Il bravo insegnante lo sa

Abbiamo iniziato, con “Idee per la scuola”,  a rendere disponibili le sintesi delle discussioni avvenute tra gli insegnanti del network La Scuola che Funziona. Sono online. La prima è questa:  “Il Bravo Prof “.

A proposito di questo argomento, complesso e certamente da non considerarsi concluso, e a proposito di un’interessante riflessione di Francesco Consoli, che riguarda il tema da vicino, aggiungerei solo un breve e personale pensiero collaterale.

Fare l’insegnante significa aver scelto un lavoro difficile, spesso non supportato da elementi essenziali; si affrontano infatti un insieme di grosse difficoltà oggettive molto spesso presenti contemporaneamente. Ed è anche vero che l’inerzia non penalizza mentre l’agire, spesso, sì. 
Tuttavia questo mestiere non è un mestiere come gli altri e io non mi rassegnavo allora a farlo passivamente come adesso non riesco a parlarne passivamente. La vita a scuola è vita di relazione; se non ci si sente adatti è meglio non fare l’insegnante; se ci si sente adatti e ci si mette in quella prospettiva, allora la relazione è la chiave per iniziare a lavorare coi ragazzi. E forse sarebbe utile assumere la mentalità del seminatore più che quella del costruttore o del manager. Preparo, rifletto, lavoro, rifletto, semino, attendo: verifico me stesso e il mio risultato: ma so, devo sapere, che non dipende solo da me.
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3 risposte a “Il bravo insegnante lo sa

  1. Continuo con questi ragionamenti nel tuo blog, non osando ancora andare nel mare aperto di La Scuola che Funziona, malgrado sia diventato perte di quella grande famiglia. Rifletto su due cose che come insegnante universitario mi hanno sempre colpito e che riguardano la passione. Però premetto una cosa, non credo che sia corretto parlare di un solo idealtipo ( o identikit) di professore, di “bravo insegnante”. La professione di insegnante è fatta di tante componenti e richiede tante competenze che è impossibile aspettarsi di averle tutte insieme. Probabilmente vi sono delle soglie minime per ciascuna di esse, ma è il mix a fare “quel” professore/ssa, quel maestro. Per questo il lavoro di gruppo e la collegialità vera e rispettosa sono (sarebbero) indispensabili. Premesso questo quindi posta una base per discutere della vulnerabilità dei docenti, che nasce dal loro essere per definizione “incompleti” rispetto ad un identikit astratto, mi soffermo sul tema della passione. Ci sono due “assi” della passione di chi lavora nella scuola (università inclusa) su cui non c’è necessariamente una armonia: la passione per la disciplina e la passione per l’insegnamento. Se proiettiamo la popolazione degli insegnanti su questi due assi cartesiani, possiamo trovare un certo numero che non ha né l’una né l’altra, altri che hanno al massimo entrambe, altri che si sentono molto di più dei “formatori” e sono meno “amanti” della propria disciplina. Poi le cose cambiano anche con l’età professionale (gli inizi della carriera, metà carriera, ultima parte della carriera). Credo che potrebbe essere interessante ragionare su come (e se) sia possibile rimanere “amanti della propria disciplina” (di matematica, di inglese, di storia, di filosofia, di disegno, di ragioneria, di economia aziendale, ecc., continuiamo l’elenco per tutte le discipline che vengono insegnate) dopo tanti anni di insegnamento. Insegnare è una attività usurante (anche) perché lascia poco tempo per sviluppare il vettore “amore per la disciplina”, che vuol dire non solo letture solitarie o corsi di aggiornamento, ma “stare dentro” il collegio invisibile degli amanti della disciplina (accademici o no). Vi è un burn out implicito nel mestiere di insegnante che consiste nella difficoltà di riprodurre nel tempo il trasferimento della propria passione. Condannati a riprodurre ogni anno la meraviglia della prima volta di fronte a un campo di conoscenze e a contagiare di questa meraviglia bambini, adolescenti, giovani adulti che nella grande maggioranza non sono predisposti dall’ambiente a percepire questa meraviglia.
    In questa condanna è la grande forza e la grande debolezza della professione dell’insegnante, che continuamente deve muoversi in modo sostenibile tra la carriera dell’amante (o dell’esperto) di una disciplina e di un campo del sapere, e la carriera dell’insegnate che deve riprodurre l’entusiasmo della meraviglia della prima volta senza perdere il contatto con la sfida che la diversità di età e di contesto pone. Ecco forse più che definire il “bravo professore” sarebbe utile parlare insieme di come sia possibile diventare o restare, o alimentare il proprio modo di essere bravo professore (o maestro). Mi domando anche se non bisogna ragionare per campi disciplinari, che sono anche modi diversi di essere insegnanti (per il diverso numero di ore di rapporto con le classi, per il diverso numero di ragazzi cui si insegna, per il diverso modo di apprendere e di mettere alla prova l’apprendimento, ecc.)

  2. …già, una missione. Ma in pochi la vivono così. Quando ero studente (anche di Maria Serena) non ero in grado di capire quale insegnante fosse un “Bravo prof” (per me, studente, all’epoca i metri di valutazione che usavo erano del tutto errati…ma me ne rendo conto ora). Però ora sono genitore di due ragazzi che sono anche studenti e vi dico che ho visto maetre/professori/professoresse di ogni tipo e vi assicuro che la differenza tra chi svolge un mero impiego e chi una “missione” si vede. Eccome !
    E la differenza è percepita dallo studente, dalla famiglia…direi addirittura dalla comunità ! Eviva, evviva ed ancora evviva chi fa questo lavoro con passione, dedizione, amore !!!
    A chi lo interpreta (o lo interpetava così….come la mia mamma che ora è in pensione) va il mio personale grazie !
    Ovviamente Maria Serena è inclusa.

    Andrea

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