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Tristezza, vai via

tunnelSono molte le cose che, col passare del tempo, si perdono. E anche se altre se ne acquistano, alcune di quelle perdute lasciano un senso di vuoto incolmabile.
Mi riferisco, questa volta, al senso di smarrimento che provo quando, leggendo opinioni o anche solo ascoltando alcune delle nuove o nuovissime leve, mi accorgo che non si crede più a nulla.
Devo spesso, infatti, costatare che il coraggio è stato sostituito dall’individualismo, la passione e l’amore dall’attrazione effimera, la sete di conoscenza dal sapere “utile” (non si sa bene a cosa), il gusto del bello dalla vanità, l’affetto sincero dalla coltivazione di interessi personali, la voglia di crescere da quella di sistemarsi, lo slancio per costruire da quello per possedere.
Insomma so che non bisogna generalizzare; e non generalizzo. Ma non mi basta veder buttare sul vassoio qualche esempio di “angeli del fango” o di “eroi che estraggono dalle macerie”, per farmi trangugiare la grigia sbobba delle miserie morali quotidiane che tutti conoscono, né posso accettare la passiva acquiescenza a questo presente triste, triste, triste e che si pasce, caso mai, di pay tv più qualche sintetica consolazione.
Miti ed eroi sono morti? Imprese e scoperte sono inutili?
Beh forse non si vive solo di elemosina, ma, diceva un tale, per seguir virtute e canoscenza.
Enfasi? Meglio quella che la tristezza.

Modeste ragioni del nostro scontento – 1

immagine da web, la compagnia Kalambur, al Teatro di Venezia con un’interessante riscrittura de Il Bugiardo di Carlo Goldoni. 2011

Quanto più pomposa ed enfatica si esibisce la propaganda (ehem pro-paganda…) tanto più potremmo dubitare del suo contenuto.
Per farla breve, immaginiamo per un attimo il prototipo della persona bugiarda, fanfarona, ammiccante, allusiva, piaciona; la persona dell’imbonitore e dell’imbroglione o, perchè no, della maliarda ammaliatrice: beh quella o quello.
E potremmo mai fidaci?
Invece tanti si fidano.
Ecco qua una piccola ragione del nostro scontento.

Padri e figli: ci vogliono nemici? di Mariaserena

Difendere l’articolo 18 non avversa i giovani.

Vero: i giovani sono nella tagliola dei contratti atipici (progetto, partita-iva ecc) consenzienti, sciaguratamente, i sindacati.

Ma un male non deve cancellare conquiste civili.

Attenzione: servono obiettivi, non disgregazioni e conflitti.

Invece, ad arte, si sfasciano le componenti della società, si fomentano conflitti generazionali per fare padri e figli reciprocamente controparti, quindi schiavi.

Ennesima, perversa manipolazione; divide et impera anche tra padri e figli.

Ed accade che gli adulti abbiano paura dei figli, fino a non generarne più: costano!

Di contro i giovani usano e rigettano i genitori e anziani:pesano!

Trionfa capitalismo, trionfa!

La SCUOLA non è solo WEB: un post di FERMINA DAZA

Fermina Daza (una bravissima docente e formatrice che si firma con un nickname per tutelare la privacy dei suoi studenti) ha pubblicato ieri un post fondamentale sul Blog Notecellulari, gemello a questo, ma che vive sulla piattaforma bogspot.com
Il post si intitola: 
IMPANARE E FRIGGERE e merita tutta l'attenzione non soltanto dei docenti, che forse conoscono bene l'argomento, ma delle famiglie, della classe politica (non si sa mai) e soprattutto dei cosiddetti addetti ai lavori che, in quanto esperti, giornalisti e affini tanto parlano di scuola, di scuola e tecnologie, di scuola e rinnovamento ma… poco cucinano una scuola vera. Vera, sostanziosa, concreta e…. di quelle con cui sporcarsi e, casomai, ungersi le mani.
Insomma anche l'immagine che accompagna il testo parla chiaro:


«Una riflessione “a caldo” e, questa volta, fuor di metafora.»
Aggiungo al post anche una mia riflessione e, premetto che non sarò affabulante. Leggo, infatti, questo post e mi vengono in mente, per contrasto, quei commenti che girano sui social network nei gruppi-insegnanti. In particolare in quei "gruppi chiusi" in cui "si sta così bene tra di noi, abbiamo già tante critiche dal fuori".
Leggo questo post e vedo come un intervento a cuore aperto.
La metafora della cucina, la foto esplicita: il CONCRETO.
E mentre la scuola, in sè detta, sembra quasi, quando se ne parla in chat, qualcosa di genericamente funzionale al docente, qui, nelle parole di Fermina Daza, è sangue e calore che ci invadono tutti.
L'aula, i ragazzi, i bambini e le bambine, quello che loro portano a scuola dalla famiglia e dal mondo in cui vivono.
Quello che portano dentro di sé e verso di noi.
Tutto questo non è né oleografia né qualcosa di cui liberarsi una volta finito l'orario.
Tutto questo è qualcosa di cui occuparsi come persone.
E come persone di questo nostro tempo siamo circondati da strumenti.
Gli strumenti non sono soluzioni.
Lapalisse? E allora perché non dirlo?
Prendiamo la tecnologia informatica: ha ragione Fermina Daza, sappiamo che c'è, sappiamo che la usiamo. Non per questo possiamo concludere che risolverà i nostri problemi.
Ascoltate un dinosauro come me. Nella mia classe c'era la radio: un altoparlante che trasmetteva "la radio per le scuole." Ma la maestra ci leggeva i libri e parlavamo, parlavamo, parlavamo. Nelle mie aule di docente portavo i media elettrici: radio, tv, registratori, perfino un impianto stereo. Un percento di uso di media (e quante volte me lo chiedevano per "alleggerire" la lezione!
Poi abbiamo usato il pc, internet.
E "loro", i ragazzi, mentre il/la prof o il/la maestro/a si impegnano nell'uso del digitale…. digitano lo smartphone. Perché negarlo.
Chi ha seguito da sempre lo sviluppo del processo d'uso delle tecnologie NELLa didattica lo sa. 
Non è vero che nihil sub sole novi. Anzi! Abbiamo nuovi problemi che non si pascono di vecchie soluzioni. Ma, ragionandoci sopra, non rischiamo che la soluzione digitale non sia altro che un vecchio, obsoleto schema applicativo mentre il problema madre resta, figlia altri problemi e i nostri bambini e adolescenti sono sempre più soli, problemantici e carenti di educazione?
Torno al punto: la scuola non può chiudersi in se stessa per star bene con se stessa. Se fa così non è scuola, è corporazione.
I bravi insegnanti lo sanno.
Fermina Daza lo sa e persone come lei lo sanno. Ascoltiamoli.
La scuola si apra e si ponga su un piano di dialogo serio. 
Altrimenti chiudiamola, ma chiudiamola sul serio.
Grazie Fermina Daza: tu apri un processo amaro e faticoso, ma è quello della strada nuova.
A impanare e friggere sono buoni tutti. Ma abbiamo bisogno d'aria davvero fresca e nuova e non di aria fritta e rifritta.