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Adriatico e infanzia

paste, pizze, crescentine!”

MARE Wp

le mani col sapore del mare

Per caso qualcuno dei miei amici vintage ricorda questa voce che veniva lanciata sulle spiagge dell’estate adriatica da venditori o venditrici, vestiti di bianchissima divisa, con altrettanto bianchi cuffia o cappello e scarpe di tela, lindi e vigili ai richiami di noi ragazzini imbrancati a far castelli col secchiello e paletta?

I venditori delle sospiratissime leccornie imbracciavano, a mo’ di sporta, una grande scatola rettangolare di legno verniciato di bianco. Era lo scrigno delle nostre delizie e si apriva con due sportelli finestrati a vetro da dove si potevano scorgere e, se la indulgenza materna lo concedeva, addirittura scegliere non solo paste, pizze e crescentine, ma anche degli spiedini di frutta fatta a pezzi e ricoperta di zucchero caramellato oppure i bastoncini di zucchero filato alla fragola o alla menta e colorati di rosa o di verde.

Il profumo della mia infanzia al mare è anche in quel desiderio, non sempre esaudito, eppure ogni giorno restituito, di veder aprire quella scatola imbracciata dalla signora avvolta dal candore, abbagliante di pulizia, del grembiule e del cappello, del pezzetto di carta in cui (“ma ti sei andata a lavare le mani?”) era avvolto il bastoncino di zucchero, e solo molto più raramente lo spiedino di uva caramellata per essere porto alle mani pulite sì, ma ancora salate di mare, profumate di mare.

Una donna passava e gridava: “paste, pizze, crescentine!”

Un passato diverso

Quell’ieri sudato


Invece voi  siete cresciuti
giocando nei parchi di ville
romane, tra pini e bisbigli
e blandi o allarmanti consigli:
(se sudi ti viene la febbre!
oddio le infezioni!)
E ginocchia graffiate curate a cerotti
voi, poco rissosi marmocchi,
che calci sgambetti e cazzotti
ignari evitaste
né cocci taglienti né sterpi
né inciampi tra fanghi
irridescenti avete provato
e nemmeno quei tagli
curati, per dire, tra sputi e saliva!
(Dove faccio pipì che mi scappa!)

E i calzettoni e le scarpe assortiti
ai cappottini e ai vestiti
fatti nuovi per voi
ma per noi rivoltati
dal paltò di papà.

Ma come la vita correva
giuliva e affannata gioiva
per noi scalmanati
tra campi, tra prati spinosi
e i cantieri di case delle ricostruzioni
del dopoguerra, tra rottami e la fossa
bianca di calce, e le corse e baruffe
e le conte e le piccole risse.

No, non certo per voi…
così ben badati, curati e
disinfettati. E pettinati
con la lucida riga diritta
(perfino la maestra in soggezione
piano piano vi, casomai,
passava la giusta lezione
e del problema? la soluzione.)

[(Questo era il passato)!]

Il tanto che abbiamo avuto

primo giorno scuola

in II Elementare

Quando sento parlare di “generazioni che hanno avuto tanto mentre oggi i giovani non hanno lo stesso benessere” mi sento quasi male, e vorrei ristabilire alcune verità, ma non di quelle basate su demagogie o reazioni sentimentali.
Solo storie vissute e fatti veri, cronache della mia infanzia.
Voglio parlare di casi veri reali, di persone vere come i miei coetanei e coetanee (ma potrei parlare, per qualche episodio, anche di me stessa) e poter dire cosa  fosse, se c’è, di quel “tanto” che avrebbero avuto, che avremmo avuto.
Oggi voglio ricordarmi solo di una compagnetta di scuola: Laura che era la più brava della classe, eccelleva su tutti.
Laura aveva i capelli neri che le scendevano sulle spalle in lunghi e neri boccoli; era una bambolina. Ma i suoi vestiti, sotto il grembiule bianco obbligatorio in quegli anni, sapevano sempre un po’ di selvatico.
Laura aveva la faccina sempre abbronzata, era figlia di contadini e veniva a scuola da sola, a piedi, dalla campagna.
Perché me ne sono ricordata?
Forse perché si dice che vivessimo nel benessere, ma io so che la nostra maestra aveva organizzato, spontaneamente, noi bambine, in modo che la piccola Laura (ovviamente metto questo nome di fantasia) fosse a turno invitata a pranzo a casa di qualcuna di noi.
Laura, che ci aiutava sempre nei compiti perché era la più brava e intelligente, non aveva abbastanza da mangiare; ma questo l’ho capito solo molto tempo dopo.
Ecco chi aveva tanto ieri, ecco cosa aveva.
E meno male che portavamo il grembiule che, almeno all’apparenza, ci rendeva tutte uguali.

Italia ieri e oggi, pensieri alla rinfusa

mamma 1953

Sono cresciuta con l’Italia che usciva dalla distruzione della seconda guerra mondiale e l’ho amata, senza nazionalismo, per tanti motivi, ma anche perché mi sembrava bella.
Il paese era molto giovane, le città costruivano quartieri nuovi, il paesaggio si innervava di nuove strade a autostrade e viaggiare si faceva entusiasmante; la gente aveva fiducia nel futuro e si impegnava con l’orgoglio di chi si sente utile parte di una società. Il lavoro era faticoso e molte delle successive conquiste sindacali non esistevano ancora. I muratori salivano sulle impalcature senza protezioni e con in testa un cappello fatto di carta di giornale che non riparava che da un po’ di polvere, ma cominciavano ad essere consapevoli di essere soggetti civili e non solo oggetti o strumenti di lavoro. Il medico condotto veniva a visitare a casa bambini, adulti e vecchi; e ritornava a vistarli finché non fossero guariti. Le paghe e gli stipendi, anche quelle dei professionisti, erano contenuti quando non modesti però non eravamo ancora invasi da un consumismo compulsivo ed irrazionale che ci sta portando all’autodistruzione. Sprecare era un peccato perciò si metteva da parte anche la carta del pane per friggere e quella dei giornali per pulire i vetri; si rivoltavano i cappotti e si adattavano i vestiti, le cabine armadio o gli armadi a muro con sei-otto doppi sportelli non esistevano nemmeno. Poi tutto è cambiato e si sono fatte scelte diverse; nel nome del risparmio si è tagliato e demolito il welfare, nel nome della competizione internazionale si sono licenziati i nostri operai per delocalizzare e sfruttarne altri, nel nome dell’imbecillità bieca si son fatti scappare all’estero ingegneri, matematici, biologi e scienziati oppure gli si offre un impiego da call center. Non sono nostalgica, sono delusa e inasprita per la trappolona dentro cui è caduto il nostro paese e non solo il nostro.

Sono nata e cresciuta con una Italia che si rinnovava e adesso invecchio con lei e forse per questo la mia visione è parziale, soggettiva, imperfetta. Vedo infatti l’Italia parecchio acciaccata e ridotta a far la fantesca in Europa e nel mondo. Da paese di imprese e ricerca, di progetti e cultura l’Italia diventa un l’hotel a ore scalcinato e invaso da pullman di turistame inquinante. L’Italia oggi ha, tuttavia, la consolazione di avere vari primati in fatto di corruzione, di ex danzatrici o igieniste nelle istituzioni, di deputati indagati e così via.
Da paese di salde tradizioni popolari, famigliari e culturali siamo diventati fruitori imbambolati di format televisivi, di gastronomia internazionale e creativa, di agenzie di rating e pattume mediatico o non.
Eh no, non mi sorprendo più, ma quanta amarezza.

Oggi riconosco volentieri che esser nata nel dopoguerra, anche se ormai è lontanuccio e gli anni maturano, ed essere stata bambina durante la ricostruzione è stata una bella e grande ventura.