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Auguri, Italia

Eppure sembra impossibile che la nostra Repubblica “nata dalla Resistenza”, come si amava affermare, sia nelle mani di piccoli borghesi farfuglianti tutti tesi a spartirsi fette di elettorato e potere che potere poi nemmeno è.
L’elettorato? Quello a cui danno affannosamente la caccia è del tutto scettico e sfiduciato, non appare né popolo né nazione. Solo consumatore.
E il potere? Il cosiddetto potere è ottenere stipendi, emolumenti e vitalizi elargiti a persone scialbe e balbettanti ma sovente arroganti che dipendono dal mercato, dalla finanza e dagli ordini impartiti, anche al nostro pensare, quotidianamente mediante articoli, servizi tv e talk show.
Perché realmente questa disastrata Repubblica è storicamente “nata dalla Resistenza“.
Fosse azzurro, rosso o forse bianco quel fazzoletto al collo era sempre una simbolo del voler generare una Italia nuova, ma l’attuale è più passatista e scalcagnata di sempre. A volte perfino corrotta in tutti i suoi ordinamenti, imita, copia e svende se stessa, il suo passato e perfino il suo incerto futuro.

Bandiera tricolore dell’ANPI

Auguri Italia. Non perdiamoci di vista.

maledetta sia la guerra sempre

La vicenda drammatica e tragica del corpo di spedizione italiano in Russia, che affiancò l’armata tedesca, dovrebbe essere emblematica.

Una monarchia e un dittatore (nostri) e un Führer circondato da una corte di delinquenti asserviti alle sue ambizioni spediscono i loro eserciti ad invadere mezza Europa e i territori delle “colonie”.

Mi scuso per la semplificazione.

Centinaia di giovani italiani, alpini e non, partirono, comandati, sui carri merci, stipati come carne da macello verso terre lontane e giustamente ostili.

Tra questi mio padre, militare di leva a cui fu lasciata solo la possibilità di essere spediti in Africa o in Russia. (E poi tanto li mandavano nella direzione opposta a quella scelta, e fu Russia).

Ragazzi sui vent’anni, senza corredo adeguato al ghiaccio e alla neve, convinti che in poche settimane sarebbero tornati dalle mamme, dalle famiglie: quelli che sono partiti in migliaia sono tornati in poche centinaia spesso malati e comunque sbandati da un regime criminale che è ancora la nostra vergogna.

Carne da cannone, si diceva in passato? Sempre solo carne da macellare a causa delle follie ideologiche e le ambizioni di persone maledette che pagano sempre troppo tardi per le tragedie che causano, per le generazioni che falciano con la guerra, per le famiglie devastate, le città distrutte, i bambini orfani e le donne violentate. Eccetera.

Oggi cosa cambia?

Certo qualcosa cambia: rischiamo anche le scorie e le esplosioni nucleari.

Ma la dinamica dei poteri è sempre la medesima.

Gli alpini così come la grande maggioranza dei militari (che allora erano di leva visto che il servizio militare era obbligatorio e oggi da noi no) erano la cosiddetta “meglio gioventù che va sotto terra” come dice una delle loro canzoni.

Maledetta guerra, maledetti siano quelli che non vogliono vedere altra scelta e poi ce la impongono.

Maledetti siano sempre.

Ma quelli che fomentano la morte della ragione e la celebrano?

Sulla coscienza avranno altre migliaia di morti.

CAVIE DI Covid-19

io, testimoneAttraversiamo i sentimenti: dalla paura alla speranza.Insomma una storia come tante, e io la interpreto così.
C’era una volta un virus. Si trattava di un male sconosciuto che bisognava studiare da zero per poterlo affrontare e contrastare.
Come si studia una patologia che colpisce l’uomo se non studiando lui stesso ammalato, dai primi sintomi all’evoluzione, al contagio e così via?
E siccome la cura era sconosciuta come il male, allora ci si trastullò sperimentando slogan discutibili del tipo andrà tutto bene (Ma bene per chi?).
L’unica pratica seria e scientifica fu stata quella raccomandata e prescritta da qualche medico serio e soprattutto dai poco ascoltati epidemiologi. E furono considerati oracoli, ma la medicina e la scienza sono sperimentali, non profetiche per cui ogni affermazione fu via via sottoposta a verifica e sovente modificata.
Dunque cavie di covid : sì, perché la massa della gente ha continuato ad attraversare sentimenti, alternando non solo paura e speranza, ma anche sospetto ansioso ed isteria polemica, tristezza ed euforia, negazionismo e ottimismo, ma il tutto inconsapevolmente del reale problema.
Perfetto fu questo terreno per sociologi e psicologi, ma certo non fu altrettanto interessante per gli scienziati che dovevano individuare la terapia né utile per trovare il vaccino.
Finito il cosiddetto allarme rosso, come noto senza aver potuto trovare una terapia condivisa, Le cavie di covid hanno continuato, senza nemmeno sospettarlo, ad essere usate per osservare cosa succede all’uomo e come il virus si comporti quando, invece di fuggirlo isolandosi lo si considera un ospite con cui sia necessario convivere.
E le cavie hanno accettato la convivenza come una “liberazione” e hanno festeggiato: certo, perché no?
Nel nostro paese, l’Italia deindustrializzata, dislocata, scervellata, dove il lavoro ormai consiste prevalentemente in servizi alla persona e consumi di tipo commerciale si è difeso il lavoro riaprendo quel quasi unico tipo di lavoro: esercizi e negozi, bar e pub e ristoranti e così via.

A questo punto le cavie, volenterose e perfino felici e riconoscenti, euforiche e pimpanti hanno fatto progredire l’esperimento e, bravamente inalberato e poi scartato il look primaverile che ammuffiva, sono passate tout court a canotta e minishort e via alla ricerca del “ricominciare a vivere” ovunque e comunque, a qualsiasi ora.
Pazienza se si trattava di una vita un filino fasulla, quella volevano e se la godevano.
Nei campi (e nelle officine?) andarono pochi semi-invisibili di cui si può anche non parlare.

E pazienza se era una vita da cavie, basta non pensarci. Pensare poi! E a che serve?
Il cervello può attendere. Sensi e sentimenti irrazionali no e si convive col virus insieme loro.AH dimenticavo: salute!

 

Piccola Italia, in un fiume

Ponte fiume Aso

Nella piccola Italia delle cittadine poco conosciute e dei borghi lontani dal clamore, e che tali vorrebbero restare,  possiamo sorprenderci a riflettere sull’intensità del significato dei segni e significati che la percorrono e che sono sotto gli occhi di tutti a patto che si vogliano o sappiano vedere.
Questa immagine rappresenta del fiume Aso che scende dai Monti Sibillini ed è arrivato alla sua foce per gettarsi nel mare Adriatico che si intravede, come una nebbiosa linea verde-turchese, oltre agli alberi spogliati dall’inverno.
Sul fiume ed adiacente al mare corre una delle principali linee ferroviarie italiane, la Ancona-Lecce Adriatica. Lì vicino scorrono anche la Strada Statale n.16 e l’Autostrada A24.
Segnali intensi di vita in movimento che comunica, trasmette, collega. Segni della natura ed opere dell’uomo e della sua innata tensione verso il nuovo, l’altrove, l’esperienza, la conoscenza.
Il fiume Aso percorre una parte del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, i monti azzurri che ispirarono, come noto, Giacomo Leopardi, sfiora diversi paesi e cittadine,  irriga la vallata che prende il suo nome, Valdaso. Passa e lascia il suo segno anche se negli anni poca attenzione è stata riservata al suo stato che richiederebbe cure adeguate.
Non posso fermarmi a guardare questa realtà, tuttavia, senza pensare ai segni di una vita millenaria e tuttora intensa che ci parla per dire, con la ruvida immediatezza che hanno i greti dei fiumi e la quotidianità, che non possiamo fermarci, non possiamo tornare al passato o piegarci a rimpiangere l’impossibile.
Ed è esattamente questo che fa un, pur breve ma ostinato, fiume: avanza sempre e si fa spazio, non ritorna mai indietro, anzi intorno alla sua presenza si generano altre esistenze, altre visioni, altri segni. Indifferente ai confini.