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e guardai nella valle: era sparito

dscn0009 (3)Mi accadeva, quando scrivevo solo nei miei blog, di buttar giù anche eccessi, sia positivi sia negativi, ma anche cose che, rilette oggi, sono contenta d’aver scritto e di ritrovare.
Poi è iniziata la mia esperienza social, su fB; la mia intenzione era di coltivare dialogo e relazione amichevole con persone, di confrontarmi esprimendo pensieri e opinioni in forma di parole o immagini.
Ero partita dalla felice, credo, illusione che la rete offrisse un’apertura prima non immaginabile ad un arricchimento reciproco, a uno scambio spesso vivace, qualche volta affettuoso e, più raramente, polemico.
Ma la rete si è rivelata tale di nome e di fatto: al suo centro vi è una sorta di viscosa bava di ragno che finisce per avvolgere mettendoci tutti in conserva, nostro malgrado s’intende.
Si finisce per amplificare quello che i media dicono, e quello si rivela un orizzonte dal raggio sempre più corto. Invano pensiamo che le nostre parole o immagini aggiungano: in realtà ricamano e tessono la tela di Penelope, ma di una Penelope-Aracne  condannata a tessere la stessa tela senza veder sopraggiungere o tornare nessun Ulisse.
Invece il mio mito, per quanto discutibile, era ed è proprio quello di Ulisse omerico o dantesco poco importa.pc
E dunque eccomi qui ad una provvisoria conclusione, la definisco provvisoria perché nulla possiamo considerare umanamente eterno.
Ritorno a Tara, ossia ritorno ai miei blog. Della rete resterà la parte, fino ad ora, più libera.
Guardo nella valle, e non vedo più i social, riesco a farli sparire.
Pochi lettori? Tanti lettori? Mah questo è, tutto sommato meno importante che essere liberi.

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La paura non rende liberi (modeste ragioni del nostro scontento – 3)

L’attuale modo di fare giornalismo non mi piace da parecchio (e nel disapprovarlo non sono sola). In questi ultimi giorni ed ore sta mostrando il suo volto meno nobile. La ricerca dell’emozione, del macabro, dell’orrore sembrano sempre più allestimento di spettacolo che tenga lo spettatore avvinto e sempre meno riflessione su eventi mondiali tragici ma fronteggiabili. Che il mondo non possa resistere e difendersi dal terrorismo appare infatti incredibile; ovviamente gli assassini non smettono o non smetteranno spontaneamente di uccidere, ma non sono la bomba atomica, almeno non per ora. E pur violenti e mostruosi sono sempre un numero contenuto, almeno per ora.
Invece se ne parla come se il rapporto con il resto degli abitanti del pianeta fosse uno a uno. E non è così. Se ne parla come se i formidabili e temibili arsenali di guerra che le super potenze (che ancora esistono e dominano) possiedono fossero aeroplanini di cartone e cerbottane con palline di mollica di pane.
E così noi abbiamo paura, sorridiamo all’intervistatore di turno che chiede a viaggiatori e passanti se si sentono “più sicuri o rassicurati” per essere stati perquisiti o per avere la presenza di militari in città o alle stazioni: questo a me sembra uno sviare dalla verità. E viaggiatori e passanti annuiscono: “sì come no, mi perquisiscano pure, mi piace, sono contento!”
Forse sarebbe il caso di ragionare: se siamo presidiati, perquisiti, controllati non è perché così siamo più sicuri, ma perché siamo meno liberi e abbiamo ceduto la libertà in cambio di un piatto avvelenato da terrorismo e guardiani del medesimo.
E se siamo disposti a cedere libertà in cambio di paura, allora non siamo affatto più sicuri. Se le misure di controllo sono necessarie non possono, però, e non dovrebbero tranquillizzare nessuno.
Se fossimo tranquilli non ne avremmo bisogno.

Se, al contrario, potessimo stare tranquilli allora potremmo ammettere che la prevenzione funziona, ma deve funzionare dove nasce il terrore, non solo dove esplode e uccide.
Sono consapevole di stonare nel coro, ma pazienza.
Stonar non nuoce, e io stono  ma dico sommessamente che la paura no, la paura non ha mai reso libero nessuno.

Articolo 33

Francamente non potrei dire che la nostra scuola statale sia la migliore delle scuole possibili; tuttavia una cosa penso di poter dire con cognizione di causa: nella nostra scuola statale, tanto denigrata da ignoranti in materia e strumentalizzazioni privatistiche, la LIBERTA’ di insegnamento esisteva. E con essa esisteva anche la Libertà di essere bravi docenti. Non è una distinzione sottile, e chi ha esperienza di scuola lo sa. Essere liberi significa, ahimè, anche essere somari liberi, cialtroni liberi, ignoranti liberi, però questi difetti gravi e pesanti possono essere affrontati. Essere liberi di essere bravi significa invece, e parlo per i miei colleghi che ho ammirato ed ammiro tutt’ora, non certo per me, significa lasciare in mano ai nostri allievi una luce, significa seminare per il futuro, significa insegnare ad essere teste pensati e critiche.
Ebbene è proprio questa qualità che si vorrebbe cancellare.
Difendiamo la libertà della scuola pubblica e dell’insegnamento: sono principi dichiarati dalla nostra Carta Costituzionale.
Roba vecchia vero? per queste quattro squinzie e questi quattro cialtroni che soggiornano in tv più che a casa loro.
Ma a noi questa roba non sembra vecchia, guarda un po’.

5 Maggio: Ei fu, noi no. E libertà nemmeno.

“Tastiere scroscianti” di Susanna Garavaglia

Percossi e attoniti, ma non muti, come ci vorrebbero, assistiamo subendo, per ora, un clima grigio e che non chiamiamo plumbeo solo per evitare qualunque lontano fraintendimento, ad una farsa politica che non ci vuole e non vogliamo.
Vediamo e viviamo nel paese delle emergenze, delle urgenze, delle necessità immediate sulla scorta delle quali siamo bombardati da messaggi che o si fa così o casca tutto, o si ingoia il rospo o il rospo ci ingoierà, o facciamo ciò che chiede l’UE (salvo interpretare sempre per il peggio ovvero per la discesa infernale) o l’UE farà ciò che vuole di noi.
Così accade che si vada alle elezioni di corsa (al voto, al voto!), senza nemmeno mandare davanti al Parlamento il Governo in carica e che il risultato del voto sia quello che sappiamo.
Ed accade che le consultazioni per il governo siano sollecitate, pressate, spremute e la spremuta sia un consiglio di saggi di nomina quasi regia.
Ed accade anche che le Camere non siano abbastanza veloci (presto! presto!) da partorire rapidamente un Presidente e che si ricorra al riciclaggio veloce.
Nel frattempo era accaduto che i partiti non fossero più partiti, ossia non esprimessero più un pensiero, un’idea, un progetto coraggioso e chiaro ma avessero preso a mixare un po’ questo e un po’ quello pur di non esser più nulla, che uomini politici si affannassero a cucire casacche rivoltabili e assomigliassero sempre più a spaventapasseri anche loro riciclati.
E recentemente accade che perfino conquiste di civiltà, su cui il mondo ormai conviene, vengano barattate per una poltroncina o uno strapuntino di potere, che si brindi mentre volano pistolettate e che si muoia dentro e fuori di noi mentre ci si chiede di abbassare i toni.

Già abbassiamo i toni, abbassiamo l’Imu, abbassiamo il tenore di vita, abbassiamo le nascite, abbassiamo le pretese di istruire i figli, abbassiamo la vita media non curandoci più, abbassiamo la velocità delle auto per non consumare carburante, abbassiamo la libertà di espressione per non turbare i sonni dei medievalisti e lasciamo che le belle addormentate russino felici in una foresta pietrificata.
Invece, pur percossi e attoniti, ci rifiutiamo di essere anche muti e vogliamo continuare a parlare e scrivere.
Ei fu. Noi no. Ci siamo e continueremo a disturbare i sonni con lievi ma scroscianti fruscii delle nostre tastiere.