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Tempo del governo e tempo degli spari

Sono ormai molti mesi che in rete si leggono opinioni e riflessioni pensose e preoccupate; in tanti si dice e si scrive che la gente non ne può più, che prima o poi succederà qualcosa, che non ci si fa a sopportare il carico di angoscia e paura generato dall’affastellarsi di problemi quotidiani. Sarebbe stato meglio ascoltare invece di accusare il web di essere un promotore di ire funeste, di fomentare la separazione tra politica e cittadino.  Che stupidaggine pensare di poter ricamare altre trame di un potere che fa ciò che vuole, sulle nostre teste. Quanto è più semplice giudicare dall’alto in basso e magari guardare, origliare, tenere le distanze, accusare di semplificazioni eccessive, di dilettantismo, di provocare allarme e mai confrontarsi. Eppure anche i grandi giornali, le tv, i partiti tramite i loro uomini politici twittano, aprono pagine su social netwok e invitano a mettere il mi piace e a commentare. Però poi si dice che la rete va controllata, che è pericolosa, che induce opinioni pericolose ed influenza (la rete e non, casomai, quarant’anni di bombardamento mediatico) i comportamenti.  
I suicidi di Civitanova fomentati dal web? e l’autore della sparatoria di oggi anche? E a chi tocca la prossima volta? E perché non ammettere che lo scollamento tra paese e politica è invece una pesante responsabilità di un sistema di ingiustizie sistematico a causa del quale stiamo precipitando in una miseria escludente?  
Ci siamo sentiti bacchettare, ci hanno ammonito che questo è un governo politico in cornice istituzionale. Guai a definirlo diversamente. Eppure c’è da temere che sarà incorniciato da tanta altra insopportabile ingiustizia.
Spero solo che non paghino altre persone che campano la vita con un lavoro che può essere duro e amaramente ripagato. Spero che prevalga una ritrovata coesione umana solidale che ci porti a sopportare quello che stiamo vivendo e come siamo costretti a viverlo ; tutto il resto è contro di noi: ministri in taxi, con nipotini e automuniti compresi.

Lottare per la giustizia, anche su questa terra

da un post di Fabrizio Centofanti su fB

da un post di Fabrizio Centofanti su fB

“E’ Natale solo se comunico pace lottando per la giustizia” (Fabrizio Centofanti)

“Oggi la passività è un crimine” (Fabrizio Centofanti)

Aggiungo qualche parola, così come mi viene in mente vedendo l’immagine e leggendo le considerazioni di Fabrizio. È necessario rendersi conto che la passività, il bisogno di essere rassicurati, gratificati, soddisfatti, consolati anche nella modesta quotidianità, il sentirsi accettati perché si da ragione a tutti e atteggiamenti simili ci sono stati indotti lentamente ma inesorabilmente; è una storia di seduzione mediatica che non finisce mai, ma dalla quale si può uscire smascherandola. Ormai in troppi si amoreggia col medium televisivo, visivo, elettronico e si tende a replicare lo schema all’infinito.

Il prossimo? tra un po’ sarà un videogioco anche lui.

I rapporti tra persone? codificati.

L’amore? ci deve rendere felici o non è amore; ma non è così. Non voglio essere categorica ma se proviamo a guardare sinceramente e senza filtri probabilmente ce ne accorgiamo in tanti.

Il sigillo di Dio ci fa tutti a sua immagine, anche se sofferenti o emarginati

Non è sempre facile intendersi e non solo perché spesso possiamo avere riferimenti culturali ed esperienze diverse, ma perché pensiamo che per dire ed essere efficaci occorra escogitare qualche argomentazione insolita o convincenti artifici retorici.
Invece l’insolito e il convincente sono solo una pallida rappresentazione quando la realtà di ciò che affermiamo è mediata solo da un riferimento culturale limpidamente dichiarato.

Ecco perché, imbattutami su Facebook in un post chiaro e profondo del mio amico Aurelio Romano, autore di vari testi e del bel libro Fides et ratio per tutti , ho pensato di ribloggarlo qui, senza commento e solo con questa mia piccola nota introduttiva ed informativa. Condivido la trasparente bellezza ed onestà di queste parole una per una. E ringrazio l’Autore.

“Vado in giro per il quartiere, per la città, e vedo un sacco di gente con problemi.Spesso sono anziani, ma non necessariamente: molte volte si indovina qualche disfunzione psichica, e sempre si rilevano emarginazione e sofferenza.
La società li considera rifiuti, e in questo dimostra di avere appreso molto bene la lezione di Nietzsche: deboli, esseri inferiori, gente che non è sufficiente ignorare, perchè il «superuomo» deve aggiungere un atto almeno interiore di disprezzo.
Al di fuori del cristianesimo, nessuna dottrina ha mai proposto al mondo la «morale degli schiavi», quella appunto che attribuisce valore a queste nullità deambulanti (o non deambulanti). Solo il cristianesimo o, al di fuori di esso, singole persone ispirate, riconoscono nell’ometto strambo, che parla da solo per strada, il sigillo di Dio: e non semplicemente quello della creazione, ma della creazione a Sua immagine e somiglianza; per la quale cosa l’intero firmamento non può competere con l’ultimo «scemo del villaggio».
Io sono fiero di appartenere alla scuola di quel Maestro ritenuto oggi troppo «buonista».
Poi, essendo un tipo trasgressivo, non voglio intrupparmi con i nipotini di Nietzsche, sai che scelta originale…
Chi si schiera da quella parte, cerchi di guidare con molta prudenza la sua automobile: se si schiantasse contro un muro rovinandosi il bel musino, potrebbe da un giorno all’altro passare dai «superuomini» agli schiavi…” – di Aurelio Romano