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Di scuola e dell’imparare

MariaSerena

(tra letteratura, realtà e paradosso)
A volte siamo costretti ad ammettere che nelle aule gli studenti sopravvivono; e sopravvivere non è il modo più bello di vivere. Ci sono ottime eccezioni, ma qui vorrei mettere il dito in una piaga, non in un fiore.
Questo accade quando per essere approvati devono adeguarsi al modello che colui che siede in cattedra (non è necessario chiamarlo comunque docente) impone.
Ma il dubbio sorge: possiamo davvero dire che se ripetono quello che gli si impone i nostri ragazzi hanno “imparato”?
Se  vengono a scuola per ricevere norme, regole e un tot di cose da trattenere nella mente possiamo anche chiederci: “per quanto tempo quel tot di cose rimane in memoria?”
E possiamo anche dubitare : “hanno davvero imparato?”
Su questo non penso si possano dare risposte definitive e assolute, ognuno cercherà (se vuole) la sua risposta, la mia vorrei esprimerla con un paradosso: imparare è come partire, ossia morire. Il vero apprendimento è costruzione infinita.
Si apprende quando si riesce a reagire e interagire attivamente nella realtà in cui si vive possedendo gli strumenti necessari.
Ma devo ammettere che questa stessa affermazione è anche un’opinione su cui discutere.
Speravo di non dovere sentir dire per sempre e nemmeno per molto che la scuola ha come scopo di fare imparare.
E propongo un esempio emblematico.
Quando, alla fine del suo libro l’autore Manzoni fa dire al protagonista Renzi “ho imparato, ho imparato, ho imparato,” il romanzo, guarda caso, finisce; il protagonista smette di essere interessante e torna ad essere uno qualunque. Renzo riassume i vari casi e vicende che alfine ha superato per poter ritrovare Lucia e sposarla. Da quelli ha imparato. Ma a nessun lettore viene in mente di volerne sapere di più e forse solo pochissimi si chiedono se e quando imparerà qualcosa di nuovo. La storia è finita.
Eppure aveva imparato nel modo più naturale: dall’esperienza e dall’errore. Dunque fine dell’esperienza significa fine dell’apprendere? Un bel paradosso, no?
Vorrà dire qualcosa? O da allora non è cambiato nulla?
FINE DEL PARADOSSO.
Ma Bianchi tutto questo non l’impara.

Logica, maestra di verità .

 Se accettassimo di applicare, in modo serio e corretto, la logica alle nostre deduzioni potremmo non solo fare a meno dei pregiudizi, ma anche di quella sorta di pseudo sicurezze intoccabili che stanno rendendo anche le nostre relazioni sociali superficiali quando non problematiche.
Attualmente si può correre il rischio di sentirsi affibbiare spiacevoli etichette solo perché, invece di veleggiare sulla scia di pensieri e luoghi comuni conformisti dominanti e popolari, proviamo ad analizzare dati reali deducendone considerazioni sensate. Aggiungo che la logica sarebbe un insegnamento prezioso per tutti, bambini compresi, naturalmente, ma fondamentale per noi adulti che invece ci esprimiamo troppo spesso solo emotivamente e con le conseguenze che vediamo.
D’altronde le brutte frasi così care alle celebrità televisive : “mi arriva”, “lo sento di pancia”, “mi comunica perché mi emoziona” e così via, seguono proprio la linea secondo cui la pancia serve e il cervello può tacere; figuriamoci la logica.