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Diario antico 1 : Insegnare e rasserenare

.V A 2004 001

Inizio qui un diario alla rovescia; è cominciato un nuovo anno scolastico, e forse ho qualcosa da dire. 

Accadeva spesso di lunedì: un giorno banale, per ricominciare.
A scuola era il giorno della ripartenza: e non era meno faticoso che altrove.
Però qualcosa scattava quando sul marciapiede della mia scuola avvistavo gli indecisi (“no, oggi non entriamo”) o sentivo le risse verbali sulle sorti della Roma o della Juve. Qualcosa iniziava a farsi strada nei miei pensieri se vedevo pochi stracchi colleghi quasi ciabattare verso gli scalini o alcune delle colleghe, beate loro, ancora pimpanti in tailleur e messimpiega fresca ticche-tacche sgonnellare nei corridoi.

Era allora che sorridevo e spolveravo il cuore e la gola per trovare qualche nota ben accordata ed entrare in classe a modo mio.

Una volta chiusa la porta dell’aula tutto cambiava.
Il senso del viaggio e dell’esperienza di vita mi invadevano; mi sembrava di ricominciare un cammino che nessuno aveva diritto di interrompere.
Mi sembrava che tutto potesse essere superato e che la nuova tessitura ben ordinata stesse per iniziare. A volte le interruzioni arrivavano: erano i ragazzi ritardatari o le circolari incomprensibili del dirigente scolastico.
Piccole noie trascurabili, come quelle che infastidiscono qualunque lavoro.
In quell’alchimia io credevo; e mi elettrizzavo in quella euforia di rimbalzi e rimpalli di pensieri che si genera quando le menti si incontrano e i sentimenti si accostano anche senza lasciarsi palesare.

Credevo anche in una mia pragmatica utopia: i miei ragazzi erano di fronte a me, e avrebbero comunque appreso qualcosa, non li avrei lasciati esenti e indifferenti e, anche se non coinvolti, non li avrei tuttavia lasciati immodificati.
Almeno un pensiero, un dubbio, una reazione la avrei suscitata. Altrimenti perché sarei rimasta là, in aule appannate dalla polvere e dal sudore, a spiegare per lunghe ore mentre la voce si incrinava e le speranze si impennavano in una ansia crescente?
Perché coltivare l’illusione che indurli a scoprire, ognuno dentro di sé, strumenti e talenti che non immaginavano potesse rasserenare e renderli più forti, e non far pensare solo alla scadenza del quadrimestre e del pagellino?

 

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Tristezza, vai via

tunnelSono molte le cose che, col passare del tempo, si perdono. E anche se altre se ne acquistano, alcune di quelle perdute lasciano un senso di vuoto incolmabile.
Mi riferisco, questa volta, al senso di smarrimento che provo quando, leggendo opinioni o anche solo ascoltando alcune delle nuove o nuovissime leve, mi accorgo che non si crede più a nulla.
Devo spesso, infatti, costatare che il coraggio è stato sostituito dall’individualismo, la passione e l’amore dall’attrazione effimera, la sete di conoscenza dal sapere “utile” (non si sa bene a cosa), il gusto del bello dalla vanità, l’affetto sincero dalla coltivazione di interessi personali, la voglia di crescere da quella di sistemarsi, lo slancio per costruire da quello per possedere.
Insomma so che non bisogna generalizzare; e non generalizzo. Ma non mi basta veder buttare sul vassoio qualche esempio di “angeli del fango” o di “eroi che estraggono dalle macerie”, per farmi trangugiare la grigia sbobba delle miserie morali quotidiane che tutti conoscono, né posso accettare la passiva acquiescenza a questo presente triste, triste, triste e che si pasce, caso mai, di pay tv più qualche sintetica consolazione.
Miti ed eroi sono morti? Imprese e scoperte sono inutili?
Beh forse non si vive solo di elemosina, ma, diceva un tale, per seguir virtute e canoscenza.
Enfasi? Meglio quella che la tristezza.

Riflussi e riflessi d’estate

Replico questo scherzo estivo.

Notecellulari

I PARE(R)I DI PERPETUA n.1
MISCELLANEA_MENTE

Estivamente trash

Cicalecciano ferventi
aggrappate a tronchi ardenti
che altro fanno le cicale
sol del sole innamorate?
Stessi istanti: scogli al mare
già sghignazzano i gabbiani
ai turisti imbambolati
dai rituali oli solari
mezzi fritti ma devoti
più che i ceri degli altari.

Prosaica in mutande

vedo al sole, con la testa pelata rigorosamente esposta alla vampa, gente in mutanda bianca : tentando di imitare la pubblicità degli evasori (D&G) si candidano a sicura frittura dell’indifendibile materia grigia

Biecamente, in costume

I bimbi ai campi estivi
e i genitor giulivi
godon di libertade
sfogando coltellate.
Che pur pe’ litigà
occorre organizzà

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Quando la “campana” suona per un sasso

giocare-a-campanaChi non ha giocato a “campana” da bambino non alzi la mano, tanto non potrei spiegarglielo, siamo fuori tempo massimo.
A campana si giocava noi ragazzine, e non solo, dei begli anni cinquanta; si giocava e rigiocava instancabilmente senza bisogno di denaro.
E se dovessimo fare l’elenco dei nostri giochi a costo zero di quel tempo posso garantire che ci vorrebbe più tempo di quanto immaginiamo.
Per giocare a campana occorreva prima disegnare su un marciapiede la campana, ossia uno schema composto di quadrati, e a volte triangoli, disposti e numerati progressivamente. Per disegnare occorreva un sasso che si sceglieva rovistando, a volte lungamente, tra gli altri sassi disponibili là intorno nel cortile, ai bordi di una strada o anche rompendo, di nascosto, un vaso di fiori. Erano tempi di cantieri edili, perché l’Italia era tutto un fervore di ricostruzione di case e palazzi che sorgevano ovunque, e quindi si poteva avventurarsi furtivamente al di là delle recinzioni e pescare, tra i rifiuti, qualche pezzo di gesso o calce secca: ottimi per scrivere per terra.
(Dico spesso a chi, come mio marito, è cresciuto in una famiglia dove ti portavano a giocare solo nei parchi e nei bei giardinetti o nei parchi romani, mentre io giocavo selvaggiamente sotto casa, che non sa cosa si è perso: sì certo avrà subito anche meno ginocchia sbucciate, graffi e piccole risse; ma si è perso quella gioia effervescente fatta di libertà scatenata e spericolata che si poteva pagare volentieri con qualche cascatone, graffio, o anche cazzotto nello stomaco della banda rivale di turno.)
Ebbene, una volta pescato il sasso designato a scrivere per terra, e disegnata la campana con le caselle numerate si faceva la conta per stabilire, tra noi partecipanti, l’ordine per lanciare un altro sasso sulle caselle, poi  a turno si saltellava senza pestare le righe e si raccoglieva il sasso per rilanciarlo, subito dopo, verso un’altra casella.

Ecco, in pratica un gioco da niente, ma per la vita.
Un sasso per scrivere, un altro sasso da lanciare prima cogliendo il segno e poi raccogliendolo di nuovo per rilanciarlo tentando di completare la campana.
La cosiddetta saggezza popolare ha detto che la vita è una ruota; ma se fosse così sarebbe ripetitiva, prevedibile e tutto sommato noiosa.
Invece la vita penso che la vita sia come quella nostra ricerca di un sasso, un sasso che non vale nemmeno un soldo di rame, ma che diventa strumento e opportunità; la vita è come quel saltellare evitando bordi, segnali di limite e seguendo qualche regola; la vita è provare e riprovare, è andare dal basso verso l’alto per quanto è possibile; la vita è relazione e società perché, come a campana, non si gioca mai da soli.
La vita è un sasso: se lo lasci cadere è pesante e freddo; se lo sai usare puoi scriverci, giocarci, spingerlo oltre.
E a volte un sasso: liscio o scabro, grigio o venato di colori, parla linguaggi misteriosi.
Tutto questo si può immaginare anche solo in qualcosa che non vale nemmeno un soldo piccolo, di quelli di rame.