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Uscire dal gregge, parlarsi tra persone

SERESe Renzi ha vinto e può far suoi oltre duemilioni di consensi (lui ha fatto un su e su, e si attribuisce tutto il bottino) non si può far altro che prendere atto del risultato; personalmente mi sento di  fare solo qualche semplice deduzione con una premessa.
La premessa è che mettersi a contestare il risultato sarebbe, a mio avviso, inutile; tuttavia mi pare ovvio chiedersi se questo tipo di legge elettorale, fatta-in-casa per le primarie, non sia di maniera casereccia e se quindi il risultato non debba essere considerato, esternamente al pd, un dato su cui ragionare, ma non un dato scientifico imprescindibile per il futuro del paese, dei cittadini e pure del governo.
Detta, tuttavia, la premessa, fragile fin che si vuole ma fondata, rimangono alcune deduzioni preoccupanti.
A) Abbiamo per decenni osservato e denunciato l’effetto dei media nell’orientamento delle opinioni: però non siamo riusciti a fronteggiarlo.
B) Il programma di Renzi lo conosciamo ed è stato votato nonostante lui condisca con la parola “bellezza” tutta una serie di misure che considera indispensabili ma che aggravano, tagliando, la condizione di molti cittadini.
C) Non c’è differenza nell’ascoltare Renzi o l’imitazione che ne fa Crozza. Per questo Crozza, bravo certamente, non mi fa ridere e forse non sono la sola a immalinconirmi.

Sono argomenti, i miei, semplici e piani, forse troppo facili. Penso che semplici e piane siano anche le motivazioni di molti cittadini che sono andati o no al voto delle primarie, che andranno o no a votare alle politiche quando ci saranno.
Se non abbiamo il coraggio di pensare in modo critico e di dire parole scomode, parole petrose, se non abbiamo il coraggio di uscire dal gregge liberandoci dell’invasione delle menti che fanno il talk politici, e stavolta non faccio nomi tanto sono sempre gli stessi, allora è tutto inutile. Inutile come andare a votare “diversamente sinistra” come quando si scegliesse il migliore tra i tre tenorini.
Specifico che la mia non è una critica a chi vota, è una riflessione espressa apertamente sperando in una piazzetta virtuale non addomesticata con cui dialogare. Una piazzetta, una stradina, un vicoletto magari, in cui ci si possa passar voce senza prima esser passati dalla tv. Sarebbe già qualcosa.

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Matteo Renzi (o l’eloquenza volgare)

Bei tempi quelli della canotta del senatùr? Anche no. Non è necessario rimpiangere la ruspante grossolanità padana per trovare pesantuccio Matteo Renzi. Matteo ha un look su cui si potrebbe eccepire, ma che appare meno sguaiato di quello esibito dall’Umberto prima maniera; del resto altrettanto cafone della canotta alla Pacciani può apparire anche un doppiopetto ostentato e impomatato, tirato a lucido e che vernicia la corruzione. Quella di Renzi è invece la vera nuova immagine tendente alla volgarità rampante, quella che si afferma e brilla contenta di sé. Matteo Renzi appare volgare (ossia scontato, scontato, popolar-ammiccante) nel suo proporsi, nel suo sorrisetto gnè-gnè, nel suo esprimere fastose certezze siderali su argomenti banali, nel suo applicare ovunque e con dovizia aggettivi come “bello”, “meraviglioso”, “naturale”, nel suo dire “chi ha coraggio, chi ha entusiasmo, chi ha voglia” riferendosi esclusivamente a se stesso, nello sciorinare i suoi “sinceramente”, “con sincerità”, “con chiarezza” quando sta shiftando di brutto su un concetto; nel dire che augura successo all’avversario mentre gli sega, e nemmeno silenziosamente, le gambe della sedia.

La sua piacioneria ad usum del volgo è nel plurale majestatis (non lo usa più nemmeno il romano pontefice) che gli fa dire “noi” quando intende “io”, nel parlare con enfasi del futuro dell’Italia senza esporre altro che se stesso oppure nell’ostinarsi a dividere ottusamente giusto e sbagliato in base a un criterio grottesco e solo generazionale fino ad arrivare a lodare strumentalmente le dimissioni del papa emerito Ratzinger; scrive infatti nel suo blog: “Ho chiesto ai miei figli di accendere la tv insieme e abbiamo guardato le immagini del vecchio Papa che lascia, che se ne va, che saluta prima delle dimissioni. Non avrei mai immaginato di assistere alla scena di un Papa che dice basta. Che lui non è più in grado di farcela. Che giura obbedienza al suo successore. “ (come lo vorrebbe per se stesso!)

Matteo Renzi però piace; ammettiamolo: sciaguratamente piace e questa è una dannazione del nostro tempo televisionaro, grossolano, sprecone, superficiale e di bocca buona. Respingo sempre le critiche (comprese quelle filorenziane) che attribuiscono alla generazione come la mia le colpe che riguardano il dissesto economico. Le respingo proprio perché vengono da ignoranti tirati a lucido e non sono argomentabili; se invece una colpa l’abbiamo è di non essere riusciti a educare i matteorenzi che ora ci infestano con le loro vanterie da cicisbeo, con i loro atteggiamenti da miles gloriosus appena attenuati, con la supponenza di un tartufino-berluschineggiante.

O forse no, gente come lui che chiama i collaboratori “il mio staff”, ma che chiama il suo partito o la politica “questa roba qua” non era educabile. Succede.

La scialba tv dei duelli politici sulle primarie

La tv arrivò in casa mia negli anni 60, quando ero appena ragazzina, con le Olimpiadi di Berruti e Wilma Rudolph, e con loro entrarono Jader Jacobelli, Paolo Granzotto (e la sua stilografica), Ugo Zatterin, e poi Giorgio Vecchietti (che non mi piaceva) con le rispettive imitazioni del rimpianto Alighiero Noschese.
Quel doppio piano vita/satira aveva una valenza oggi perduta. Si imitavano per il loro essere seri, ma fin troppo umani e quindi soggetti a caratteristici modi di parlare, di fare, di proporsi, a qualche tic ed inflessione ma, vivaddio, fior di giornalisti colti, o almeno eruditi, dignitosamente rappresentanti anche le curiosità dei cittadini.
Chi potrebbe, oggi, far satira, seriamente, su qualcuno/a degli attuali tele giornalisti e tele giornaliste che si esibiscono col bilancino in mano e la partita doppia degli interventi, con la mediazione sempre pronta, col politically correct ossessivamente applicato, col diritto di replica che vien prima dell’intervento, con il look studiatissimo e lo schema di comportamento e di comunicazione diligentissimamente mutuati da format comunicativi preimpostati e conquistato in evidenti master dedicati e non perdono nemmeno un momento per presentare reciprocamente l’uno l’ultimo “libro” dell’altro?
E non solo.Per far satira occorre la ciccia con un sorso di rosso, mentre qui si mangia solo di magro e si beve insipida acquetta.

No, non sono nostalgica per niente, ma lo squallore è squallore. E a questo punto mi costringo a chiedermi se non sia davvero venuta meno tutta la scena, compresi baracche e burattini e  se Enza Sampò, la cotonata vibrante di cui tutti ridacchiavamo un po’, non avrebbe fatto, molto meglio delle attuali tele giornaliste, la sua bella e credibile figura.
Visto che ci siamo mi riprenderei anche Ruggero Orlando, l’urlatore  che agitava il braccio proclamando “qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando! “: collegamenti registrati i suoi, ma molto meno genuflessi degli attuali in diretta.