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Diario antico 1 : Insegnare e rasserenare

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Inizio qui un diario alla rovescia; è cominciato un nuovo anno scolastico, e forse ho qualcosa da dire. 

Accadeva spesso di lunedì: un giorno banale, per ricominciare.
A scuola era il giorno della ripartenza: e non era meno faticoso che altrove.
Però qualcosa scattava quando sul marciapiede della mia scuola avvistavo gli indecisi (“no, oggi non entriamo”) o sentivo le risse verbali sulle sorti della Roma o della Juve. Qualcosa iniziava a farsi strada nei miei pensieri se vedevo pochi stracchi colleghi quasi ciabattare verso gli scalini o alcune delle colleghe, beate loro, ancora pimpanti in tailleur e messimpiega fresca ticche-tacche sgonnellare nei corridoi.

Era allora che sorridevo e spolveravo il cuore e la gola per trovare qualche nota ben accordata ed entrare in classe a modo mio.

Una volta chiusa la porta dell’aula tutto cambiava.
Il senso del viaggio e dell’esperienza di vita mi invadevano; mi sembrava di ricominciare un cammino che nessuno aveva diritto di interrompere.
Mi sembrava che tutto potesse essere superato e che la nuova tessitura ben ordinata stesse per iniziare. A volte le interruzioni arrivavano: erano i ragazzi ritardatari o le circolari incomprensibili del dirigente scolastico.
Piccole noie trascurabili, come quelle che infastidiscono qualunque lavoro.
In quell’alchimia io credevo; e mi elettrizzavo in quella euforia di rimbalzi e rimpalli di pensieri che si genera quando le menti si incontrano e i sentimenti si accostano anche senza lasciarsi palesare.

Credevo anche in una mia pragmatica utopia: i miei ragazzi erano di fronte a me, e avrebbero comunque appreso qualcosa, non li avrei lasciati esenti e indifferenti e, anche se non coinvolti, non li avrei tuttavia lasciati immodificati.
Almeno un pensiero, un dubbio, una reazione la avrei suscitata. Altrimenti perché sarei rimasta là, in aule appannate dalla polvere e dal sudore, a spiegare per lunghe ore mentre la voce si incrinava e le speranze si impennavano in una ansia crescente?
Perché coltivare l’illusione che indurli a scoprire, ognuno dentro di sé, strumenti e talenti che non immaginavano potesse rasserenare e renderli più forti, e non far pensare solo alla scadenza del quadrimestre e del pagellino?

 

Scuola e Prof: cosa insegnare ai nostri ragazzi

Quinta Nicola con lavagna

o dell’insegnamento involontario.
Un mio ex studente mi scrive su fB.

Davide Porciello‎ a Mariaserena Peterlin 19 marzo alle ore 14.12 ·

cara Prof, a volte ti sarai domandata, di tante cose che nel tuo mestiere hai insegnato, quante i tuoi alunni ne hanno imparate? quante ancora gli restano anche dopo dieci anni? Ovviamente è difficile, però tu hai sempre dimostrato di saper insegnare anche qualcosa aldilà dei libri. Non ricordo quale anno fosse, credo fossimo in quarto superiore, sciopero del personale docente: era l’ora di entrare, ed eravamo fuori a chiederci quali professori avrebbero scioperato, chi c’era, chi non c’era… con un attimo di sopresa, ti vedemmo fuori i cancelli, avvicinarti verso di noi, consapevoli di come la pensavi in merito… un mio compagno, non mi ricordo chi, ti chiese “…professore’!! ma che fa entra???”. E tu, con una sorta di ghigno e tono di voce malefico, dicesti “no no… sono venuta qui fuori per vedere chi sono i CRUMIRI…”.
Mi è rimasto sempre in mente, sempre. A scuola lo sai bene, di assenze ne facevo poche. Certo, quando ci fu da non entrare in aula perchè i termosifoni della nostra erano rotti, non entrai, neanche io. Perchè era una lotta giusta, era un nostro “vero” problema. Da qualche parte ho ancora la fantastica lettera del preside, allegata alla pagella del I quadrimestre, che spiegava a ognuno dei nostri genitori perchè il voto in condotta fosse 7, o meno.

Comunque, di quella tua frase, di quel tuo insegnamento “involontario”, ne feci veramente tesoro, in tutti questi anni. Quando lo scorso fine settimana abbiamo aderito, tutti noi macchinisti, allo sciopero di 24 ore, di quelle tue parole mi sono ricordato. Perchè era giusto, è giusto

C’è chi dice no al compromesso del naso turato?

Ecco come e perché ho deciso di Auto-PubblicareSono stata tentata di dirlo estesamente, ma no, provo in brevissimo.
Proprio a causa della mia professione di insegnante ho imparato che niente è immutabile, che le realtà possono essere modificate, che si può cambiare e aiutare a migliorare, ma anche a peggiorare.
Per lo stesso motivo ho imparato che quando è necessario si deve saper dire di no, che le “giustificazioni” di chi dice “non sono stato io” possono essere false e interessate. Dire che uno è bravo per merito tuo è spesso una menzogna utile a meno che non si ammetta che anche chi è pessimo lo è per merito tuo.
Infine: se oggi l’Italia va male (e va male) non puntiamo il dito contro gli Italiani: abbiamo avuto un esteso campionario di governi, di deputati e senatori, di gente che comanda e da trent’anni votiamo turandoci il naso. No, ha ragioneFrancesco Erspamer nel suo recente illuminante post: Sturarsi il naso e votare contro. E’ proprio vero: sturiamoci il naso, adesso è il momento di dire no. Se il terreno non viene disinfestato e concimato e le erbacce estirpate sarà inutile seminare il nuovo seme. E poi quale nuovo abbiamo a disposizione?
C’è chi dice no? magari.

Anna Maria Curci, insegnante

Anna Maria Curci non è solo una insegnante brillante, colta, amata. Lei, e lo sa bene il Web ma non solo, è anche promotrice di iniziative culturali, germanista, formatrice, traduttrice, pubblicista, redattrice, blogger e, insomma, è difficile esaurire l’elenco delle sue attività, tutte animate da grande passione, senza tralasciarne qualcuna. 
Oggi voglio però parlare di lei come insegnante e non solo perché è stata una mia carissima collega, ma perché questa professione così straordinariamente importante merita di essere rappresentata anche da quelli che voglio definire semplicemente i bravi .
Dedico dunque ad Anna Maria Curci insegnante questo piccolo mio scritto. Lo scrivo qui, in Notecellulari, il mio blog, diario fedele che non dimentica. I blog infatti non sono ancora stati asfaltati dai social, ma di questo possiamo benissimo parlare un’altra volta. Come sempre il mio scrivere è da blogger, quindi estemporaneo e nasce e vive in rete. Ma anche questo è un altro discorso.

Ascoltare Anna Maria Curci, Insegnante

Lungo la strada di poeti e poesie
sosti e c’inviti, il tuo parlare illumina;
nello zainetto una riserva buona,
batte il tuo cuore tra le tue parole.

Mi ricordo e posso ancora testimoniarlo.
A scuola. L’ascoltano già prima di vederla; lei cammina determinata e concentrata, i suoi passi spediti risuonano per i tacchi che picchiano sul pavimento di granito.
E’ lei, i ragazzi l’aspettano e il suono dei passi l’annuncia.
Poche volte abbiamo fatto lezione insieme, tutte importati, determinanti. Ne ricordo una che precedeva la visione, con due classi, de Il Flauto Magico di Mozart; ne ricordo un’altra: li abbiamo preparati ad assistere, al teatro dell’Opera, al Siegfried di Wagner eseguito senza scene, in forma di concerto. (E poi dicono che i ragazzi…). Altre cose insieme abbiamo costruito ascoltandoci, parlandoci, trasmettendoci idee.
La seguono come catturati, i ragazzi, mentre lei modula la voce, senza mai alzarla, e sa rendere, attraverso svariate sfumature, messaggi diversi. Gli argomenti: li annuncia, li propone, ne sa dare connotazioni e colori; aggiunge osservazioni e testimonianze, documenti e citazioni, commenti, stati d’animo e stimoli.
L’ascoltano i ragazzi e le ragazze e io osservo i loro occhi che la seguono, s’illuminano, si corrucciano come onde crescenti e diverse di attenzione, di emozioni, di curiosità che si alternano a stima, appartenenza.
Perché sì, loro le appartengono, lei è la guida, il modello, ma anche l’eccellente antagonista che li fa crescere, che alza con sapienza i paletti da superare.
Non chiedetemi se qui si parla d’affetto, non semplifichiamo le cose, non banalizziamo.
Il “maestro” è amato quando il suo allievo ne è trainato ed influenzato prima dalla stima.
No, qui non ci sono forme di affetto generico: l’autorevolezza di Anna Maria è una spada lucente che scoraggia l’ipocrisia e stimola al confronto. Per l’allievo essere degno del confronto significa crescita e loro, mentre l’ascoltano, infatti, crescono.
La sua voce modula, racconta, s’impenna senza alzar toni, varia pronunciano una lingua che cento e cento ragazzi hanno imparato ed imparano ed è diventata e diventa strumento anche per loro.
Ah sì, l’ascoltano, eccome.