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Piccola Italia, in un fiume

Ponte fiume Aso

Nella piccola Italia delle cittadine poco conosciute e dei borghi lontani dal clamore, e che tali vorrebbero restare,  possiamo sorprenderci a riflettere sull’intensità del significato dei segni e significati che la percorrono e che sono sotto gli occhi di tutti a patto che si vogliano o sappiano vedere.
Questa immagine rappresenta del fiume Aso che scende dai Monti Sibillini ed è arrivato alla sua foce per gettarsi nel mare Adriatico che si intravede, come una nebbiosa linea verde-turchese, oltre agli alberi spogliati dall’inverno.
Sul fiume ed adiacente al mare corre una delle principali linee ferroviarie italiane, la Ancona-Lecce Adriatica. Lì vicino scorrono anche la Strada Statale n.16 e l’Autostrada A24.
Segnali intensi di vita in movimento che comunica, trasmette, collega. Segni della natura ed opere dell’uomo e della sua innata tensione verso il nuovo, l’altrove, l’esperienza, la conoscenza.
Il fiume Aso percorre una parte del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, i monti azzurri che ispirarono, come noto, Giacomo Leopardi, sfiora diversi paesi e cittadine,  irriga la vallata che prende il suo nome, Valdaso. Passa e lascia il suo segno anche se negli anni poca attenzione è stata riservata al suo stato che richiederebbe cure adeguate.
Non posso fermarmi a guardare questa realtà, tuttavia, senza pensare ai segni di una vita millenaria e tuttora intensa che ci parla per dire, con la ruvida immediatezza che hanno i greti dei fiumi e la quotidianità, che non possiamo fermarci, non possiamo tornare al passato o piegarci a rimpiangere l’impossibile.
Ed è esattamente questo che fa un, pur breve ma ostinato, fiume: avanza sempre e si fa spazio, non ritorna mai indietro, anzi intorno alla sua presenza si generano altre esistenze, altre visioni, altri segni. Indifferente ai confini.

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Piccola Italia in estinzione

PANORAMA DA MONTEFIOREIn Italia, nelle piccole realtà di paesi e località, e tutti sappiamo che la nostra è terra di piccoli centri e non solo di qualche grande città, ci si è omologati a una politica di puro profitto.
Si elimina tutto ciò che non rende in termini di denaro, si chiudono perciò servizi pubblici essenziali quali i piccoli ospedali, ambulatori, uffici postali, stazioni di Carabinieri. Il vigile urbano, se c’è, fa un turno di lavoro giornaliero (a volte suddiviso in due mezze giornate da dedicare a un altro borgo) e ovviamente lascia scoperte tutte le altre ore diurne e notturne. Si eliminano servizi bancari, infatti chiudono perfino i Bancomat.
Questo argomento, che avevo sottolineato ieri in un commento ad un post, viene trattato questa mattina su La7, nella trasmissione Coffee break dove è stato mandato un servizio sulla chiusura dei servizi nei piccoli paesi, ad esempio il bancomat, in questo caso della Sabina (non vanno troppo lontano…) che possiamo considerare come emblematici di centinaia di altri luoghi dove pure i bisnonni devono arrancare per chilometri per prelevare cento euro o la pensione. E poi nascondere il mini tesoretto in casa rischiando quello che tutti sappiamo.
Gli abitanti delle piccole realtà locali, e a volte i territori delle città di provincia, che hanno un contorno di terreni, colline, montagne abitate da piccolissimi borghi, casolari, fattorie, piccole imprese artigiane esposte al pubblico, devono oggi assistere impotenti ai crimini e devono subire frequentissimi casi di furti, scassi e violenze gravi, fino alla morte, contro persone che vi abitano o lavorano.
Adesso non parliamo di chi delinque. Il male esiste.
Esiste anche un proverbio dei bisnonni che recitava: “l’occasione fa l’uomo ladro”.
Il problema oggi è che non solo il ladro può essere armato fino ai denti come un mercenario, ma è stata spazzata via l’etica dei rapporti sociali. L’occasione, attualmente, fa e favorisce il delinquente e siccome non possiamo davvero affermare che si viva nel “migliore dei mondi possibili” ossia in una utopica landa della felicità, trovo davvero sorprendente (come direbbero gli Angela) che tra i diritti civili che strenuamente tutti difendiamo non si comprenda il diritto di essere difesi civilmente nella quotidianità. E non difesi in armi, ma prevenendo il crimine ripristinando servizi, tutela del territorio e perfino i suddetti ed indispensabili bancomat e la rete, che consenta pagamenti online, ma che non raggiunge tutta l’Italia
L’Italia è forse il paese più bello del mondo, le sue realtà rurali, montane, marine, quelle immerse nella natura, quelle che ostinatamente continuano a vivere solo perché qualche meravigliosa famiglia di artigiani o contadini o allevatori o semplicemente persone che amano la loro terra ricca solo di tradizione e relazioni modeste ma vive, questa Italia è una delle parti migliori della nostra cultura; ma non rende in termini di consumi perché sovente ha dovuto lasciar partire figli, figlie e nipoti e continua a vivere di lavoro e sussistenza. Non rende perché sarebbe improduttivo installarvi un Centro Commerciale francese o tedesco o multinazionale. Non rende perché si pensa che il servizio pubblico, sia esso sanitario, dei trasporti o della tutela del paesaggio o dell’ordine si vuole e impone, incostituzionalmente tra l’altro, che diventi produttivo. Perché può accadere che i suoi abitanti ancora oggi si facciano il pane o i dolci o il formaggio in casa, allevino quattro polli e due galline, rammendino i vestiti, riparino ancora le suole delle scarpe, si pitturino i muri di casa e aggiustino le finestre: pessimi clienti, dunque, per Carrefour, per Panorama o Leroy Merlin… o per Intimissimi e Benetton.
Dunque si lasciano morire. E se qualcuno si spaventa un po’ di più se ne andrà anche prima. Meglio.
Il profitto, invece no, il profitto non deve morire, e le persone? Poche e inutili, meritano l’estinzione, e se l’assenza di un intervento ospedaliero salvavita o la presenza di una criminale mannaia provvedono non sarà così grave.

C’è una Scuola da difendere

V A 2004 001

una mia classe agli Esami di Maturità

Leggo (ormai inizio spesso così) sulle bacheche di social post e commenti in cui si parla di fatti che accadono, in questo periodo, nelle scuole. Leggo commenti di studenti, di ex studenti, di genitori, di prof (di ogni ordine e grado).

Leggo di: – docenti scherniti e a volte picchiati da loro studenti – di docenti presi a botte da madri e padri allertati dal ragazzino per fatti irrisori (rimproveri) – di docenti filmati mentre sono sottoposti a sommosse costruite ad arte
ma anche
– di insegnanti che maltrattano con atti e parole piccoli al nido (!) o alla materna – di insegnanti che tranciano e trinciano giudizi come se stessero affettando un merluzzo surgelato – di docenti che seducono, plagiano e ottengono prestazioni sessuali dalle loro studentesse (ma non mancano nemmeno molestie ai maschi).
Di fronte a tutto questo alcuni generalizzano, altri tirano giù santi e beati, altri decidono che la scuola sia da buttare, a vantaggio delle private sulle quali, tuttavia, si abbattono i recenti scandali. Probabilmente accade perché è facile attirare l’attenzione su quello che non va, sulle violenze, sugli abusi; mentre poco interessa alla nostra valutazione, malata di sensazionalismi mediatici, parlare di quello che va bene. Poco si sa parlare di buone pratiche, di bravi docenti, di ragazzi che vanno a scuola con fatica (perché no) ma tutto sommato ben motivati Ci avevamo provato con La Scuola che funziona messa in rete da Gianni Marconato tempo fa, e di questo network il documento più significativo è, e rimane, Il Manifesto degli Insegnanti, una bella esperienza. Adesso di buona scuola si parla, ed è giusto e corretto lo si faccia (a patto che non diventi una vetrina per dire solo “sono innovatrice/ore: quanto sono brava/o); ma si dice poco se funzioni o meno, molti bravi docenti dicono di no e motivano; altri di sì. Non è questo il mio temino di oggi. Scrivo infatti tutto questo sollecitata sia da recenti denunce verso maestre picchiatrici, sia dagli attuali fatti di abusi sessuali di insegnanti (di scuole pubbliche, ma anche di illustri Istituti privati apparentemente insospettabili, ma va a capire). Non difenderei nemmeno per un miliardo di euro né con parole, né con azioni chi alza le mani, chi insulta, chi abusa di un minore. Sono “debolezze” che considero un vizio irresponsabile, violento, odioso. Non sosterrei mai, allo stesso modo, chi tenti ipocritamente di coprire vicende che coinvolgono bambine o bambini, ragazze o ragazzi e tanto meno quegli orribili docenti che, approfittando del ruolo, plagiano le persone che dovrebbero educare.
la mia cattedra, di Italiano

io prof in classe, con un mio studente, alla cattedra, gli altri nei banchi

Però difendo la scuola come istituzione, come corpo dei lavoratori docenti dei quali la quasi totalità è preparata, impegnata e in buona fede. Un corpo docente immerso nella realtà e che si confronta quotidianamente con una nuova dimensione giovanile complicatissima, distratta da tanti fattori che sappiamo, a volte priva di riferimenti famigliari importanti, sollecitata compulsivamente da mille esempi a volte fuorvianti. Non tiro in ballo liberismo, culto dell’immagine, perdita di valori e simili “catastrofi”; li conosciamo già. Però chiederei, se ne avessi autorità, ai bravi insegnanti di non coprire mai le scorrettezze, i sospetti, le violenze, le (lasciatemele chiamare così) turpitudini di quei pochi che sporcano la scuola e il lavoro onestamente svolto. Abbiamo bisogno, per i nostri bambini, ragazzi e giovani, di messaggi chiari e puliti. Se un docente sbagliasse perché si è dimenticato una data, una forma sintattica o una formula dobbiamo sapere che il primo a preoccuparsene e a rimediare sarebbe essere lui stesso, e non deve essere disprezzato per questo. Se invece un docente picchiasse un bambino, se si permettesse di avere comportamenti equivoci, se addirittura intrattenesse o richiedesse prestazioni sessuali a un minore non deve essere coperto e tanto meno giudicato con indulgenza perché non solo compie reato con effetti irreversibili, ma danneggia tutto un sistema di Istruzione che nonostante tutto funziona, che può funzionare meglio, ma che in ogni caso è essenziale funzioni per il futuro di tutti. Per questo difendo la scuola, la scuola pubblica soprattutto, dalla ipocrisia, dalla malevolenza, dalle calunnie ma anche dagli interessi di chi vuole metterci sopra le mani.

A proposito di Marino, il breve

C’è una bella analisi, di Anna Lombroso, sulla vicenda dell’ex sindaco detronizzato che possiamo leggere in Sale Marino
L’analisi tocca molti punti importanti, tra questi ho scelto quello, ben noto, che è stato più volte comunemente sintetizzato in “Marino sarà anche onesto, ma l’onestà non basta a fare un buon politico”; ma Lombroso ne dice molto altro.
Per quanto mi riguarda mi limito a una breve osservazione.

La questione #onestà è molto cara, come noto, agli slogan dei cinquestelle; e d’altronde come negare che possa suscitare adesioni e come negare sia questione che scotta.
Ma è proprio vero che essere onesti non è sufficiente.  Facciamo attenzione però, questo non deve e non può bastare a farci digerire i tanti mascalzoni, imbroglioni e corrotti che circolano serviti e riveriti nelle autostrade della politica.
Dobbiamo badare bene, specie in tempi di campagna elettorale, a non farci intortorare dai discorsi del tipo: beh non sarà onesto, ma è abile; certo è corrotto, ma sa far soldi; ok è un lestofante ma sa muoversi. La disonestà genericamente intesa, non è come la medicina amara, ma che fa passare la febbre; la disonestà è invece come la pallina di zucchero che Pinocchio pretendeva promettendo di prendere la medicina che poi era pronto a rifiutare.
E molti, troppi, per quella pallina di zucchero ingurgitano il liquame ringraziando.
Tornando alla scelta di un partito a cui dare fiducia e della persona che ci dovrebbe rappresentare in quel partito e poi nelle istituzioni,  non dovrebbe sfuggire a nessuno, ma questo non accade, che se un partito è costretto a cercare altrove dal suo ambito persone che possiedano le altre indispensabili qualità, e non solo l’onestà, allora cade, e cadiamo noi, nelle mani dei cosiddetti e nefasti cosiddetti tecnici.
Le qualità politiche indispensabili come la competenza, la lucidità nel momento delle scelte, l’intelligenza (pare strano dirlo), una buona cultura, la capacità di analisi dei problemi, una forte tempra morale portatrice di valori condivisibili, e via dicendo, dovrebbero essere considerate essenziali e fondamentali.
Ma ahimè i nostri non sono tempi maturi, almeno a me sembra, per tutto questo. Questi sono i tempi in cui si considera dote politica il saper apparire e comunicare. E dal nostro berlusconuccio al megatrump è tutto un orrore.
Del resto dove sono le strutture e le istituzioni formative?
Tra poco si affermerà che uno strumento elettronico robotizzato o meno valga quanto un bravo insegnante, se non di più.
Del resto la nostra scuola è stata depotenziata, il nostro liceo viene sfoltito come un barboncino e la nostra Università è qualcosa di cui si parla solo per esibire intelligenze migranti o, oggi proprio oggi, sfilate di moda.
E il cerchio si chiude.
Una proposta moderata?
Ce l’ho: diamogli fuoco.
(dimenticavo, e spargiamo sale sulle ceneri)