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Letteratura scientifica, scienziati letterati e scrittori non solo umanisti – di Mariaserena Peterlin

Partecipare, fluttuando nel cyberspazio, alla blogoclasse di Andreas Formiconi, per il corso primavera 2011 è un’occasione per imparare molto e di riflettere altrettanto. La recente blogolezione sulla letteratura scientifica, ad esempio, ha riattivato una mia riflessione depositata da tempo in fondo a qualcuno dei miei magazzini-bagaglio di lettrice ostinata, soprattutto di narrativa e poesia e non solo.

La letteratura scientifica è un campo specialistico, di cui il post fornisce una analisi importante; ma è pur sempre una forma di scrittura. Per questo motivo ho letto, e mi sono soffermata, su alcuni passaggi sui quali si mi si è spalancata la porta del mio magazzino di bagagli letterari.
Mi sono allora chiesta: quando scrive un cosiddetto letterato sente questa stessa esigenza? E’ disposto a immaginare che chiunque possa replicare o ripercorrere i suoi passaggi? E perché si sentirebbe libero di non farlo? Dove finisce, in questo caso, il decantato “patto narrativo” caro alla narratologia, ai semiologi, ai critici letterari?  Oppure a volte si immagina, ancora, la scrittura letteraria come un hortus conclusus ai non addetti ai lavori e aperto solo agli ortolani iniziati?
In realtà non sempre è così. La scrittura elitaria, simbolica,  volutamente oscura (o indifferente alla reazione del lettore) è una pratica decadente su cui si può consentire o meno; ma, a mio avviso, sono molti i grandi scrittori che non hanno seguito queste tracce e non hanno perseguito una scrittura che può fare a meno della logica, della dichiarazione dell’itinerario seguito e della possibilità per chi legge di orientarsi ripercorrendolo. Naturalmente dicendo questo sto interpretando il passo citato e lo riferisco ad un ambito non scientifico in senso stretto.
Eppure tra i suddetti grandi scrittori, e tra quelli ho letto con maggior interesse, che ho riletto e considerato irrinunciabili ce ne sono molti che non hanno formazione umanistica, non hanno esercitato la professione di letterato o non sono vissuti del mestiere di scrivere. Quale relazione c’è tra la scrittura e una mente, un’indole di formazione diversa?
Ecco perché mi sono ritagliata, all’interno della vivace e dinamica blogoclasse un ruolo di curiosa e affamata ascoltatrice, e mi sono limitata a un commento solo marginale dicendo anche che nel post di Andreas ho trovato un potente indizio ed una spiegazione.
A riprova, divagando e continuando a fluttuare, ho cominciato a scrivere un elenco di autori che amo molto e non solo da me, e ho unito a questa raccolta di nomi gli essenziali relativi dati biografici (colti su web, tanto per non uscire dalla blogoclasse o dal cyberspazio). Non ho elencato i più classici dei classici solo perché è arcinota la loro storia. Infatti, ad esempio, che Dante facesse parte dell’Arte dei Medici e degli Speziali e che avesse formidabili conoscenze filosofiche, teologiche e scientifiche (relativamente alla cultura medievale ovviamente) è nozione universale e familiare, così come il fatto che Machiavelli si considerasse un politico e uno storico piuttosto che un letterato, e potremmo continuare l’elenco.
Ho scritto, invece, un elenco, casuale e all’impronta, di autori messi giù man mano che mi venivano in mente. Ed ecco i risultati: grandi scrittori, di formazione  ed esperienza scientifica, tecnologica, commerciale, biologica, spesso poliedrica  o  comunque di cultura anche non letteraria o umanistica.
Non avanzo essuna pretesa di esaurire l’argomento con questo elenco, che rappresenta, più che altro un divertimento, un raccoglier frutti nel bosco; o forse uno spolverare il  magazzino-bagagli di lettrice ostinata e forse caotica.
Ma anche il caos ha il suo perché.
Elenco alla rinfusa
 sir Arthur Charles Clarke (Minehead, 16 dicembre 1917 – Colombo, 19 marzo 2008) è stato un autore di fantascienza e inventore britannico.
Isaac Asimov (Petroviči, 2 gennaio 1920 – New York, 6 aprile 1992) è stato un biochimico e scrittore statunitense di origine russa. Le sue opere sono considerate una pietra miliare sia nel campo della fantascienza che delladivulgazione scientifica.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij, in russo: Фёдор Михайлович Достоевский[?] /ˈfʲodər mʲɪˈxajləvʲɪtɕ dəstɐˈjɛfskʲɪj/ ascolta[?•info] (Mosca, 11 novembre 1821 – San Pietroburgo, 28 gennaio 1881), è stato uno scrittore e filosofo russo. È considerato uno dei più grandi romanzieri russi dell’Ottocento e in generale di ogni tempo.
Lev Nikolaevič Tolstoj, in russo: Лев Николаевич Толстой[?], /ˈlʲɛf nʲɪkɐˈlaɪvʲɪtɕ tɐlˈstoj/ ascolta[?•info] (Jasnaja Poljana, 28 agosto 1828 – Astapovo,20 novembre 1910[1]), è stato uno scrittore, drammaturgo, filosofo,pedagogista, educatore, esegeta, teologo, editore ed attivista sociale russo.
Honoré de Balzac (Tours, 20 maggio 1799 – Parigi, 18 agosto 1850) è stato uno scrittore francese, considerato fra i maggiori della sua epoca.Romanziere, critico, drammaturgo, giornalista e stampatore, è considerato il principale maestro del romanzo realista francese del XIX secolo.
Carlo Emilio Gadda (Milano, 14 novembre 1893 – Roma, 21 maggio 1973 ottenne la laurea in ingegneria elettrotecnica. Come ingegnere lavorò in Sardegna, in Lombardia, in Belgio ed in Argentina.
Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981) è stato un poeta, giornalista e critico musicale italiano, premio Nobel per la letteratura nel 1975 iscritto all’istituto tecnico commerciale “Vittorio Emanuele”, dove si diplomerà in ragioneria,
Italo Calvino nacque nel 1923 a Cuba (esattamente a Santiago de Las Vegas, presso L’Avana), dentro un grande bungalow del coloratissimo giardino botanico tropicale diretto dai genitori. Il padre Giacomo, detto Mario, fu un agronomo di origine sanremese, mentre la madre, Dorotea Evelina Mameli, detta Eva, nativa di Sassari, diplomata in matematica e laureata in scienze naturali, lavorò come assistente di botanica all’Università di Pavia.  Intellettuale di grande impegno politico, civile e culturale, è stato forse il narratore italiano più importante del secondo novecento.
Johan August Strindberg (Stoccolma, 22 gennaio 1849 – 14 maggio 1912) fu uno scrittore e drammaturgo svedese.La vita di Strindberg fu tumultuosa, tessuta di esperienze complesse e scelte radicali e contraddittorie, a tratti rivolta contemporaneamente a molteplici discipline non direttamente attinenti alla figura ufficialmente letteraria dell’autore: scultura, pittura e fotografia, chimica, alchimia, teosofia.
Aleksandr Isaevič Solženicyn, in russo Алекса́ндр Иса́евич Солжени́цын, traslitterato anche come Aleksandr Isaevič Solženitsyn oAleksandr Isaevich Solzhenitsyn, pronuncia Aliksàndr Soljenìzn(Kislovodsk, 11 dicembre 1918 – Mosca, 3 agosto 2008), è stato unoscrittore, drammaturgo e storico russo. Nel 1924, a causa degli espropri ordinati dal regime, si trovò nella miseria. Ciò non toglie che Aleksàndr continui gli studi e si laurei in matematica nel 1941.
Joseph Roth frequentò la scuola commerciale fondata a Brody da un magnate e filantropo ebreo, il barone Maurice de Hirsch. Diversamente dalle scuole ortodosse chiamate Cheder, non vi si tenevano solo lezioni di religione, ma, oltre all’ebraico e allo studio della Torah, si studiavano il tedesco, il polacco e materie pratiche. Fece la carriera militare, fu giornalista,
Fracesco Redi : Studiò a Firenze e a Pisa e lì si laureò nel 1647 in Filosofia e Medicina. Dopo la laurea Redi frequentò per tutto il 1648 la scuola di disegno di Remigio Cantagallina, come annotava nel proprio Libro di Ricordi. Continuò poi gli studi a Roma fino al 1654. Successivamente, a Firenze, entrò a servizio dei Medici e si dedicò allo studio delle lingue.
 E per ora ci fermiamo. 

Non ho citato Primo Levi perché sull’autore di “Se questo è un uomo” rimando al bel post di notanative:  “La chimica delle parole: Primo Levi narratore e scienziato

molo con figure

Pagine bianche
 
Brume, nel cielo di pagine bianche,
calcano orme grigie: pensiero.
E se quest’aria accogliesse una vela,
tra mare e cielo, sarebbe mistero

Invece scivola lento nell’acqua
il flusso opaco d’un moto nascosto,
vita e non vita di regni, o risacca:
creature inerti od un granchio scomposto.

Sale e ritorna, la luna lo chiama,
il mare lascia detriti di schiume;
scende e risale nel tempo la vita
gira la carta, la storia è infinita.
 
Storia di storie, dettagli e bisbigli
trovi in te stesso, anche senza consigli.

Mariaserena, 10 Aprile 2011


 

 

Narrare, raccontare ovvero la restituzione dei colori – di Mariaserena Peterlin

CAPITOLO 1

Credo che alla natura umana sia potenzialmente impossibile non raccontare, e penso che si inizi spontaneamente a farlo ancora prima di saper parlare.
Immagino infatti che, le prime volte, si racconti a se stessi.
Proviamo a ricordarci piccolissimi o appena nati o prima ancora di nascere; proviamo a ripensare a quelle che potevano essere le indefinite percezioni native colte in quel tempo dal nostro organismo: il movimento, l’ondeggiare nel liquido amniotico, la sensazione emozionante di cadere (che conserviamo per sempre e proviamo spesso prima di addormentarci, o ricreiamo nei giochi infantili), ogni messaggio trasmesso dai sensi che si stanno formando e che solo dopo giungeranno a uno stato di più completo funzionamento. Proviamo a pensarci.
Come si convive con le nostre emozioni se non sistemandole in una narrazione rassicurante o inquietante?
Come si forma la conoscenza se non attraverso l’esperienza?
Perché l’essere umano, pur piccolissimo eppure tutto perfettamente organizzato affinché compia, stadio per stadio, la sua evoluzione, non dovrebbe cercare di trattenere quelle esperienze prime, o primordiali e perché non potrebbe rendersi conto che a volte si stanno ripetendo o stanno mutando?
E come reagirebbe se non sistemandole nella sua memoria, catalogandole nelle sue percezioni, nei segni e nelle tracce del suo cammino verso la conoscenza?
 
Per questo penso che si inizi a narrare da subito, non appena il cervello inizia a ricevere barlumi di segnali e poi si continui in maniera via via più consapevole, a se stessi.
 
Quando acquisiamo la parola inizia un’altra avventura ben diversa e apparentemente più libera, ma è poi così?
Non scegliamo noi la lingua che apprenderemo, né il contesto socio-affettivo e culturale che ce la trasmetterà.
Tuttavia la impariamo, è necessario.
Prima ancora di saper ripetere le parole che ci vengono rivolte ne impariamo il suono e il significato. Iniziamo a temerle e a gioirne, a riderne o a provarne paura.
E tutto questo: timore, gioia, riso, paura, insieme a tante altre sensazioni non ce lo diciamo forse dentro? Non ce lo raccontiamo e ripetiamo?
Come potremmo farne a meno?
 
Quando impariamo finalmente un numero sufficiente di vocaboli e ne conosciamo il senso allora gioiosamente vorremmo dirli per essere ascoltati e narrare, narrare tutto quello che abbiamo dentro, per questo ci piace essere ascoltati.
 
Ma proprio in questa fase meravigliosamente piena di potenziale narrativo iniziamo a ricevere istruzioni: si dice/non si dice. Si parla quando si ha il permesso. Si devono dire cose che piacciano e non quelle che danno dispiacere.
Insomma, ammettiamolo, si subisce: una sorta violenza, a fin di bene, come si suol dire, che rappresenta una costrizione un po’ mortificante. Mutiamo, ma non apprendiamo abbastanza liberamente da conservare quello che già sapevamo.
A questo punto sospendiamo il narrare e raccontare per poter iniziare ad esprimerci con parole, ossia a parlare e dire, non a raccontare.
Ma quella, per l’appunto, non è la nostra narrazione. Né lo sarà mai più.
Naturalmente si vive lo stesso.
Ovviamente si può anche vivere benissimo e avere successo nella vita; le convenzioni sociali non ci chiedono, infatti, di esprimerci con naturalezza su noi stessi o su come leggiamo ciò che ci circonda.
Le usanze della vita sociale e civile ci chiedono solo di essere integrati e piacevoli. Non è troppo difficile adattarsi crescendo, si subisce però una specie di mutilazione che mascheriamo in modo soddisfacente.
 
Solo alcuni conservano la primitiva e spontanea dote narrativa, nonostante la mutilazione, senza esserne completamente modificati.
Sono coloro che attirano e a volte si fanno amare perché si esprimono in musica, in poesia, in letteratura, in arte, con la mimica e in molte altre forme possibili ricavando per se stessi, o meglio recuperando, uno spazio di libertà che difficilmente riesce ad essere intero, ma è prezioso e trasmette gioia agli altri.
 
Oggi abbiamo tuttavia qualche difficoltà a riconoscere i narratori veri. Ci siamo inventati delle tecniche di comunicazione omologate e compulsive in cui contano moltissimo la gestualità, l’immagine, l’affabulazione persuadente e soprattutto la velocità e l’impatto.
 
Comunicare in modo efficace è certamente una tecnica che è legittimo e necessario conoscere; ma è giusto tener presente che questo non è né narrare né raccontare.
Sarebbe una gran bella cosa, invece, se almeno chi persiste nel narrare o raccontare potesse mettere a nudo la sua ispirazione e il proprio modo di vedere ogni essere che lo circonda e che li rappresentasse con candore.

Il recupero della nostra anima bambina che abbiamo ammutolito con quella che viene considerata l’educazione alla socialità e l’istruzione avrebbe, in tal modo, la possibilità di esprimersi.
E sarebbe come riuscire a scomporre l’unica luce bianca, a cui siamo esposti forzatamente, per veder riapparire, come attraverso un grande prisma di cristallo, tutti i meravigliosi colori che la compongono e potremmo aver dimenticato.