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5 Maggio: Ei fu, noi no. E libertà nemmeno.

“Tastiere scroscianti” di Susanna Garavaglia

Percossi e attoniti, ma non muti, come ci vorrebbero, assistiamo subendo, per ora, un clima grigio e che non chiamiamo plumbeo solo per evitare qualunque lontano fraintendimento, ad una farsa politica che non ci vuole e non vogliamo.
Vediamo e viviamo nel paese delle emergenze, delle urgenze, delle necessità immediate sulla scorta delle quali siamo bombardati da messaggi che o si fa così o casca tutto, o si ingoia il rospo o il rospo ci ingoierà, o facciamo ciò che chiede l’UE (salvo interpretare sempre per il peggio ovvero per la discesa infernale) o l’UE farà ciò che vuole di noi.
Così accade che si vada alle elezioni di corsa (al voto, al voto!), senza nemmeno mandare davanti al Parlamento il Governo in carica e che il risultato del voto sia quello che sappiamo.
Ed accade che le consultazioni per il governo siano sollecitate, pressate, spremute e la spremuta sia un consiglio di saggi di nomina quasi regia.
Ed accade anche che le Camere non siano abbastanza veloci (presto! presto!) da partorire rapidamente un Presidente e che si ricorra al riciclaggio veloce.
Nel frattempo era accaduto che i partiti non fossero più partiti, ossia non esprimessero più un pensiero, un’idea, un progetto coraggioso e chiaro ma avessero preso a mixare un po’ questo e un po’ quello pur di non esser più nulla, che uomini politici si affannassero a cucire casacche rivoltabili e assomigliassero sempre più a spaventapasseri anche loro riciclati.
E recentemente accade che perfino conquiste di civiltà, su cui il mondo ormai conviene, vengano barattate per una poltroncina o uno strapuntino di potere, che si brindi mentre volano pistolettate e che si muoia dentro e fuori di noi mentre ci si chiede di abbassare i toni.

Già abbassiamo i toni, abbassiamo l’Imu, abbassiamo il tenore di vita, abbassiamo le nascite, abbassiamo le pretese di istruire i figli, abbassiamo la vita media non curandoci più, abbassiamo la velocità delle auto per non consumare carburante, abbassiamo la libertà di espressione per non turbare i sonni dei medievalisti e lasciamo che le belle addormentate russino felici in una foresta pietrificata.
Invece, pur percossi e attoniti, ci rifiutiamo di essere anche muti e vogliamo continuare a parlare e scrivere.
Ei fu. Noi no. Ci siamo e continueremo a disturbare i sonni con lievi ma scroscianti fruscii delle nostre tastiere.

Italia ieri e oggi, pensieri alla rinfusa

mamma 1953

Sono cresciuta con l’Italia che usciva dalla distruzione della seconda guerra mondiale e l’ho amata, senza nazionalismo, per tanti motivi, ma anche perché mi sembrava bella.
Il paese era molto giovane, le città costruivano quartieri nuovi, il paesaggio si innervava di nuove strade a autostrade e viaggiare si faceva entusiasmante; la gente aveva fiducia nel futuro e si impegnava con l’orgoglio di chi si sente utile parte di una società. Il lavoro era faticoso e molte delle successive conquiste sindacali non esistevano ancora. I muratori salivano sulle impalcature senza protezioni e con in testa un cappello fatto di carta di giornale che non riparava che da un po’ di polvere, ma cominciavano ad essere consapevoli di essere soggetti civili e non solo oggetti o strumenti di lavoro. Il medico condotto veniva a visitare a casa bambini, adulti e vecchi; e ritornava a vistarli finché non fossero guariti. Le paghe e gli stipendi, anche quelle dei professionisti, erano contenuti quando non modesti però non eravamo ancora invasi da un consumismo compulsivo ed irrazionale che ci sta portando all’autodistruzione. Sprecare era un peccato perciò si metteva da parte anche la carta del pane per friggere e quella dei giornali per pulire i vetri; si rivoltavano i cappotti e si adattavano i vestiti, le cabine armadio o gli armadi a muro con sei-otto doppi sportelli non esistevano nemmeno. Poi tutto è cambiato e si sono fatte scelte diverse; nel nome del risparmio si è tagliato e demolito il welfare, nel nome della competizione internazionale si sono licenziati i nostri operai per delocalizzare e sfruttarne altri, nel nome dell’imbecillità bieca si son fatti scappare all’estero ingegneri, matematici, biologi e scienziati oppure gli si offre un impiego da call center. Non sono nostalgica, sono delusa e inasprita per la trappolona dentro cui è caduto il nostro paese e non solo il nostro.

Sono nata e cresciuta con una Italia che si rinnovava e adesso invecchio con lei e forse per questo la mia visione è parziale, soggettiva, imperfetta. Vedo infatti l’Italia parecchio acciaccata e ridotta a far la fantesca in Europa e nel mondo. Da paese di imprese e ricerca, di progetti e cultura l’Italia diventa un l’hotel a ore scalcinato e invaso da pullman di turistame inquinante. L’Italia oggi ha, tuttavia, la consolazione di avere vari primati in fatto di corruzione, di ex danzatrici o igieniste nelle istituzioni, di deputati indagati e così via.
Da paese di salde tradizioni popolari, famigliari e culturali siamo diventati fruitori imbambolati di format televisivi, di gastronomia internazionale e creativa, di agenzie di rating e pattume mediatico o non.
Eh no, non mi sorprendo più, ma quanta amarezza.

Oggi riconosco volentieri che esser nata nel dopoguerra, anche se ormai è lontanuccio e gli anni maturano, ed essere stata bambina durante la ricostruzione è stata una bella e grande ventura.