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Vivere oggi e vivere ieri

  • Forse accettare questa nuova realtà è davvero più difficile per chi sia nato e vissuto solo dagli anni ’80 del ‘900. E davvero affermare spensieratamente “Quant’è bella giovinezza” a volte è arduo.
    Forse ( il dubbio è davvero necessario) per chi ha conosciuto solo la società conforme all’attuale modello, quello che e si è formato dopo l’era che chiamavamo del riflusso e che grosso modo potremmo affiancare alla nascita della tv del biscione, è impossibile trovare respiro in quella attuale, ossia in una realtà dove invece è necessario attingere, per trovare pause di equilibrata serenità, a risorse personali.
    Le risorse personali, (provo a dire, ma non con l’intenzione di sentenziare), sono quelle costituite anche da una base di tradizione di famiglia, di esperienze improntate a difficoltà da superare, da una scuola capace di dire no, da principi da rispettare. Per qualcuno sono risorse frutto anche di rinunce piccole o grandi, frutto di abiti ereditati da fratelli o sorelle, di due paia di scarpe all’anno e di colazioni con caffellatte e pane del giorno prima o di pranzi cucinati o riscaldati alla meglio. Di ore di “noia” superate cercando qualcosa da fare, qualcuno con cui parlare. O un libro desiderato e da leggere e spesso rileggere due o tre volte, perché non si avevano frequentemente dei regali.
    Non sto dicendo che fosse meglio allora.
    Sarebbe sciocco oltre che inutile.
    Ma forse posso dire che si diventa più fragili quando si nasce e cresce in un mondo che non finisce da nessuna parte, in cui ti dicono che devi perseguire i sogni a qualsiasi costo e dove, spesso, non si hanno confronti con se stessi e con i propri limiti.
    A me sembra che si viva con insoddisfazione in un mondo invaso continuamente da comunicazioni suggestive e allettanti e dove la quotidianità è basata sul rito: ad esempio ci si deve rilassare pena lo stress, non si deve accettare un limite o ci ritiene meritevoli di tutto ciò che vorremmo per noi, ma senza troppo calcolare gli altri.
    So da me che il discorso è noioso. So anche che non è concludente.
    Penso tuttavia che sia un discorso serio.

Una Fiaba di #Natale – La piccola venditrice di accendini (ex fiammiferaia).

Nota: le parti scritte in grassetto sono citazioni da l’originale di H.C.Andersen, quelle in corsivo sono ideate da me, quelle in carattere normale sono la cornice narrativa.
La nostra è la storia di una piccola incendiaria involontaria, ossia di una bambina come tante.

NATALE? Non sembrerà davvero Natale senza una fiaba, pensava Profi.
Così quando quel 23 dicembre dell’ennesimo anno di scuola entrò in classe e…
-Profi!- dissero, con tono affettuoso, Alessio e Fabio – abbiamo portato qualche dolce e qualche bibita! possiamo…?- ella esitò un attimo, ma poi sorrise perché sui banchi c’erano già torte, pandolci, torroni e una fila di bottiglie dorate. -Una festa non è una vera festa – aveva detto Profi – senza una bella storia da raccontare –
-Buono! e questa bibita com’è fresca e aromatica!- disse lei assaggiando qui e là.-E’ una spremuta speciale fatta in campagna da nonno mio! – rispose fiero e sornione Alessio versandone un altro bicchierone a Profi che bevve a piccoli sorsi inebriati.In fondo questi ragazzacci mi vogliono bene! pensava mentre sentiva scorrere tanta dolcezza dentro di sé e aveva voglia di cantare, ma si tratteneva e annuiva dondolando un po’ la testa.
-Profi, ma la storia che ci doveva raccontare? –  chiesero Serena e Pamela mentre tutti continuava a riempire i bicchieri di tutti.
Lei si sentiva ora un po’ confusa, ma aveva già un’idea: non le piaceva leggere in classe e avrebbe detto la storia con parole sue; pensava che sarebbe riuscita ad interessarli di più.
-Il racconto per le feste di Natale è un po’ commovente-  premise
-Ti pareva- borbottò Martina – Gli scrittori sono tutti un po’ sfigati! – 
-Martina, ti prego!-
– Mi scusi Profi, però gli scrittori hanno questo vizio. – 

-Dunque il racconto – iniziò Profi – si chiama: “La piccola venditrice di accendini”-
I ragazzi sbocconcellavano le ultime scaglie di torrone, la spremuta campagnola scorreva tra i bicchieri di plastica illuminati dai display dei telefonini, qualcuno aveva portato in classe addirittura un monitor e la play-station, Francesco sognava una stanza d’albergo a Pigalle, Sabatino fantasticava di scappare lontano dalla mamma, Simone si ostinava a fare la punta alle sue matite e Pietro guardava tutti con occhi da gatto stralunato: sperava che il racconto finisse presto, aveva i suoi buoni motivi.
Era l’ultimo giorno dell’anno, faceva molto freddo e cominciava a nevicare . Quell’anno il gelo  era arrivato molto presto e i passeri cadevano intirizziti dai rami. Era l’ultimo giorno dell’anno. Faceva molto freddo e cominciava a nevicare. Una povera bambina camminava per la strada con la testa e i piedi nudi. La bambina camminava con i piedi lividi dal freddo. Non era riuscita a vendere a nessuno perché le strade erano deserte. Per la piccola venditrice era stata una brutta giornata e le sue tasche erano vuote. – 
– Ricco!- disse Martina, – Lo sapevo: ‘na traggedia…-
Pietro quasi ringhiava, e sonnecchiano socchiudeva gli occhi, d’un rantolo asmatico:
-A Fabbio…- accennava all’amico che prontamente comprese e rabboccò il bicchiere di Profi – Fàmola beve, sennò…-
Ma lei pareva trasognata perché la letteratura e le favole avevano sempre su di lei un effetto ipnotico e quasi non vedeva più nessuno intorno a sé, ma solo quel mondo fantastico che andava dipanando dalla sua fantasia e che sentiva più euforico e un po’ indisciplinato questa volta. 

La bambina camminava con le vesti troppo lievi per quel freddo, e con i piedini nudi e intirizziti infilati in pantofole troppo grandi; non erano le sue, le aveva ereditate dalla mamma che era partita da tre anni per Boca Chica nel Mar Caribe dove partecipava ad un format televisivo, una gara di sopravvivenza ad oltranza e avrebbe dovuto resistere, per il bene della sua propria immagine, il più a lungo possibile nutrendosi solo di noccioline velenose  e fetidi conchiglioni. 
La piccola bambina era rimasta sola col patrigno, che la affittava ai suonatori ambulanti della metro B di mattina e la costringeva a vendere accendini e Kleenex falsi,  di pomeriggio, al semaforo di Piazzale Douhet, ma in cambio non le dava quasi da mangiare. 

La piccola aveva dunque molta fame e molto freddo. Sui suoi lunghi capelli biondi cadevano i fiocchi di neve mentre tutte le finestre erano illuminate e i profumi degli arrosti si diffondevano nella strada; era l’ultimo giorno dell’anno e lei non pensava ad altro! 
Aveva già passato tutta la mattina nei vagoni della Metro B: aveva viaggiato sulla linea avanti e indietro da Laurentina a Rebibbia, tra spintoni e imprecazioni, senza riuscire a raccogliere abbastanza monete nel  bicchiere di carta di McDonald’s che teneva nella manina, e il pomeriggio non era riuscita a vendere nemmeno un accendino.- 
Qui Profi fece una piccola pausa; era turbata e commossa, la voce cominciava a tremarle un poco. Massimo invece si era sdraiato tutto lungo sul banco e russava leggermente come un gatto del focolare, Alessio F. pareva catalettico, non lasciava la sua bottiglia e le ragazze si stavano truccando. Lei però non se ne accorgeva, bevve un altro sorso e prosegui:
Il freddo l’assaliva sempre più. La bambina non osava ritornarsene a casa senza un soldo, il padrino l’avrebbe picchiata e rimandata fuori al freddo.
Il cielo era sempre più grigio e si avviò, con piccola figura curva, tristemente per viale dell’Aeronautica; per riscaldarsi le dita congelate, ogni tanto schiacciava un accendino  facendone sprizzare una tenue fiammella azzurra che le sembrava calda e brillante. Giunta ad un incrocio alzò gli occhi: in giro non c’era nessuno,  ma tutte le finestre erano illuminate e i profumi degli arrosti del cenone si diffondevano nella strada. Percorse viale delle Montagne Rocciose e arrivò in un viale molto più grande fiancheggiato da pini giganteschi i cui rami aerei, incurvati dalla neve,  disegnavano trame nere irreali nel cielo grigio;  qui si fermò accanto ad un cancello che chiudeva  un ampio cortile deserto.
Il suo cuore batteva spaurito, ma riuscì a scavalcare il cancello, tenendo stretto il suo vestitino con le tasche piene di accendini. 
La piccola si trovò davanti ad  un grande edificio geometrico  di mattoni rossi, aveva perso le pantofole per salire sul cancello e i suoi piedini erano ora nudi e gelati; si avvicino all’edificio, si sedette in un angolo, fra due muri sotto una grande scalinata. Aveva ancora le tasche piene di fazzoletti di carta e accendini. Ne prese uno e premette la levetta, si accese una fiamma calda, brillante, bizzarra, alla bambina sembrò di vedere un bel caminetto luccicante nel quale bruciavano alcuni ceppi. Avvicinò i suoi piedini al fuoco… ma la fiamma si spense e scomparve. La bambina accese un secondoaccendino: questa volta diede fuoco anche ad un fazzolettino di carta e la luce fu così intensa che poté immaginare nella casa vicina una tavola ricoperta da una bianca tovaglia sulla quale erano sistemati piatti deliziosi, decorati graziosamente. Un’oca arrosto le strizzò l’occhio e subito si diresse verso di lei. La bambina le tese le mani… ma la visione scomparve quando si spense il fuoco. Nel frattempo giunse così la notte. “Ancora una volta!” disse la bambina aprì un intera confezione di otto fazzoletti Crac! Si accese una fiammata che fece anche un po’ di fumo: una  finestra dell’edificio spalancò con violenza e si affacciò una faccia rossa  e sudata con due occhi liquidi coperti da lenti spesse: – che fai lì per terra? e perché accendi il fuoco? –
– Mi scusi signore – disse la bambina tossendo un po’ affumicata, – ho tanto freddo! 
– Vai a casa da tua madre, allora, che ci fai qui?
– Non una casa con la mamma, non ho nessuno che mi voglia bene, è la notte di capodanno e se accendo un piccolo fuoco riesco ad immaginare di vedere cose buone da mangiare  e le persone che … 
– Insomma, non bastano i danni che ogni giorno fanno nel mio Istituto quei giovani di malaffare? Ora ci voleva pure una stracciona come che brucia carta? Questa è una scuola e io sto lavorando!
– Mi scusi buon signore, ma perché lavora nell’ultima notte dell’anno? Perfino io, che come vede sono povera e affamata sto cercando di riposarmi un po’.

– Ah rispondi? Anche arroganti questi straccioni! Via! Vattene dalla mia scuola!- Ma io cercavo solo di scaldarmi; ho i piedini gelati, i capelli bagnati, la mamma sta a Boca Chica e il patrigno mi costringe lavorare e mi affitta ai venditori ambulanti.
– Ad ognuno i suoi problemi e le sue responsabilità! Il Regolamento della mia scuola non prevede la presenza di bambini straccioni e figli di gente di pessima reputazione! –

– Mi scusi signore, ma io ho tanto freddo e tanta fame, lei non potrebbe farmi rimanere un po’ qui?
– Ragazzina allora tu non capisci, io non sono un signore  qualunque! Io sono – e qui gonfiò le vene del collo già rosso e congestionato e lo scarso torace –  sono il Gran Responsabile Supremo Morale, Civile e Fisico di questa scuola e mi occupo solo di cose importanti! Sono un Dirigente!
– Ma se questa è una scuola – tentò di dire la piccola, che rispondeva ormai piangendo – e io sono una bambina sola e infelice,  congelata e affamata e lei signor Dirigente, si interesserà della sorte dei ragazzi-

– Ecco appunto, sei un pessimo soggetto! Quelli come te non hanno bisogno di scuola, ma di una buona rieducazione. Vattene, io ho da fare, per dar retta a te non ho salvato il mio file  e mi si è impallato portatile mentre scrivevo le mie circolari!
– La prego, signor Gran  Responsabile Supremo ecc ecc. tutti festeggiano questa notte, tranne me che sono povera e sola e lei! Ma perché le sue circolari le scrive ora: è la gran notte di …
– Basta! Se non te ne vai chiamo la polizia!
– No, le guardie no! disse la piccina bionda dai riccioli pieni di neve. E si allontanò, stringendosi negli straccetti che indossava, gli occhi pieni di lacrime. Siccome non aveva più forze per camminare e raggiunse l’altro lato del grande cortile. Laggiù, in fondo, si nascose dietro a un muretto dove nessuno potesse vederla. 
Prese quindi un altro accendino, cercò qualcosa da aggiungere ai kleenex per farne un po’ di fuoco e trovò per terra, tra la neve, dei contorti mozziconi fumati gettati certamente là dai ragazzi della scuola, li aggiunse ad un  pacchetto di fazzolettini e fece sprizzare la fiamma….

 Appena acceso il fuoco si levò molto fumo e lei subito si sentì bene, vide vicinissimo a sé un albero di Natale con mille candeline che brillavano sui suoi rami illuminando giocattoli meravigliosi. Le candeline sembrarono salire in cielo… ma in realtà erano le stelle. La bambina pensò allora alla nonna, che amava tanto, ma che era morta e le aveva detto spesso: ” Quando cade una stella, c’ è un’anima che sale in cielo“. Allora alimentò il fuoco con altri mozziconi e tutti i suoi fazzoletti  e le visioni aumentarono vide degli angeli e la nonna, una bella casa riscaldata, tanti bimbi amici, una tavola piena di cibi etnici, la televisione con la parabola, una collezione  intera dei cd di Renato Zero e un impianto stereo : – Nonna gridò la bambina tendendole le braccia, – portami con te! Non voglio che il fuoco si spenga! So che quando il fuoco si spegnerà anche tu sparirai come il bell’albero di Natale 
La nonna sorrise dolcemente, con un misterioso luccichìo in fondo agli occhi che rifletteva la fiamma fumosa suscitata: piccina mia – rispose – sei troppo buona e ingenua, non vedi ,che questo fuoco ormai si diffonde e durerà a lungo?  La bambina allora accese rapidamente uno dopo l’altro tutti i suoi accendini che diffusero una luce più intensa di quella del giorno. 

La fiamma cresceva cresceva, il calore fece scoppiare una vetrata lì  accanto e qualche favilla penetrò nell’edificio, cadde vicino ad un mucchio di vecchie carte impilate in un angolo che presero fuoco, e lo trasmisero alle stanze, piene di vecchie sedie e cattedre cadenti; le fiamme  si propagarono lungo i corridoi, le sirene d’allarme antincendio cominciarono a suonare….  il fuoco attaccò quindi  l’ascensore che aveva le porte aperte: la fiammata, gigantesca, alimentata dai cavi elettrici e dall’effetto camino del vano dell’ascensore rombò cupamente ed esplose oltre il tetto dell’edificio con un effetto lava lapilli e cenere che nemmeno il Pinatube,  poi fu la volta degli antifurto dei laboratori che suonarono anch’essi, all’inizio striduli e laceranti,  ma poi sempre più rochi. Ma era una notte di festa e nessuno intervenne né diede l’allarme perché intanto scoccava la mezzanotte, i televisori risuonavano a tutto volume e trasmettevano musica caraibica,  il cielo era uno sfavillìo di petardi, di razzi, di fuochi artificiali e trombe da stadio, l’aria era affumicata dal fumo dei fischioni e dei botti clandestini, la gente brindava felice e più rumore e più fumo c’era e più tutti erano felici.

La bambina volava nel cielo, come una figurina luminosa e smemorata in un quadro di Marc Chagall, e raggiungeva nonna.-.

Qui Profi si asciugò una furtiva lacrima, oramai proseguiva il racconto del tutto trasognata e come se lo raccontasse a se stessa.

-Solo all’alba del giorno seguente un insonne e vivace pensionato, uscito incolume dal cenone di capodanno, si accorse, mentre portava il suo Chihuahua con il cappottino scozzese a far pipì, che l’edificio era un mucchio di rovine fumanti, e che un tizio, tutto irrigidito, con i vestiti sbruciacchiati, i capelli ritti sul capo, un paio di occhiali liquefatti sul naso rosso, un fascio di carte annerite sotto l’ascella sinistra e una scatola nera rettangolare sotto la destra, stava raggomitolato vicino al cancello da cui forse non era riuscito a fuggire. Il tizio sbruciacchiato frignava: – via! via! come vi permettete giovinastri! chiamo la polizia, l’esercito, la guardia di finanza e i pompieri!

-Forse era meglio chiamare i pompieri per primi… – sogghignò il pensionato tirando di lungo-

Profi non se ne era accorta, ma per fortuna era suonata la campanella, i ragazzi se ne erano andati, e il finale lo raccontò solo a se stessa. Come tanti suoi desideri.

Maria Serena Peterlin
(scrittura originale)

e Renzi s’addice al Benigni

hqdefaultNo, non gioisco anche perché non mi piace vincere facile, solo mi lecco un po’ baffi e graffi costatando la penosa sorpresa dei molti che basiscono, si addolorano e si mostrano delusi per l’inchino e il consensuale abbraccio di Benigni verso Renzi.

E non mi chiedo come si potesse pensare che quel provincialotto pratese fosse qualcosa di più di un ben raccomandato, abile affabulatore di ciarle in salsa ideologico-populista, uno che sfodera un film su un olocausto camuffato da novella per la buonanotte, uno che legge Dante come se fosse un romanz-fumetto con Dante e Virgilio sospesi tra Robin e Batman e uno che legge la Costituzione come se fosse il regolamento del fantacalcio.

Non me lo chiedo, altrimenti avrei trovato la risposta che non io sola sto cercando; si tratta della risposta a una semplice, ma fastidiosa, domanda: perché troppi italiani sono felici succubi dei media e altrettanto felici, come l’inconsapevole trionfante tacchino di natale, della continua affermazione del liberismo in casa nostra?

E mi piacerebbe trovare quella risposta, ma mi attenua il fastidio il non essere la sola a cercarla. 

Il fenomeno Benigni, tolti gli esordi e poi e poi, penso sia un imbroglio ben pagato e ben costruito, ma appagante per chi non voglia farsi domande almeno finchè riesce a pedalare col naso fuori dal guano.

Lo penso, l’ho pensato, l’ho pure scribacchiato. Il potere emana un fascino pari solo alla brama di successo e denaro. E Renzi s’addice al Benigni.

La paura non rende liberi (modeste ragioni del nostro scontento – 3)

L’attuale modo di fare giornalismo non mi piace da parecchio (e nel disapprovarlo non sono sola). In questi ultimi giorni ed ore sta mostrando il suo volto meno nobile. La ricerca dell’emozione, del macabro, dell’orrore sembrano sempre più allestimento di spettacolo che tenga lo spettatore avvinto e sempre meno riflessione su eventi mondiali tragici ma fronteggiabili. Che il mondo non possa resistere e difendersi dal terrorismo appare infatti incredibile; ovviamente gli assassini non smettono o non smetteranno spontaneamente di uccidere, ma non sono la bomba atomica, almeno non per ora. E pur violenti e mostruosi sono sempre un numero contenuto, almeno per ora.
Invece se ne parla come se il rapporto con il resto degli abitanti del pianeta fosse uno a uno. E non è così. Se ne parla come se i formidabili e temibili arsenali di guerra che le super potenze (che ancora esistono e dominano) possiedono fossero aeroplanini di cartone e cerbottane con palline di mollica di pane.
E così noi abbiamo paura, sorridiamo all’intervistatore di turno che chiede a viaggiatori e passanti se si sentono “più sicuri o rassicurati” per essere stati perquisiti o per avere la presenza di militari in città o alle stazioni: questo a me sembra uno sviare dalla verità. E viaggiatori e passanti annuiscono: “sì come no, mi perquisiscano pure, mi piace, sono contento!”
Forse sarebbe il caso di ragionare: se siamo presidiati, perquisiti, controllati non è perché così siamo più sicuri, ma perché siamo meno liberi e abbiamo ceduto la libertà in cambio di un piatto avvelenato da terrorismo e guardiani del medesimo.
E se siamo disposti a cedere libertà in cambio di paura, allora non siamo affatto più sicuri. Se le misure di controllo sono necessarie non possono, però, e non dovrebbero tranquillizzare nessuno.
Se fossimo tranquilli non ne avremmo bisogno.

Se, al contrario, potessimo stare tranquilli allora potremmo ammettere che la prevenzione funziona, ma deve funzionare dove nasce il terrore, non solo dove esplode e uccide.
Sono consapevole di stonare nel coro, ma pazienza.
Stonar non nuoce, e io stono  ma dico sommessamente che la paura no, la paura non ha mai reso libero nessuno.