e colpa dell’inadeguatezza di altre reti e vecchie concezioni e vecchi politici che non avevano saputo essere rassicuranti, affabulanti, affascinanti, efficaci, quando non addirittura glamour nel comunicare.
E allora giù a imitare il vincitore di turno.
E difatti tutta la comunicazione, compresa quella politica è ben presto passata dal dignitoso, anche se sussiegoso, spazio dedicato, a quello del format dello spettacolo, dello spot, dell’immagine ammiccante, della canizza berciante ed ha contribuito a degradare ruolo e immagine della politica medesima a vantaggio della superficialità lasciando inoltre credere che chiunque potesse rivestire il ruolo di commentatore, di opinionista, di esperto di questioni complesse trasformate in semplicistica materia da bar sport o da fila allo sportello.
Si è fatto credere che tutto potesse essere semplificato e banalizzato epperciò poi gridato ad alta voce quando non urlato come un coro da curva.
Ma man mano che la politica diventava grossolano spettacolo, le questioni sociali passavano in secondo o terzo piano, abbandonate a materia per uccellacci del malaugurio, mentre la disuguaglianza negli ex diritti, la marginalizzazione dei bisogni primari o l’esclusione si facevano normalità. Nel contempo ci si affaccendava a sbriciolare rapporti sociali e a rendere avversarie le generazioni: figli contro padri e nipoti contro tutti.
A molti di noi, ma non lo diceva nessuno, diventava via via  sempre più insopportabile sia l’imposizione di un modello di società nella quale gli spazi per crescere e migliorare diventavano sempre più stretti ed escludenti, sia la mancanza di prospettiva per il futuro per le generazioni nuove e non solo. Abbiamo visto imporre una presunta meritocrazia laddove, invece, continuavano a prosperare malaffare e percorsi privilegiati tanto per citare solo gli esempi evidenti.
E in politica? Elementare: ci hanno prima esortato a votare turandoci il naso, poi hanno lanciato i media sempre più accalorati e concitati alla generalizzazione. Tanto sono tutti uguali, tutti sospetti, tutti complici, tutti rubano, tutti sotto avviso di garanzia; il che ha autorizzato il sistema, questa volta, a riaprirci il naso per piazzarci sotto liste precotte e preconfezionate sulle quali si poteva solo mettere una crocetta menopeggista o tantopeggista; a piacere, tanto sennò che fai? voti populista? voti destra? voti qualunquista? Eh no, mica siamo tutti babbioni; abbiamo perfino la possibilità di spararle dal profondo postando su fb, su twitter o qualsivoglia chat.
E allora i cosiddetti populismi, se proprio vogliamo chiamarli tali, si sono organizzati, e, la storia è nota, hanno raccolto le ragioni di tanta frustrazione e scontento che più nessun maquillage poteva mimetizzare; populismi che danno eco o voce, ma ancora non sappiamo se daranno soluzioni o, peggio, se sono così nudi e puri come ce la raccontano.
Ci hanno detto che questa era l’antipolitica. Ma come si fa a parlare con disprezzo e a classificare altri come antipolitica quando era stata proprio quella degenerata politica medesima a rinnegare se stessa e la sua missione disertando le aule del parlamento, immischiandosi o contaminandosi col malaffare, dimenticando i diritti degli elettori e comparendo, sempre più cafona, ignorante ma imbellettatata, h 24, in televisione, in radio, sui social?
Ci sono in giro tentativi di salvezza;  qualcuno tenta di far funzionare una ciambella di salvataggio andando a lavorare a l’estero o, se può permetterselo,  facendo studiare i figli in ambienti formativi costosi, esclusivi e selezionati, sperando o illudendosi di dar loro una possibilità, ma sappiamo bene che la povertà inesorabilmente cresce, e probabilmente attanaglierà anche per loro.
Ma ci sono quelli che ciambelle non ne hanno e allora anche se alcuni di loro hanno storto il naso, sono stati molti di più quelli hanno cominciato a pensare che, se non ci si voleva definitivamente astenere delegando ai peggiori mai visti, non rimaneva che una possibilità: il voto contro. Comunque contro.
Inevitabile, a questo punto, constatare che il disagio non è solo nostro, ma è il globale risultato di una globalizzazione liberista ragion per cui, ad esempio, potremmo dire che il famigerato e recente #voto contro non è stato causato soltanto da errori della comunicazione politica o mediatica, e nemmeno dalla nausea verso il cosiddetto establishment autoreferenziale, ma principalmente determinato da ingiustizie, disuguaglianze e frustrazioni imposte dal liberismo contro i nostri figli, contro noi. E noi siamo contro loro.
Se non piace pazienza, se non fa  fico amen; ma loro non si votano più.
Nè in Italia nè altrove; e se quelli-della-politica hanno un minimo residuo di rispetto verso le ragioni vere della politica si dovrebbero dare una regolata e non continuare a lucidare gli stivaloni del liberismo sicuri di goderne, almeno, il riflesso.

Mariaserena