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Opinioni e boiate (dal profondo)

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Il mio primo giorno, di scuola

Quando ebbero inizio l’uso di tenere un blog e poi la diffusione dei social mi parve si fosse accesa una luce sulla valorizzazione dello scrivere per comunicare un proprio pensiero, e che questo desse un po’ di respiro alla libertà.
Il fatto è che, purtroppo, lo scrivere può avere diverse direzioni.
Ad esempio si possono esprimere sentimenti oppure esternare opinioni.
I sentimenti sono personali, e il filtro può essere solo quello del rispetto per gli altri e se stessi.
Invece le opinioni, specialmente se riguardino eventi storici o politici oppure fatti che coinvolgano etica, religione o scelte di vita, si espongono al rischio di quella che, senza offesa per nessuno, definirei ignoranza arrogante.
Se una persona non si sente ignorante e non legge, non studia, non si confronta prima di sbottare in opinioni e affermazioni perentorie e arrembanti può anche ottenere i famosi like e i cuoricini, ma può anche ottenere di mostrare e svelare la propria pochezza intellettuale.

So che posso apparire snob, invece vorrei essere intesa solo come una persona che si rammarica di non aver letto mai abbastanza e che ha la sensazione amara che non riuscirà mai a studiare tutto quello che avrebbe dovuto.
Per questa ragione mi azzardo, e spero di non offender nessuno, a dire: leggete, studiate, riflettete.
Farei qualche esempio di eventi recenti che riguardano cronaca e storia, etica e politica.
Ma non cerco la canizza, cerco la riflessione.

(ps: e per finire un tiepido zan zan:
Sulla Storia o sulla Letteratura potrei, arrivando al dibattito, anche mettere qualcuno (certo pochi!) in difficoltà, ma vedete come sono buona? Non lo farei mai.
Dico solo che dobbiamo tutti studiare di più prima di bloggare o chattare sparando le immortali “cazzate dal profondo” di cui cantò Antonello Venditti)

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Ma #Franti non avrebbe picchiato la prof

cuore

Abbiamo letto e sofferto per la notizia che in un Istituto Scolastico, uno studente del primo anno delle superiori ha prima provocato una rissa, sedata dai Carabinieri, e poi, innervosito da un richiamo della professoressa, ha sferrato un cazzotto alla medesima che è stata soccorsa, svenuta, in ospedale dove è stata accompagnata, così leggo, sempre dai Carabinieri.
Che dire? Tutto: sgomento, dispiacere, solidarietà, paura.
Ma anche, ahimè, non molta sorpresa.
Pensiamo davvero che, varcato il cancello della scuola, tutto cambi? Che questi giovani diventino da famigerati teppisti (di cui ci parla ogni giorno l’informazione) capaci di sfottere un portatore di handicap, di rapinare del cellulare un passante, dar fuoco a qualche vecchio o violentare una coetanea o un coetaneo, diventino compìti studenti pronti ad adeguarsi alle regole?
Il problema è anche, a mio modesto parere, che la scuola non solo non può fare miracoli, ma nemmeno ha strumenti atti a sostenere questo tipo di sfida.
I docenti hanno ragione a chiamare in causa le famiglie e non solo loro, hanno ragione anche quando imputano alla Buona Scuola i danni che ha causato. Non so, invece, se hanno ragione quando, chiamando in causa la tipologia del lavoro, dicono che non è una missione, non è un apostolato. D’accordo, non è, non può esserlo, ma non bisognerà dire, allora, cos’è?
Sappiamo che “missione” non ha solo significato religioso, ma significa anche impegno da portare a termine o meglio, se vogliamo citare i dizionari: “incarico a esercitare un ufficio, o ad adempiere un compito la cui importanza risulti sottolineata dal suggello dell’ufficialità o del segreto”. Nel caso dell’insegnamento il “segreto” non è chiamato in causa che raramente, ma l’ufficialità esiste.
Sicuramente non si dirà mai a sufficienza che nessuna ragione giustifica un pugno a un insegnante che fa il suo lavoro. Questo è un punto fermo.
Temo che, purtroppo, quando occorre chiamare ad intervenire, presso una realtà educativa come la Scuola, le forze dell’ordine ci siano già molti fallimenti in atto da individuare, ma anche molti danni provocati da questa società del consumo, dell’immagine, del liberismo e della morte di qualsiasi etica.
#Franti , sempre lui! non avrebbe picchiato la maestra, eppure fu accusato di essere un possibile colpevole della morte di crepacuore per sua madre. Franti apparteneva a un altro mondo, facciamocene una ragione, invece quel giovane delinquente non ha picchiata la prof perché era un’insegnante, avrebbe picchiato chiunque si fosse “permesso” di dirgli un “no”.
Oggi il nostro tempo non ha bisogno di eroi, ma di strumenti efficaci sì. La scuola spesso è sola. Vorremmo tutti che i genitori le dessero una mano di buona volontà, invece lo Stato ne ha l’obbligo.

Diario antico 1 : Insegnare e rasserenare

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Inizio qui un diario alla rovescia; è cominciato un nuovo anno scolastico, e forse ho qualcosa da dire. 

Accadeva spesso di lunedì: un giorno banale, per ricominciare.
A scuola era il giorno della ripartenza: e non era meno faticoso che altrove.
Però qualcosa scattava quando sul marciapiede della mia scuola avvistavo gli indecisi (“no, oggi non entriamo”) o sentivo le risse verbali sulle sorti della Roma o della Juve. Qualcosa iniziava a farsi strada nei miei pensieri se vedevo pochi stracchi colleghi quasi ciabattare verso gli scalini o alcune delle colleghe, beate loro, ancora pimpanti in tailleur e messimpiega fresca ticche-tacche sgonnellare nei corridoi.

Era allora che sorridevo e spolveravo il cuore e la gola per trovare qualche nota ben accordata ed entrare in classe a modo mio.

Una volta chiusa la porta dell’aula tutto cambiava.
Il senso del viaggio e dell’esperienza di vita mi invadevano; mi sembrava di ricominciare un cammino che nessuno aveva diritto di interrompere.
Mi sembrava che tutto potesse essere superato e che la nuova tessitura ben ordinata stesse per iniziare. A volte le interruzioni arrivavano: erano i ragazzi ritardatari o le circolari incomprensibili del dirigente scolastico.
Piccole noie trascurabili, come quelle che infastidiscono qualunque lavoro.
In quell’alchimia io credevo; e mi elettrizzavo in quella euforia di rimbalzi e rimpalli di pensieri che si genera quando le menti si incontrano e i sentimenti si accostano anche senza lasciarsi palesare.

Credevo anche in una mia pragmatica utopia: i miei ragazzi erano di fronte a me, e avrebbero comunque appreso qualcosa, non li avrei lasciati esenti e indifferenti e, anche se non coinvolti, non li avrei tuttavia lasciati immodificati.
Almeno un pensiero, un dubbio, una reazione la avrei suscitata. Altrimenti perché sarei rimasta là, in aule appannate dalla polvere e dal sudore, a spiegare per lunghe ore mentre la voce si incrinava e le speranze si impennavano in una ansia crescente?
Perché coltivare l’illusione che indurli a scoprire, ognuno dentro di sé, strumenti e talenti che non immaginavano potesse rasserenare e renderli più forti, e non far pensare solo alla scadenza del quadrimestre e del pagellino?

 

La #rete oggi è una giungla

ragnatelaLa #rete, e non penso solo ai social, ci aveva dato possibilità nuove per comunicare. Per un certo tempo abbiamo pensato in molti che fare rete fosse un’opportunità positiva per intrecciare non solo idee e opinioni, ma anche proposte costruttive. E molti di noi si sono sentiti agili ragni architetti che contribuivano ad estendere la costruzione. Era anche, mi azzardo a dire, una forma di felicità speranzosa. In questa fase la rete e le frasi scritte sui social erano state tuttavia considerate con snobismo e distacco sia dai media tradizionali sia dagli addetti alle comunicazioni politiche e istituzionali. Insomma noi blogger e scrivani di social eravamo le cenerentole che sbirciavano nel mondo della comunicazione, ma non ne facevano parte e potevano solo immaginare, ma spesso non lo desideravamo, l’ingresso al gran ballo a corte a cui le sorelle grandi erano invitate.
Invece poi proprio loro, le Anastasie e Genoveffe, sorellone-sorellastre, precedentemente impegnate a sbatterci sul naso casato e ruolo, e che si erano prima prima infastidite, poi si sono incuriosite ed infine hanno messo il piedone pesante in un mondo che sono andate ad occupare da padrone, mentre prima ci era apparso libero e tonico.
Se prima noi cenerentole ci aggiravamo e sbattendo, un po’ incredule, gli occhi in una rete, lieve e senza presunzione, libera e a volte impertinente o ironica,  esente da sussiego e timori reverenziali, adesso ci sentiamo, in un certo senso, spiate e osservate, scalzate dai nostri fili prima ondeggianti e veloci.
La rete e i social sono oggi invasi dai profili dei cosiddetti vip di ogni categoria, di ministri che sembra non abbiano più né un ufficio stampa né una segreteria, di premier che tengono le relazioni internazionali e nazionali twittando o scrivendo su fB.
E la nostra rete? E il nostro, il mio spazio?
Finito. Niente di nostro e tanto meno di mio. Ogni nostra parola può essere sospettosamente vagliata e confrontata, da nugoli di ottusi Pierini zelanti, con quelle di numerosi grandi fratelli; ogni nostra immagine usata, ogni nostro pensiero giudicato e, perché no, anche scopiazzato.
Recentemente siamo all’invasione di vigili ranger da tastiera che perlustrano i nostri spazi e, dove occorrono, lanciano esche di troll pronti a inquinare una vivace o pacata discussione con provocazioni rissose e aggressive.
Era bella la rete in cui ci sentivamo fauna libera in progressiva esplorazione.
Era interessante la rete che appariva, per quanto mi riguarda, come una dinamica strada, pur non scevra da qualche possibile fastidio, ed incuriosiva per i suoi infiniti crocevia e opportunità di incontri e dialoghi;  era una piazza da teatro, ma poteva essere anche un luogo di nascondigli e binocoli non troppo maliziosi.
In questi mesi, invece, mi sembra assomigliare di più a una giungla faticosa e vischiosa; me ne infastidiscono non soltanto le Anastasie e le Genoveffe che calpestano coi turpi piedoni le piccole fioriture spontanee e democratiche di teste pensanti e nemmeno quella sorte di piante carnivore che ingurgitano e malamente digeriscono parole e sangue altrui. No, questi sono i rischi di ogni gioco. Quello che spiace di più è la persecuzione, anche istituzionale, contro le voci libere che non si esita a definire in molti modi e di cui ci si vuole sbarazzare come fossero vecchi elefanti morenti e contro quali si lanciano ranger infidi e prezzolati.
Ma si sa, ogni duca Valentino ha il suo sicario Micheletto; sicario digitale s’intende.
E se la rete da luminosa altalena di ragni diventa, come pare, un groviglio di pugnali sarà meglio saperlo.