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Note elettriche di scuola – di Mariaserena Peterlin

(disegno di Nadagemini)
Nello scrivere penso al post dell’amica Fermina Daza sulla “Didattica ortodossa” e ho in mente anche tante considerazione che abbiamo fatto insieme e che un giorno insieme, spero, scriveremo.

Questo scritto, non è un tentativo di narrazione letteraria. Lo dichiaro subito in omaggio alla evidenza che altro è dire, altro è commentare, parlare di ricordi, chiosare, annotare, altro è divertirsi a ciarlare, scambiar parole ecc e altro è narrare per far opera letteraria.
 
Meglio non sottovalutare le parole, specialmente in campo narratologico, perché se ne potrebbe uscire fulminati.
Forse riuscirò a spiegare come e perché.
Alcune parti di questo scritto sono state prese e riviste da una mia raccolta di cose vere e di scuola che ha preso il titolo “La (mia) classe non è doc”.
Altre parti di questo scritto sono considerazioni di oggi.
Le prime sono scritte in corsivo, le altre a caratteri normali. L’ordine segue solo una mia logica di associazione mentale, e non.
 
3. Storie e lotte di classi
Le iscrizioni alla scuola, dopo elaborate e attente pratiche di orientamento e ri-orientamento, sono messe in atto in collaborazione con le Scuole di provenienza degli studenti.
Sull’attribuzione degli studenti alle sezioni e sulla distribuzione numero dei ragazzi iscritti si aprono spesso, tra gli insegnanti, danze e contraddanze non proprio armoniose.
Accade, infatti, che la formazione delle classi sia solo apparentemente casuale o stabilita da criteri d’equilibrio.
Pochi sono gli insegnanti che, per candido senso democratico, per stoica indifferenza alla comune sorte, o per altri indecifrabili motivi continuano ad accettare le classi così come capitano; la gran parte, invece, è costituita da più avveduti prof che si organizzano e manovrano, fin dall’estate, con la perizia degli addetti ai lavori della diplomazia mediorientale.
 
Ma in fondo cos’è mai una classe?
 
Mi è sempre piaciuta la definizione che Maria Corti ne ha dato ne “Il ballo dei sapienti” un libro che narra di scuola, non abbastanza conosciuto e di cui la scrittrice stessa sospese le stampe perché si era posta “un problema di specializzazione o invecchiamento o fossilizzazione del linguaggio, che troppo da vicino connota una realtà sociale e storica di fronte ai mutamenti rapidi del reale” Gabriella Palli Baroni Seduzione intellettuale e creatività: Maria Corti scrittore in cattedra 
 
Maria Corti scrive: “Una classe era una classe, non trentadue ragazzi, una fitta rete di correnti alternate tesa tra trentadue ragazzi.”
Certo si può dirne anche di più, ma forse sarebbe assai più saggio non dirne altro, specialmente se ci si avventura a narrare, e prendere ad esempio la Corti, geniale autrice, per limitarsi a piccole note a margine di un Consiglio di classe.
Dipende dai punti di vista.
Per alcuni una classe è un luogo (sociale, fisico ecc) in cui si passano ore di lavoro insegnando a ragazze e ragazzi aggregati per età. È anche un qualcosa da dimenticare al più presto tornando alle proprie vite quotidiane.
Ma c’è anche chi considera la situazione in modo diverso. Torniamo dunque a Maria Corti. La classe è elettricità perché la classe, innanzitutto, sono gli studenti, ossia i ragazzi.
Loro, considerati individualmente, sono persone di cui prendersi cura dialogando, ricevendo e trasmettendo input e saperi.
La classe, però, non è una semplice somma di un tot ragazzi e ragazze, ma è uno speciale mosaico attraversato (appunto) da un’elettricità scaturita da un complesso aggregarsi di alunni portatori di varianti socio-culturali e affettive.
Ma qui non si narra, qui si fanno note didascaliche e memorialistiche; perciò vado a precisare.
Alcune di queste varianti, essendo impossibile esser certi di definirle tutte, sono: la percentuale di maschi-femmine, la provenienza da scuole diverse, l’appartenenza a quartieri centrali o periferie, l’aver vissuto in realtà sociali le più diverse, la percentuale di studenti con diagnosi di difficoltà cognitive o di altro tipo e di quelli altrettanto problematici, ma dei quali le famiglie non vogliono rivelare (e possono farlo) la situazione reale.
Il mix di queste varianti genera classi tutte diverse (e diversamente elettriche). Le benevolmente cosiddette situazioni difficili, già segnalate nelle schede scolastiche fin dalle elementari (ma che non sono a disposizione di tutti) si palesano infatti come tante terminazioni nervose scoperte.
E sarebbe davvero illogico farne ricadere il peso sui nostri ragazzi.
Tutti questi elementi si combinano nell’insieme classe e possono rendere un anno scolastico vivibile o massacrante non solo al docente ma anche agli studenti medesimi.
Tra luglio e agosto la scuola è in vacanza ed appare spopolata, ma non lo è poiché spesso vi opera attivamente un esiguo e sagace team di prof, funzionali e spigliati, che organizza. Per sé va a creare  ben allevate classettine di alunnetti di buona famiglia le cui iscrizioni sono stare, fin dalle scuole di provenienza, scrupolosamente pilotate verso predeterminate sezioni. L’operazione è condotta da mani assolutamente vellutate nel pescare, dai faldoni, i nomi giusti che finiscono nell’elenco voluto.
Ma quali sono le conseguenze, sul lavoro docente e sulla vita di classe, di questo vellutato siparietto estivo?
Non esiste uno strumento che misuri scientificamente quanta maggior fatica sia affrontare, ad esempio, trentuno adolescenti sedicenni maschi portatori sani di neuroni disinibiti e ormoni arrembanti piuttosto che diciotto figli/e di famiglia, divisi in uguale numero di  maschi e femmine sussurranti come un coro da parrocchia, per di più inaspettatamente abituati a mangiare con le posate.
Tuttavia un osservatore, pur non maliziosamente meticoloso, potrebbe farsene un’idea  anche solo dando un’occhiata alle fisionomie di docenti che escono da aule diverse, e percorrono corridoi separati, al termine della mattinata scolastica.
Da un lato lo sfacelo di stremati consumatori di antispastici, di valeriane e ansiolitici, dall’altra le guancine fardate e le boccucce appena velate dal persistente baffetto di cappuccino-e-brioche, il setoso trench annodato in vita e bordato di sinuosa pelliccetta volpina o il giusto tailleur.
Dall’altro lato (i mio ad esempio) le chiome da naufragio, l’occhio sconvolto e la sopravveniente tachicardia, dall’altro il tintinnio dei braccialetti, il fruscio del passo obliquo simil felino e la frangia incollata ad onda perfino cotonata.
Ma anche gli ambienti sono diversi.
Nel loro corridoio le aule sono ben esposte e luminose,  nel nostro abbiamo gli ex-bagni riattati e l’aria opaca di afrori fronteggiati alla meglio con gli appelli all’uso di acqua e sapone (prescritti tre volte al dì) nonché al cambio di maglietta dopo l’educazione fisica. Nella sezione top regna una quiete contegnosa e borghese, ma evidentemente corroborante, nel mio corso, invece, i tumulti scoppiano disinibiti e devono essere sedati da una continua e ostinata presenza didattica: le lezioni  si avvicendano come sulle montagne russe con tanto di apnea che, minuto dopo minuto, incalza le coronarie.
Si corre da una classe all’altra cercando di prevenire gli effetti di qualche frazione di tempo inevitabilmente scoperta dal cambio d’ora. Si entra in classe con almeno cinque minuti di anticipo sulla campanella della prima ora avviandosi, veloci e in preda ad un’inutile ansia, sul pavimento di granito rosso e polveroso dei lunghi corridoi incorniciati dalle finestre di alluminio.
 
Ma come arginare l’elettricità? Certo non a mani nude. Occorrono forse le solite cose: esperienza, sapienza, mestiere? Sì certo, ma è necessario anche mettersi nella condizione mentale e affettiva di voler capire cosa sia quell’elettricità, come accostarla e cosa fare insieme.
Non la fermerete nemmeno con le parole.
 
È l’inizio dell’anno e anche i miei ragazzi festeggiano selvaggiamente il ritorno a scuola. Sono quasi tutti puntuali; agitatissimi si scelgono il banco (opzione che considerano fondamentale per l’andamento dei futuri compiti in classe e non solo).
L’aula è strapiena e ululante e rimbomba tanto che si può sentirne gli scalpitii e i barriti (dolci rumori) fin dal piano sottostante e più in là.
 
Chi, invece, ha congegnato ed ottenuto una buona classettina sorride (e perchè non dovrebbe?). Alcune prof sussurrano avanzando sul decolleté noir che conclude l’articolazione fasciata dal collant velatissimo color gazzella, i prof, sobriamente intellettuali, le accompagnano galanti (come negarlo) accordandosi per un caffè e forse qualche cosa in più, nel pomeriggio, perché no?
 
E la classe? La classe è energia ed ha bisogno di energia, la classe è anche apparenza, bisogna accenderla per riuscire a veder oltre. La classe è davvero elettrica e dunque può illuminarsi o spegnersi, può accumularsi o trasformarsi, può accenderti, riscaldarti o folgorarti: dipende nolto da noi.
Quanto a me la mia classe, amici miei, non era doc e non lo è mai stata.
E quando invece lo fosse stata non sarebbe, elettricamente, toccata a me.

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NARRAZIONE – Raccontare ossia spalancare. di Mariaserena Peterlin

Perché è tanto difficile scrivere e scrivere bene? ( disegno di Nadagemini  )

Si racconta prima a se stessi, quando ci si ascolta. Si inizia quando ci si guarda dentro cercando quello che siamo vuoto per pieno. Vogliamo capire anche quello che non siamo, ci interroghiamo su come dovremmo essere.
 
Torniamo, per un poco, ai pensieri dell’anima bambina che vuole capire, che scruta, che individua i rapporti. E’ allora che nascono i primi dubbi su come siamo e su come gli altri ci vogliono. Il bambino assorbe, cerca di individuare una strategia di esistenza/resistenza al mondo esterno. Molto presto gli arrivano i no e i sì dei genitori, li vede sorridere o disapprovare. Ma lui vuole essere amato e quindi inizia a ritagliare quei contorni e sbavature che potrebbero non farlo amare abbastanza. Per poterlo fare immagazzina i messaggi, dà forma ad un’idea di sé, prende quella forma e la sovrappone a come si percepisce. Ragiona e si racconta quell’esperienza. Tagliare il troppo e colmare il poco non è facile e può essere anche doloroso. Allora si aiuta raccontandosi quanto amore in più potrà ricevere, quanti sorrisi e quanti sì potrà ottenere, quali aspettative in sarà capace di colmare. Rassicurato da questo inizia a ritagliare piano piano: non si dice, non si fa, non si deve nemmeno pensare; e non lo racconterà più.
 
Perché è tanto difficile scrivere e scrivere bene?
Perché a scuola il tema è un supplizio e la composizione scritta una sciagura che viene seconda solo (per molti) al compito di matematica?
Non è difficile da capire. Gli alunni, resi edotti dall’esperienza in famiglia, sanno già che l’adulto può approvare/disapprovare e a scuola ciò diventa addirittura giudizio o si decodifica con un voto che a sua volta meriterà gratifiche o reprimente famigliari.
Non è una bella prospettiva.
Non è nemmeno una sfida generosa.
Tantomeno è corretto chiedere a chi scrive di “esprimersi” o di dire la propria opinione quando la matita rossa-blu incombe sul foglio, la stanza ha le finestre chiuse e dal mondo interiore ed esterno non filtrano che fiochi rumori.

Il Manifesto degli Insegnanti de LSCF-Un'avventura,una partenza,un obbiettivo


Quando vedo apparire su Web il logo del Manifesto degli insegnanti e l’invito a firmarlo penso sempre a tutto il fervore che ha generato la nascita e l’esordio di questo documento che va alla ricerca, scopre ed afferma una identità aggiornata della professione docente.
Se è vero che c’è sempre un inizio per tutte le cose, è anche vero che è difficile separare l’inizio ufficiale di un progetto dalla sua ideazione.
E certamente, a mio avviso, il progetto-Manifesto ha rappresentato e rappresenta un’avventura non semplice e non troppo conformista.
Nel momento in cui è stato concepito facevo parte del grande
Ning LSCF (La Scuola Che Funziona) una cittadella, non fortificata, di insegnanti di ogni ordine di scuola e di formatori e esperti di comunicazione, web e pratiche di apprendimento, con un nocchiero al timone e pronto non solo a consultare e decifrare le carte, ma anche a cogliere i segnali del tempo e dell’aria che tira.
L’idea del Manifesto non si può dire abbia un’identità personale, né potrebbe averla avuta ed il motivo è semplice.
Il Manifesto ha avuto dei redattori, ma i redattori senza il coro di tutti i docenti non avrebbero avuto nessun motivo per redigerlo; il coro di docenti senza alcuni progettisti o coordinatori che ne raccogliessero le voci non avrebbe avuto una sua, seppur complessa, armonia; se questi progettisti e coordinatori non fossero stati presenti nel Ning non avrebbero avuto motivo di ascoltare il coro dei docenti e, infine, se la Scuola (nel suo insieme) non fosse una istituzione che sta a cuore a tutti, compresi quelli che, presi dalla sindrome odi et amo vorrebbero raderla al suolo per ricostruirla del tutto diversa) non ci sarebbe stata LSCF.
Dunque è LSCF che ha dato il la al Manifesto e senza quel la, o input come si direbbe adesso, la nave non sarebbe salpata.
Tutto è perfettibile, la scuola stessa vive una fase in cui molti operatori e famiglie si interrogano non senza sgomento sul futuro; si parla forse molto di teorie e pratiche di insegnamento e troppo poco di apprendimento e cambiamento. Il Manifesto può, tuttavia, rappresentare un traguardo, ma anche essere, con altrettanta credibilità, un punto di partenza. (Ed auguro a LSCF che lo sia.) 

I PENSIERI DELLE PAROLE – POESIE – Il mio nuovo libro – Mariaserena Peterlin

In questo libro ripropongo il valore di una scrittura, a volte implicita e tentata dall’analogia, che sperimenta la sua strada su orme e forme di poesia così come si tentano i tasti per trovare parole o suoni: libere espressioni dello spirito umano. Liberamente donate.

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