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Perchè blogger, perchè social?

teiera

qualcosa di caldo

Ma che stiamo a fare qui?
Con qualche buona, secondo me, motivazione, avevo considerato il web ma soprattutto fB una opportunità inedita e potenzialmente efficace per partecipare, senza nessuna velleità di protagonismo, alla costruzione di un pensiero non omologato, propositivo, diverso e soprattutto capace di riflettere criticamente nei confronti di quella che solitamente definisco come soffocante melassa mediatica. Un pensiero che supportasse tutti i necessari no e proponesse qualche sì.
Se poi consideriamo che la visibilità mediatica è particolarmente ricercata, e perseguita, dai politici di primo piano, ma soprattutto dal loro servidorame che fervorosamente costruisce consenso per i propri capi, allora quell’opportunità in cui ho creduto mi pare, ancor oggi, da ricercare e coltivare.
Certo siam pochi.
Ma sebbene siamo pochi, forse non si dovrebbe mollare.

 

Impegnarsi e seminare, non solo per sé

seminare, per vedere germogliare il grano

C’è in giro un’atmosfera pesante; la faccia spettrale di quello che dice che non si può negare agli elettori il diritto di assistere a un confronto diretto, a tre, in tv la dice lunga. Marginalmente non si è in pochi a notare che il confronto a tre è coerente con la suggestiva e sanguinolenta proposta di tagliare le ali ma non con la par condicio né con un principio di uniformità minima nei confronti degli altri partiti e formazioni in lizza visto che la competizione elettorale vede numerosi partecipanti alcuni dei quali ben piazzati nelle previsioni di voto.
Ma tutto questo ormai sta per finire.
Continueranno invece, oltre la data del voto, la depressione culturale, la crisi del sapere, lo spegnimento degli intelletti così evidenti anche nel nostro paese.
Delle cause s’è tanto detto. Delle responsabilità generiche e piazzate in alto loco anche. Ma non si parla, temo, abbastanza delle responsabilità personali di ciascuno.
Se i minori e i deboli devono essere protetti, se i non forniti di strumenti hanno giustificazioni e situazioni che li esentano, ci sono però molti, che a buon titolo non sopporterebbero l’etichetta di ignoranti o disinformati e che si aggirano tra vita reale e virtuale esibendo opinioni scritte e parlate, leggono, si esprimono, scrivono.
Però leggono roba da asporto (un po’ come si compra una pizza a portar via), esprimono opinioni prêt-à-porter, e scrivono per fatti loro scambiando per poesia e letteratura sussulti cardiaci o ombelicali buoni solo per una visita intra moenia quando non per un ballo del qua qua che dica “ci sono, ma so fare solo qua qua qua, io sono qua.”
E non è una novità.
Insomma non siamo mica qui, come recita il noto refrain, a scoprire la necessità di una scrittura e una letteratura d’impegno. La conosciamo. Mi permetto di ricordare che ne ho parlato. Tuttavia forse è il caso di rilanciarne l’urgenza, di dire che parlare di sé va bene quando riusciamo a funzionare come un proiettore di foto di gruppo o come una cassa di risonanza di un coro polifonico e non come un arnese autoreferenziale. Non sarebbe male dunque ricordare che, se per noi è essenziale dare sfogo alle dispepsie personali, forse disponiamo anche di mezzi utili ad altro e possiamo quindi dar voce a chi non ha voce, possiamo convogliare un pensiero utile verso chi non riesce ad esprimerlo e rappresentare un malessere non sempre razionalmente consapevole. Possiamo contribuire a avviare soluzioni.
Il 16 febbraio il simplicissimus, parlava anche a proposito del prossimo voto, di semina.
Un tempo particolarmente caro, quello della semina, a chi ama il futuro ed ha fiducia nella buona sostanza di cui, in fondo in fondo, potremmo essere fatti: se riusciamo ad esprimerci seminando anche per il nostro prossimo vale la pena di farlo, anzi oggi sarebbe un dovere a cui siamo chiamati. Seminare, anche per dimenticare le facce tristi. La stagione è quella giusta.

Per il futuro che tarda a giungere, se giunge. Di Mariaserena

l'attesa che viene dal mare

l’attesa che viene dal mare

Per il futuro
 
L’anima si ripiega
e in silenzio si chiede
se, secca ogni parola,
non convenga il silenzio.
 
Replicare al banale
rintuzzare l’ottuso
rispondere al volgare ciarlare
all’arrogante serietà senza pudore
oggi in uso ecco il dubbio:
conviene?
 
Oppure forse è meglio
che si scelga un silenzio,
più burbero d’un tuono,
che attenda a fulminare
più chiuso d’una vena
d’acqua profonda e tersa
che attenda di sgorgare?
 
Nel dubbio ascolta i suoni
l’anima dubitosa
di musica a cascate,
riscopre quei colori
stracci di fine estate.
 
Chi giudica e s’indigna
sceglie il rumore ed alza
una bandiera o insegna?
Ma cosa rappresenta
un grido o uno sbeffeggio
che impreca al male
ma promuove
peggiore il compromesso?
 
Chi tace e pensa al dopo
invia segnali chiari,
tracce tenui
segnate appena
su un’erba o su un’ondata
di mare in libecciata:
orme di una stagione
che fu la nostra estate
colorata di libere
bandiere appassionate
del lavoro e pensiero
e non di un tanfo nero.
 
Mariaserena
con lievi varianti da un testo
scritto il 07/10/2011 h 9.35

nota:Frugando nei documenti del pc è venuta alla luce questa cosa, lì per lì mi sono chiesta se per caso non mi dovessi candidare a indovina, ma poi mi sono risposta che non sono io che indovino, è il futuro che stenta ad arrivare. E’ come se fossimo  immersi in un nuovo tempo, il presente dilatato ossia un grigio tempo paludoso che non finisce e non si evolve ma perpetua le stesse situazioni o meglio una lunga decadenza. Ecco forse una definizione potrebbe essere un presente decadente dilatato. La nottata, un tempo, passava; oggi ce la facciamo?