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La Vita fragile

Vita, fragile o violenta, in te ci credo?
Si può parlare della vita di una persona cosiddetta fragile, come se si trattasse di un’esistenza di seconda o terza scelta. Già ma seconda o terza rispetto a quale altra?
Si può anche immaginare di soppesarla quella vita fragile e di decidere che si possa misurare con un valore correlato ai colpi dell’imprevedibile dea bendata: Chi sei? Dove sei nato? Di quale condizione economica? E la famiglia? Ah beh…
Oppure ci si può confrontare e, con audace violenza, considerare la vita fragile, quella altrui beninteso, incapace di resistere (perché no? magari per colpa sua) alle tempeste delle vicende biologiche o anche al ritmo di modelli sociali che si seguono comunemente, appunto, per moda, per insicurezza, per suggestioni. E da qui dedurre quanto una vita, quella vita valga in una scala di valori che non possono essere che soggettivi.
E allora avanti coi giudizi: sei sfigato, non sai vivere, sei cretino, debole, povero, antipatico, asociale, diverso per un qualunque parametro a caso, e infine anche malandato, malato, debole, vecchio, bacucco, decrepito, demente, magari anche puzzolente. Ammettiamolo e diciamolo.
Ma che ne sai? Ti rispondo. Non sai niente. Il tuo metro è dentro di te; è piccolo o grande, elastico o rigido esattamente come sei tu che se giudichi (e, potremmo dire) sarai giudicato.
Ma basta, andiamo al sodo per le spicce: di razzismo, nazismo, odio ne abbiamo visto già troppo.
Chi distingua e giudichi misurando gli altri si colloca già su un piedistallo. Deve, dovrà, pur scendere prima o poi, magari per andare a vomitarsi l’anima sua. A me fa già pena.
Ci credi nella Vita?

Dipendenti dalla movida

bevande_alcoliche_movidaE lo chiamano diritto di divertirsi.
Sono #movida, irresponsabilità e #sballo le sirene dei ragazzi.
Dobbiamo aver il coraggio di vederci chiaro e ammetterlo.
Il modello di divertimento o passatempo in cui gran parte dei giovani ragazzi sono stati ormai irretiti è quello della nottata fatta di discoteca, movida, alcol e sostanze, a volte tutt’insieme: rave party.
Secondo me è una vera e propria pesante dipendenza: complessa, ottundente, pericolosa ma proprio in quanto tale irrinunciabile.
E si continua. Anche se sempre più sovente accade che finisca in violenza, stupro o incidente stradale si continua, si cerca, si invoca addirittura come un diritto.
Dobbiamo anche ammettere che una enorme fetta di genitori di adolescenti e giovani ormai non sanno più essere né educatori né guida per i ragazzi: troppa fatica essere impopolari. Eppure è indispensabile saperlo essere.
Amen.
Non se ne esce. Personalmente spero nei pochi che vedo come nuovi genitori. Ma il ruolo è stato smantellato, i genitori fanno fatica a diventare adulti essi stessi.
Quel ruolo ad oggi è reso ridicolo, i genitori non figliano, figlieggiano: imitano gli adolescenti invece di educarli di tenerli a bada, di stabilire regole.
Ed è evidente no? L’interesse delle lobby dello spaccio, della malavita e in finale del liberismo è che i giovani si riconoscano in modelli fasulli, ma docili alle tendenze.
Già da qualche anno diciamo che a #scuola diventati i sindacalisti dei loro figli e non è una battuta.
Se a scuola sono sindacalisti nella vita quotidiana sono promoter di una pseudo vita irresponsabile.
Sta andando malissimo.
Qualche settimana fa sono morti in casa due ragazzini che avevano assunto droga e, pur sentendosi male, non hanno nemmeno chiesto aiuto alla famiglia. E mi sono chiesta: ma come, un ragazzino ti rientra di notte a casa e tu non sai nemmeno a che ora, come sta, se è andato tutto bene? Dormi?
Ecco il diritto alla felicità cosa diventa: sonno, relax, la propria vita, ciascuno la sua. E il covid19 è solo la tragica cartina tornasole.
A ciascuno il suo, ma perdiamo tutti.

CAVIE DI Covid-19

io, testimoneAttraversiamo i sentimenti: dalla paura alla speranza.Insomma una storia come tante, e io la interpreto così.
C’era una volta un virus. Si trattava di un male sconosciuto che bisognava studiare da zero per poterlo affrontare e contrastare.
Come si studia una patologia che colpisce l’uomo se non studiando lui stesso ammalato, dai primi sintomi all’evoluzione, al contagio e così via?
E siccome la cura era sconosciuta come il male, allora ci si trastullò sperimentando slogan discutibili del tipo andrà tutto bene (Ma bene per chi?).
L’unica pratica seria e scientifica fu stata quella raccomandata e prescritta da qualche medico serio e soprattutto dai poco ascoltati epidemiologi. E furono considerati oracoli, ma la medicina e la scienza sono sperimentali, non profetiche per cui ogni affermazione fu via via sottoposta a verifica e sovente modificata.
Dunque cavie di covid : sì, perché la massa della gente ha continuato ad attraversare sentimenti, alternando non solo paura e speranza, ma anche sospetto ansioso ed isteria polemica, tristezza ed euforia, negazionismo e ottimismo, ma il tutto inconsapevolmente del reale problema.
Perfetto fu questo terreno per sociologi e psicologi, ma certo non fu altrettanto interessante per gli scienziati che dovevano individuare la terapia né utile per trovare il vaccino.
Finito il cosiddetto allarme rosso, come noto senza aver potuto trovare una terapia condivisa, Le cavie di covid hanno continuato, senza nemmeno sospettarlo, ad essere usate per osservare cosa succede all’uomo e come il virus si comporti quando, invece di fuggirlo isolandosi lo si considera un ospite con cui sia necessario convivere.
E le cavie hanno accettato la convivenza come una “liberazione” e hanno festeggiato: certo, perché no?
Nel nostro paese, l’Italia deindustrializzata, dislocata, scervellata, dove il lavoro ormai consiste prevalentemente in servizi alla persona e consumi di tipo commerciale si è difeso il lavoro riaprendo quel quasi unico tipo di lavoro: esercizi e negozi, bar e pub e ristoranti e così via.

A questo punto le cavie, volenterose e perfino felici e riconoscenti, euforiche e pimpanti hanno fatto progredire l’esperimento e, bravamente inalberato e poi scartato il look primaverile che ammuffiva, sono passate tout court a canotta e minishort e via alla ricerca del “ricominciare a vivere” ovunque e comunque, a qualsiasi ora.
Pazienza se si trattava di una vita un filino fasulla, quella volevano e se la godevano.
Nei campi (e nelle officine?) andarono pochi semi-invisibili di cui si può anche non parlare.

E pazienza se era una vita da cavie, basta non pensarci. Pensare poi! E a che serve?
Il cervello può attendere. Sensi e sentimenti irrazionali no e si convive col virus insieme loro.AH dimenticavo: salute!

 

Over 60: un sostegno coi piedi di vetro

wp-1585849737549.jpgBreve: ci avete massacrato per anni dicendo che le età, quelle età della vecchiaia, erano cambiate e che prima dei 75 non si era vecchi.
Poi è arrivata l’epifania del virus, e la pessima definizione di “fragile”.
Eccallà si direbbe con slang già desueto.
E non rifaccio la pappardella: over 90, 80, 70, 65… ma poi arrivano i 50 con patologie. E le donne no e poi le donne sì.
Mi sono innervosita parecchio.
Facciamo che si tirano i dadi come al gioco dell’Oca?
O torni indietro o sei fuori.

Mi sono stancata. Fino a 3 mesi fa i nonni erano senza età e “preziosi” (diciamo come l’oro? ) sostegni delle famiglie giovani.
Eh i giovani! Con qualche aiutino anche fino a 52/55 anni.
E attivi sul lavoro anche fino a 70.

Poi arriva covid19 .
E quell’oro prezioso diventa fragile, dunque vetro.
E noi qui, finalmente fermi: assisi sullo scranno che spetta alla vecchiaia, chiusi come sottaceti nel barattolo, a inspirare aria dallo spiraglio della finestra cercando anche di capire se si respira profondamente o arriva la tosse.
E come svago? Allucinanti minacciosi talk e tg.
E come botta di vita? Acchiappare uno slot libero per la consegna dalla spesa online: si deve pur mangiare (magari poco).
Nessun comunicatore né medico né giornalistico né scienziato né politico (e lasciamo da parte i parroci che c’infestano coi videini per le prediche in streaming pretendendo di consolarci), nessuno ripeto ha omesso di definirci FRAGILI!

Possin’acciaccavve!
Mi basta guardare la pelle delle mani per vedere che non son più quelle di quando dattilografavo la tesi di laurea.
Mi avete stancato tutti. E specialmente i virologi.
Non è la bellezza che ci salverà, perché noi non siamo più nemmeno belli.
Però l’amore sì.
E non le paternali sulla fragilità; quella ce la siamo sentita benissimo, e assai prima di tutti i predicozzi, tra ossa e pelle, tra respiro e fiatone, tra fastidio e stoicismo verso quel vostro mondo esibizionista e aperitivo-dipendente che voi rimpiangete, ma io no.
Davvero parecchio fragile è ormai solo la mia sopportazione: la pazienza è finita, andate fuori dai piedi.

Voglio vivere, ma d’affetto.