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Il tanto che abbiamo avuto

primo giorno scuola

in II Elementare

Quando sento parlare di “generazioni che hanno avuto tanto mentre oggi i giovani non hanno lo stesso benessere” mi sento quasi male, e vorrei ristabilire alcune verità, ma non di quelle basate su demagogie o reazioni sentimentali.
Solo storie vissute e fatti veri, cronache della mia infanzia.
Voglio parlare di casi veri reali, di persone vere come i miei coetanei e coetanee (ma potrei parlare, per qualche episodio, anche di me stessa) e poter dire cosa  fosse, se c’è, di quel “tanto” che avrebbero avuto, che avremmo avuto.
Oggi voglio ricordarmi solo di una compagnetta di scuola: Laura che era la più brava della classe, eccelleva su tutti.
Laura aveva i capelli neri che le scendevano sulle spalle in lunghi e neri boccoli; era una bambolina. Ma i suoi vestiti, sotto il grembiule bianco obbligatorio in quegli anni, sapevano sempre un po’ di selvatico.
Laura aveva la faccina sempre abbronzata, era figlia di contadini e veniva a scuola da sola, a piedi, dalla campagna.
Perché me ne sono ricordata?
Forse perché si dice che vivessimo nel benessere, ma io so che la nostra maestra aveva organizzato, spontaneamente, noi bambine, in modo che la piccola Laura (ovviamente metto questo nome di fantasia) fosse a turno invitata a pranzo a casa di qualcuna di noi.
Laura, che ci aiutava sempre nei compiti perché era la più brava e intelligente, non aveva abbastanza da mangiare; ma questo l’ho capito solo molto tempo dopo.
Ecco chi aveva tanto ieri, ecco cosa aveva.
E meno male che portavamo il grembiule che, almeno all’apparenza, ci rendeva tutte uguali.

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Pavese, una passione

Luna di notte

“La luna – disse Nuto – bisogna crederci per forza.”

Provo a dirlo brevemente. Rileggo La luna e i falò. Un libro che cambia man mano che la vita ci cambia. La prosa: meraviglia di un ritmo spoglio, arcaico, intarsiato di prestiti e costrutti dalla parlata regionale. Catartico il racconto che non risolve, non conclude, non spiega eppure, eppure sì è un magma simbolico senza tempo. Universale, eppure chiede silenzio.
Tali sono i grandi miti, e Pavese qui è mito.
E poi, in me modesta lettrice, dolore profondo contro chi, invece, vilmente parla di un Pavese “suicida per amore”.
Cito a memoria, che ora sono talmente travolta dalla voglia di dirlo senza far lezioni a nessuno: “non ci si uccide per amore di una donna, ci si uccide perché ogni amore, qualunque amore, rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.”
E mi vien voglia di dire : somari.
Ma perché, scusate, quelli come me studiano per anni e leggono e cercano, sentendosi insufficiente sempre, di conoscere gli autori nelle loro pieghe più affascinanti e difficili a dirsi e poi rinunciamo: lo sai, hai letto tanto, ma non ti sembra ancora abbastanza.
E invece esce dalla sua palude un qualche rinoceronte trionfante, circondato da uccellacci gracchianti, che calpesta e si pavoneggia come un ballerino ubriaco ma sì, ma lui sa, lui dice, lui dichiara di sapere tutto perfino che Pavese si è ucciso per amore, un depresso che magari alzava il gomito.
Somari.
Ignoranti.
Vergogna.
Rispetto no, vero?
Rispetto almeno per un suicidio lungo come una vita, no?
Istituire il reato di crassa ignoranza non servirà. Ma se c’è un dio dei Poeti, e certamente c’è , troverà il modo di punirvi.
E quei falò che generano vita bruceranno sempre nelle notti di tutti di luna.
La luna – disse Nuto – bisogna crederci per forza.

super nonni allo sbaraglio

98556f269e650ebc-nonni Adesso ci dicono che la terza età non basta più, e che per ottenere la pensione occorre toccare la quarta; tanto che qualcuno afferma, non senza buon senso, che si autorizzeranno i nipoti delle scuole medie ad uscire soli da scuola per andare a prelevare i nonni al lavoro.
Già. È ironia, ma fin dove rimane tale?
Scherzi a parte, l’esperienza e l’osservazione della realtà ci fanno costatare e dire che ci si può trovare a “fronteggiare” la nascita di nipoti (meravigliosi, naturalmente e che lo dico a fare?) quando si è arrivati ad un’età in cui si sta davvero dando ancora il meglio di sé alla professione. Si tratta , specialmente per le donne che sono le più coinvolte, di un periodo in cui esperienza, studi, convinzione e tante altre belle cose riescono a far attraversare le fatiche che il lavoro comporta, nonostante gli anni siano aumentati.
Il fatto è che può accadere di amare, o di voler mantenere quel lavoro raggiunto e tenuto in bilico quando i propri i figli erano ancora piccoli e adolescenti e finalmente si son fatti autonomi.
Ma poi ci sono le nuove nascite dei figli di figli e figlie; una generazione alle prese con precariati, insicurezza, vessazioni sul lavoro pericolante e allora  succede che non ci si possa sottrarre e che i due impegni, lavoro e nonnitudine, si sommino diventando soverchianti rispetto alle energie. I nonni allo sbaraglio, in questi casi, hanno sbaragliato innanzi tutto se stessi, questo è il fatto.
Parliamoci chiaro: leggiamo ogni giorno, e sentiamo, mamme (che oggi si chiamano acrobate) che si dichiarano distrutte, affaticate, esaurite. E allora le nonne entrano in gioco, o in azione se si preferisce e, di solito insieme i nonni, ritagliano ogni spazio di tempo ed energia, si danno da fare: il risultato è che, negli anni scorsi, si è spesso ricorso alla pensione, appena è stato possibile, per potersi dividere tra famiglia propria, figli e nipoti e, qualcuno se lo ricorda per caso? i nostri anziani.
Quanta roba: tutta nostra, nei fatti tre generazioni rotanti attorno a donne (e talvolta uomini) che non sono esattamente Mazinga ZetaWonder Woman, ma esseri umani fatti, finiti e sfiniti.
Ma sì, aggiungiamoci i sensi di colpa e un filo di rammarico, non tanto poi sottile, d’aver lasciato quel lavoro prima conquistato, poi vissuto e affermato come un diritto e come uno status sociale e culturale e adesso ridotto a una sorta di parassitismo pensionistico.
Ma di cosa sto scrivendo?
Deliro? Straparlo?
La verità è che se è vero che alcuni indomiti ottantenni e a volte novantenni possono ancora ricoprire cariche istituzionali, politiche, manageriali non è solo perchè il loro lavoro non è abbastanza usurante.
Ma perché si son detti che PRIMA venivano loro, e POI tutto il resto.
Invece noi no, noi, ragazze e ragazzi di ieri, abbiamo messo avanti cuore, affetti, senso del dovere, dedizione, altruismo: roba che adesso vale niente.
Aspettiamo senza avere paura il domani. Tanto il peggio è questo.
PS: non scrivo per me, scrivo queste cose perché mi sembra necessario dare risposte, a nome di persone che non parlano, alla demagogia bieca e liberista che ci fa schiavi e ci chiama beneficati e parassiti di pensione.

Lungo la Salaria e le sue montagne

Sorgente: Lungo la Salaria e le sue montagne