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SanRemo, o dell’omologazione non onesta

gnè gnè gnè

Provando Sanremo e riprovando malessere.

Certo, si possono dire tante cose, ma se abbiamo dimenticato che anche le canzoni possono avere un significato profondo, importante siamo nel minimo del basso dell’impero. E non basta storpiare un indimenticabile pezzo di Pierangelo Bertoli per assolvere un festival sfacciato e sfarzoso come solo la tv oggi sa essere.

E se sopportiamo annuenti al fatto che si vada in delirio per i grovigli personalistici (da risolvere caso mai lavando calzini e pavimenti) trasmessi da giovani belli solo perché la gioventù è sempre bella, ma tramite messaggi confusi del corpo esibito come un quaderno con le orecchie beh allora arrangiatevi.

I belati, i singulti, gneè-gnè-gneeeè non sono mai stati musica.

E chi se ne importa; ma mi sembra triste che ex “grandi” o “senior” ora appassiti, pur di apparire sfavillanti di lustrini cinesi, affianchino manzi da pascolo e pecore da brughiera.

Per rispetto non cito nemmeno lo storico cantautorato italiano. Figuriamoci gli altri.

Ora qualcuno (se c’è) mi dirà: Sanremo non si deve guardare.

Giusto. Ma voler capire come attualmente si manovra per indirizzare il gusto musicale non mi sembra sbagliato. L’omologazione si combatte solo conoscendola.

In fondo ho sì guardato, ma ho scontato soffrendo.

Chi “educa”: non la famiglia né la scuola

Educazione? non è più una prerogativa solo della scuola e della famiglia
Probabilmente è corretto chiedersi se non sia colpa nostra, degli adulti insomma, se tra le giovani generazioni dilagano quelle che a noi appaiono come pseudoculture o, forse peggio, carenze di conoscenze in tanti campi che fino a poco tempo fa erano considerati elementari. Dalle carenze in geografia alla quelle in lingua italiana, dalla matematica alla musica passando per elementi basici di educazione al rispetto del prossimo: chi ne sarebbe il responsabile delegato ad insegnarli?
Trovo sia corretto, dicevo, chiedere di chi sia responsabile, ma è starato rispetto alla realtà nella quale viviamo tutti.
Infatti dovremmo ammettere, senza generalizzare troppo ovviamente, come attualmente non siano più né le #famiglie né la #scuola le istituzioni, le agenzie (come si dice oggi) o semplificando, gli adulti ad avere influenza sulla formazione, l’educazione, la cultura dei giovani.
No. Molti dei nostri ragazzi vivono piacevolmente la conseguenza d’esser casualmente nati sotto il segno dei media, dalle tv ai social.
Semplifico perché non mi attribuisco altro ruolo che quello di osservatrice.
Usi e costumi, linguaggio e modelli, concetti e metodi, argomenti e preferenze, aspirazioni e desideri non sono più indotti esclusivamente dalla famiglia di origine.
Allo stesso modo il modo di ragionare, gli argomenti di cui occuparsi, i modelli a cui tentare di uniformarsi sono suggeriti in modo suggestivo dai media e dal mondo social.
Perfino le famiglie cedono alla tv, ma molto di più ai cellulari, ai tablet l’intrattenimento ma anche i modelli di comportamento.
Tutti abbiamo visto bambini ancora in carrozzina con un cellulare tra le manine e il ciuccio in bocca.
Riconosciamo una tendenza anche se generalizzare sarebbe ingiusto e tendenzioso.
Pe la stessa ragione dovremmo riconoscere una medaglia al merito a tutte le mamme e i papà che perseverano nel mantenere verso i bambini un ruolo educativo non certo tradizionale, ma formativo.
E la scuola, o meglio gli insegnanti?
Troppo spesso schiacciati tra l’evidente discredito delle autorità politiche e la sfiducia delle famiglie svolgono un lavoro fondamentale ma che gli stessi studenti guardano con poco rispetto.
Cosa può pensare un ragazzo se si confronta con i fasti e i successi sanremesi, tanto per citarne di recenti, con un conduttore e i suoi colleghi (che possiamo immaginare miliardari) che si vantano di aver occupato l’ultimo banco a scuola e di non aver nemmeno un diploma di media superiore ma cambiano smoking più spesso dei kleenex ?
Può pensare che gli sarebbe utili studiare la Storia o la Biologia?
Ma mi faccia il piacere!

Cronachetta pseudo_sanremese

Carlo Conti o non è lui ?

In orario sanremese
vedo un film in bianco e nero:
assai di più di qualche mese
è datato, ma sincero
di risate ed ironia
ed il tempo passa: via!

Poi, nel chiuder la visione,
sfioro i tasti ad uno ad uno
e, non senza l’intenzione
passo pure su Rai uno;
cospettaccio che spavento!
Carlo Cont, color pigmento,

ha il capello colorato!
Penso un po’… ma è lui o una copia?
sovrappongo il mascherone
ed appare in fotocopia
Berluscon raggiante in viso
trucc-parrucc e stereosorriso!

Spengo e penso; globalmente
non ho perso proprio niente!

Facci ridere, buffone

Provo a dirlo in breve: nani o ballerine, buffoni di corte o giocolieri, millantatori di magie o astrologhi, guitti e attori hanno sempre circondato il potere e/o molti despoti se ne sono circondati.
Il fatto che un comico imiti ridancianamente uno o più politici non è vera satira: può essere, e secondo il mio modesto parere è, una chiave di lettura morbida che interpreta allegramente fatti e misfatti, azioni e caratteri di chi ci comanda ed anestetizza le nostre reazioni.
Ancora più in breve: hai riso delle imitazioni di Renzi? Ottimo e così hai messo in moto una catarsi, una purificazione che ti libera: adesso ti è diventato quasi simpatico oppure pensi che, quasi quasi, è uno di cui si può ridere e comunque ti sei sfogato e la tua eventuale critica si attenua.
Per questo Crozza non è detto sia utile anche se diverte e ovviamente lo stesso meccanismo si può applicare a Berlusconi, a Monti, a Letta o a chi detenga potere. I potenti lo sanno bene, e d’altronde, per fare un esempio politicamente corretto e simpatico, tutti sanno quanto volentieri frequentino il David Letterman Show gli ottimi e autorevoli potenti della nazione più potente (dicono) del mondo.
Fa’ ch’io rida, buffone (come diceva il Duca di Mantova allo storpio Rigoletto)