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Quelli che hanno già dato

Invito fermamente a riflettere prima di rivendere la frottola (ma chi l’ha messa in giro?) che le precedenti generazioni siano vissute al di sopra delle proprie possibilità. Chi ha vissuto quel periodo per davvero era gente come i miei genitori e me, ad esempio; gente che aveva un paio di scarpe d’inverno e uno di sandali d’estate, gente che d’estate risparmiava su calze e calzini, gente che mangiava quel che c’era nel piatto se aveva la fortuna di avere un piatto, gente che non sapeva nemmeno cosa fosse una cabina-armadio, un week/end, un viaggio in aereo o una vacanza che non fosse in un appartamento in affitto. Gente, come mio padre, che si alzava alle sei del mattino e finiva alle sette-otto di sera e spesso lavorava anche di domenica senza nessun straordinario. Gente come mia madre, che oltre a lavorare in casa, cuciva i vestiti per tutti noi e, appena ha potuto crescere i figli, s’è cercata un lavoretto part-time per avere una piccola autonomia. Gente come me, che non spendeva le quindici lire dell’autobus e percorreva due-tre km a piedi per andare a scuola e, col risparmio, si concedeva un qualcosina di extra come una pettine per i capelli raccolti, un libro (per non chiedere a papà) o i fiori per il compleanno della mamma. Gente che si dava da fare per ottenere un presalario all’università per pagare meno tasse e acquistarsi i libri. E potrei continuare. Gente dignitosa: che il dolce si faceva, se possibile, in casa o arrivava a Natale ed era un panettone. Gente che ha sempre pagato tutto, e regali niente. E se nelle città la vita era sostenibile si sapeva che nelle campagne vivevano ancora tra le mosche e l’indigenza.
Se questa gene ha ottenuto qualcosa ha anche speso la vita in modo serio, ed uso questo aggettivo con tutto il suo peso.
Se i lavoratori (operai, muratori, contadini) che io ho visto hanno ottenuto qualcosa è perché si sono privati di giorni di paga e si sono battuti tra scioperi, minacce e lotte, è perché andavano al lavoro con la ciriola (il pezzo di pane più economico) con una fetta di mortadella, è perché non sono andati in tv a dire “non arrivo alla fine del mese”, ma avevano alle spalle partiti e sindacati tosti e seri.
Ora diamo fastidio, ora siamo vecchi, ora siamo quelli che saremmo vissuti al di sopra delle fottute (lasciatemelo dire) possibilità.
E allora spiegatemi perchè questi splendidi e illuminati ventenni, trentenni, quarantenni continuano a votare come votano.
E allora spiegatemi come fanno i suddetti ad avere lo smartphone, lo sballo, il fumo, il look, la spa, il w/e.
E spiegatemi anche per quale motivo dopo averli amati, pasciuti e cresciuti dovremmo anche fare noi la rivoluzione per loro.
Non funziona così.
E lo dico con serenità ed orgoglio perchè le mie figlie sono persone serie e non perdono nemmeno un secondo a dire scemenze, sanno bene le cose come stanno.

Italia ieri e oggi, pensieri alla rinfusa

mamma 1953

Sono cresciuta con l’Italia che usciva dalla distruzione della seconda guerra mondiale e l’ho amata, senza nazionalismo, per tanti motivi, ma anche perché mi sembrava bella.
Il paese era molto giovane, le città costruivano quartieri nuovi, il paesaggio si innervava di nuove strade a autostrade e viaggiare si faceva entusiasmante; la gente aveva fiducia nel futuro e si impegnava con l’orgoglio di chi si sente utile parte di una società. Il lavoro era faticoso e molte delle successive conquiste sindacali non esistevano ancora. I muratori salivano sulle impalcature senza protezioni e con in testa un cappello fatto di carta di giornale che non riparava che da un po’ di polvere, ma cominciavano ad essere consapevoli di essere soggetti civili e non solo oggetti o strumenti di lavoro. Il medico condotto veniva a visitare a casa bambini, adulti e vecchi; e ritornava a vistarli finché non fossero guariti. Le paghe e gli stipendi, anche quelle dei professionisti, erano contenuti quando non modesti però non eravamo ancora invasi da un consumismo compulsivo ed irrazionale che ci sta portando all’autodistruzione. Sprecare era un peccato perciò si metteva da parte anche la carta del pane per friggere e quella dei giornali per pulire i vetri; si rivoltavano i cappotti e si adattavano i vestiti, le cabine armadio o gli armadi a muro con sei-otto doppi sportelli non esistevano nemmeno. Poi tutto è cambiato e si sono fatte scelte diverse; nel nome del risparmio si è tagliato e demolito il welfare, nel nome della competizione internazionale si sono licenziati i nostri operai per delocalizzare e sfruttarne altri, nel nome dell’imbecillità bieca si son fatti scappare all’estero ingegneri, matematici, biologi e scienziati oppure gli si offre un impiego da call center. Non sono nostalgica, sono delusa e inasprita per la trappolona dentro cui è caduto il nostro paese e non solo il nostro.

Sono nata e cresciuta con una Italia che si rinnovava e adesso invecchio con lei e forse per questo la mia visione è parziale, soggettiva, imperfetta. Vedo infatti l’Italia parecchio acciaccata e ridotta a far la fantesca in Europa e nel mondo. Da paese di imprese e ricerca, di progetti e cultura l’Italia diventa un l’hotel a ore scalcinato e invaso da pullman di turistame inquinante. L’Italia oggi ha, tuttavia, la consolazione di avere vari primati in fatto di corruzione, di ex danzatrici o igieniste nelle istituzioni, di deputati indagati e così via.
Da paese di salde tradizioni popolari, famigliari e culturali siamo diventati fruitori imbambolati di format televisivi, di gastronomia internazionale e creativa, di agenzie di rating e pattume mediatico o non.
Eh no, non mi sorprendo più, ma quanta amarezza.

Oggi riconosco volentieri che esser nata nel dopoguerra, anche se ormai è lontanuccio e gli anni maturano, ed essere stata bambina durante la ricostruzione è stata una bella e grande ventura.