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Insegnanti: la protesta sull’orario sia seria

18 ORE vs art 18?

La protesta sia seria, come questa.

La protesta contro gli effetti della legge di stabilità sull’orario dei docenti ha fondamenti troppo seri per non esser sostenuta, ma ha anche eventuali conseguenze e ricadute che colpirebbero soprattutto famiglie e studenti.
Non mancano, in rete come nei media, testimonianze e dichiarazioni motivate e del tutto condivisibili.
Ho trascorso una vita di studio e lavoro nella scuola, come studentessa prima, poi per qualche anno come ricercatrice e infine come insegnante, la conosco come le mie tasche, la amo e non vorrei né potrei non argomentare tutte le ragioni della rivolta in atto.
Non posso, tuttavia, nemmeno tacere il disagio che provo quando la mia categoria, esprime in questo modo il suo dissenso; e sono tentata di affermare che questa protesta non è seriamente espressa.
Si contesta, ad esempio, l’aumento di lavoro elencando le evidenti fatiche di una professione non facile, ma è anche vero che nessuno obbliga a svolgerla.
Si rileva che l’aumento delle ore è di fatto corrispondente ad una diminuzione dello stipendio, ed è vero. Ma ci accorgiamo solo adesso che il patto sociale è saltato o siamo i soliti cittadini di Insaputopoli?
No, non sto vestendo i panni di Elsa Fornero dalla quale mi separa un abisso di denaro e privilegi, vita di lavoro, di convinzioni etiche, politiche e culturali. Osservo le formule della protesta e leggo: “Al liceo Talete di Roma i docenti hanno annunciato una settimana di «sciopero bianco». In classe si farà solo «didattica essenziale». A Palermo due docenti si sono rifiutati di ricoprire l’incarico di coordinatori di classe. Un precario di Ferrara ha persino stampato una serie di magliette con frasi del tipo: “Pubblica (d)istruzione” (sic! vecchio quest’ultimo slogan, di almeno 20 anni…).

Va detto che ci sono insegnanti, ne cito una per tutti, Lorenza Bonino, che si esprimono in rete con articoli di forma e sostanza qualificatissime, a testimonianza che la categoria non manca di brillanti teste pensanti e critiche. Tuttavia io penso che verso un potere, come l’attuale, che dia alla cultura solo un peso marginale, tanto da affrettarsi a potarla brutalmente, ma sfiorando appena i veri sprechi, che si dovrebbe reagire diversamente. In realtà si sarebbe dovuto da molto tempo andare all’attacco, usando tutte le strade possibili dell’autonomia, e sarebbe oggi utile asciugare le lacrime e i fazzoletti e soprattutto non dimenticare che quando si chiede la solidarietà si deve anche proporre la reciprocità; il mondo del lavoro per chi non insegna non è sempre migliore, altre professioni non godono condizioni più garantite, anzi. Conosco, e conosciamo, lavoratori soggetti regolarmente a mobbing, lavoratrici e lavoratori che vivono in fabbriche inquinanti dove si muore, funzionari ed impiegati sottoposti a stress e angherie da capetti o capoccioni ignoranti ma prepotenti e potenti, giovani donne costrette a firmare dimissioni in bianco e tanti altri casi che ci riportano secoli indietro: per tacere dell’abolizione dell’Articolo 18, simbolo della privazione unilaterale di tutte le garanzie del lavoro nonché dell’abolizione progressiva dello stato sociale.
Ma mentre il mondo del lavoro peggiora di giorno in giorno i docenti  di ruolo, ad esempio, hanno ben poco sostenuto e difeso quella dei precari; quando, infatti, hanno scioperato massicciamente al loro fianco?
Guardando, inoltre, fuori dal  proprio orticello vediamo pochissime o rare iniziative per fronteggiare il pesante pedaggio delle famiglie costrette ad acquistare libri di testo in costante aumento  e pesanti in tutti i sensi sia per il bilancio di casa, sia per le spalle dei ragazzini, sia per la qualità.
E ancora: decine di migliaia di concittadini esodati, negozianti che chiudono,cassintegrati, in mobilità, licenziati, precarizzati a vita, artigiani senza più lavoro: perché non affiancarli?
Si continua a far lezione ai figli di queste persone, ma sappiamo che non possono più permettersi le spese per vacanze, le visite di studio, le attività extra.
Vero: la scuola non può farsi carico di tutto questo, ma può mandare più significativi forti messaggi di solidarietà, partecipare alle manifestazioni seriamente, la scuola deve evitare di imbozzolarsi nel proprio particulare per affacciarsi al presente solo quando si toccano le 18 ore.
No, la scuola non può risolvere i problemi che i politici mettono sulle nostre spalle e i sindacalisti alla Bonanni e soci shiftano in leggerezza; però può  seriamente chiedere la solidarietà sociale e far pagare, ancora una volta e in altro modo,  ragazzi e famiglie penalizzandoli con scioperi bianchi ed altre consimili misure che possono apparire corporative?
Si può  davvero vestire legittimamente l’abito delle vittime sacrificali lamentando le penalizzazioni che ci toccano e poi, magari, sospendere i ragazzi quando scioperano, tentano di occupare le scuole o manifestano, in altro modo, il loro profondo disagio di giovani senza futuro?
Tutto il paese, e non solo il nostro, è in recessione: solo l’unione può farci trovare risorse e motivazioni, strumenti e strategie politiche, economiche, sociali per uscirne. Se, al contrario, si affrontano i problemi particolari quando e perché ci toccano personalmente, ma quando toccano agli “altri” siamo distratti allora saremmo simili all’archetipo del contadino che ti spara una rosa di piombini nel sedere perché teme che gli rubi una gallina, ma guarda passare i cortei degli operai e con le loro bandiere, fa spallucce e si china sui cavoli propri a schiacciare le rughe o a scacchiolare i germogli soprannumerari…

E se ognuno pensa solo ai cavoli propri, cari prof, beh la partita è persa. E la scuola è davvero finita. La protesta sociale è una cosa seria.