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Noi siamo ancora qua

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Non mancano segnali che ci vogliono scoraggiare: la scena politica e il palcoscenico dei media ormai mandano in scena più baubau, spauracchi e fantasmi che non idee, proposte o programmi. Questo modo di agire  sembra essere un ulteriore strumento per manipolare le nostre opinioni.
Su tutti, in queste ore, prevale l’incubo del precipitare della crisi mentre dilaga il terrore ed aumentano i suicidi non solo di chi ha perso tutto, ma anche di chi teme di perdere.
Ci dicono che potrebbero non pagarci gli stipendi e le pensioni di chi ancora li ha, che potrebbe fallire il sistema, che potremmo diventare una colonia. Una catastrofe prossima ventura?
Eppure non ci siamo accorti, in questi anni, che l’Italia stava diventando da paese di cultura, di industrie e di agricoltura un paese di (con tutto il rispetto) bar, alberghi e servizi; di commercio e commercianti? E non ci siamo accorti che la ristorazione e l’ospitalità alberghiera così come il commercio sono diventati proprietà di catene sempre più grosse e abbiamo perso anche quello, per tacere della ricerca, dell’Arte svilita, dell’Istruzione svenduta?
E nonostante tutto ci illudevamo di avere ancora qualcosa?
Invece ci avevano tolto e avevamo perso, e perso di brutto.
Allora prima di disperarci irreversibilmente perché non ci chiediamo se  non sia  più importante anche quello che  possiamo comunque serbare e trattenere alla faccia di tutto, crisi compresa?
Chi si dispera ha certamente gravissime ragioni nate anche dalle odiose ingiustizie subìte, dalle iniquità che in passato si diceva, e con convinzione, gridano vendetta al cospetto di Dio.
Ma possiamo anche non invocare vendetta e possiamo conservare ancora tanto: ad esempio il saper fare e il saper essere, il prendersi cura e la vicinanza.
Non è un discorso moralistico il mio, vorrebbe poter essere, semmai, un discorso sociale.
Noi siamo ancora qua, ci siamo come persone pensati e civili; noi possiamo ancora esserci domani come esseri umani sociali capaci di dare, di donare anche solo parole che fanno compagnia.

Il sigillo di Dio ci fa tutti a sua immagine, anche se sofferenti o emarginati

Non è sempre facile intendersi e non solo perché spesso possiamo avere riferimenti culturali ed esperienze diverse, ma perché pensiamo che per dire ed essere efficaci occorra escogitare qualche argomentazione insolita o convincenti artifici retorici.
Invece l’insolito e il convincente sono solo una pallida rappresentazione quando la realtà di ciò che affermiamo è mediata solo da un riferimento culturale limpidamente dichiarato.

Ecco perché, imbattutami su Facebook in un post chiaro e profondo del mio amico Aurelio Romano, autore di vari testi e del bel libro Fides et ratio per tutti , ho pensato di ribloggarlo qui, senza commento e solo con questa mia piccola nota introduttiva ed informativa. Condivido la trasparente bellezza ed onestà di queste parole una per una. E ringrazio l’Autore.

“Vado in giro per il quartiere, per la città, e vedo un sacco di gente con problemi.Spesso sono anziani, ma non necessariamente: molte volte si indovina qualche disfunzione psichica, e sempre si rilevano emarginazione e sofferenza.
La società li considera rifiuti, e in questo dimostra di avere appreso molto bene la lezione di Nietzsche: deboli, esseri inferiori, gente che non è sufficiente ignorare, perchè il «superuomo» deve aggiungere un atto almeno interiore di disprezzo.
Al di fuori del cristianesimo, nessuna dottrina ha mai proposto al mondo la «morale degli schiavi», quella appunto che attribuisce valore a queste nullità deambulanti (o non deambulanti). Solo il cristianesimo o, al di fuori di esso, singole persone ispirate, riconoscono nell’ometto strambo, che parla da solo per strada, il sigillo di Dio: e non semplicemente quello della creazione, ma della creazione a Sua immagine e somiglianza; per la quale cosa l’intero firmamento non può competere con l’ultimo «scemo del villaggio».
Io sono fiero di appartenere alla scuola di quel Maestro ritenuto oggi troppo «buonista».
Poi, essendo un tipo trasgressivo, non voglio intrupparmi con i nipotini di Nietzsche, sai che scelta originale…
Chi si schiera da quella parte, cerchi di guidare con molta prudenza la sua automobile: se si schiantasse contro un muro rovinandosi il bel musino, potrebbe da un giorno all’altro passare dai «superuomini» agli schiavi…” – di Aurelio Romano