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Pensar non nuoce? di pancia e d’altre maniere

Mi piacerebbe pensare, con un pensiero… intelligente? Evvia no! A che  servirebbe?

il "cappello pensatore" di Archimede pitagorico....

 
Nel pieno meriggio pallido e assorto di un’epoca in cui abbiamo ormai compreso che pensare non è una priorità e che comunque c’è chi propone quotidianamente, e con autorevolezza, di pensare per noi, ovvero al posto nostro, abbiamo l’imbarazzo della scelta: ci sono tante opinioni prêt a penser, pronte all’uso. Oggi accanto al classico e desueto pensiero razionale vediamo affiancare e promuovere altri tipi di pensiero.
Sbaglia chi si aspetta un ritorno al sensismo o all’estetismo: roba decisamente vecchia e buona per i filosofi quelli veri, ma vecchi come il cucco anche loro. Oggi non è epoca da cucchi, semmai, potrebbe suggerire qualche maligno, è epoca da ciucci.
Ma qui nessuno è maligno o malpensante, per cui andiamo al sodo.

Propongo dunque un elenco-bozza provvisorio (del tutto artigianale ed aggiornabile, senza pretese scientifiche) di nuovi corredi mentali ovvero di modi nuovi di pensare

a) modi empatici (servono a mantenere buone relazioni, relative e non, a prescindere da un’analisi superflua del contenuto):
pensare d’istinto : reazione ferina, a volte minacciosa
pensare d’intuito : presunzione/illusione di aver capito
pensare di riflesso : mi ci hai fatto pensare; reverenziale e sottomesso
pensare organico : basta che siamo d’accordo tutti
pensare condiviso : mi risparmio la fatica
b)  modi politici (servono per tentare di promuoversi, avere audience, candidarsi a comparsate mediatiche. Falliscono, ma ci sono eroi che non mollano):
pensare utile : lo scopo è trarre vantaggio
pensare mediato : vaglielo a dire tu
pensare sottinteso : ovvio! Tra noi non c’è bisogno di parole!
pensare per non pensare : antistress
pensare senza darlo a vedere : io? ero con la testa altrove
pensare l’inchino : ….
c) modi fisici  di assoluta tendenza!
pensare di testa : (dismesso, ma si elenca per completezza).
pensare di pancia : di gran tendenza, per l’appunto, si pensa di pancia quando non si sa quale sia il motivo ma ci piace qualcosa. Si usa per risparmiar tempo ed evitarci di spiegare il perché. Praticamente è diventato una sorta di dogma.
Controindicazione: c’è una percentuale habitué che produce il pensiero colitico (da evitare poiché genera imbarazzo sociale)
pensare di denti:  reazione istintiva che si manifesta con digrignare di canini, molari e premolari non appena siamo in prossimità di preventivi dei professionisti di cui non si può fare a meno come ad es. notai, fiscalisti, dentisti ecc
pensare da contrattura lombare-cervicale : lo provocano le visite ai parenti, fino al terzo grado.
pensare di piede o pedestre : non è un pensiero basso o volgare, ma un pensiero di fuga. Si manifesta in momenti di totale benessere interrotti dai rompiscatole. Ognuno ha i suoi.
pensiero di mano: detto anche pensiero villano. Non cediamo alla tentazione, è da gente troppo incolta e schietta!
Ogni riferimento è casuale, ma empiricamente dimostrabile.

le (modeste) fonti del sapere e dell'apprendimento – di Mariaserena Peterlin

Oggi affronto un tema complicato dal basso della mia presunzione diversamente abile di capire le cose. Presunzione vana? Se mi fermassi a questa domanda, comincerei uno di quei valzerini oziosi, autoreferenziali ed inutili che allietano la nostra sopportazione.
In realtà quanti di noi possono conoscere tutto de il se e il come si apprende? Io sento di dover fare la mia parte di tentativo. 
A questo proposito è bene ammettere che siamo tutti disposti a riconoscerci uguali nella diversità, ma non a procedere nel cammino della conoscenza accettando di confrontarci con altre forme o procedure di comprensione e apprendimento.Per chi non si è confrontato a fondo con l’esperienza di rappresentare ad altri (recalcitranti di default) un sapere che a noi appare chiaro da capire e importante da apprendere, il mio tentativo appare forse velleitario.
Apparteniamo a una cultura (che consideriamo valida, soddisfacente ed accreditata) e spesso rifiutiamo di apprenderne una diversa.
Questo non è un problema a meno che non si pretenda di imporre la nostra a tutti. Ben più brutale e vano sarebbe, inoltre, non solo imporne i contenuti, ma anche il modo e il tempo con cui trasmetterne della conoscenza.
La questione che io pongo non riguarda, stricto sensu, quelli che, nel campo dell’istruzione, potremmo definire il “programma di studio” o “l’ordine degli studi” .
Nessuna persona di buon senso può pensare di cancellare di colpo una convenzione necessaria poiché è evidente che per essere preparati a diventare avvocati, medici, tornitori o cuochi e così via non può fare a meno di acquisire un bagaglio competenze che mettano sulla buona strada per ottenere dei risultati e non far danni.
Rifletto invece sulle “fonti del sapere e della conoscenza” ragionando non suquello che ma sul come e mi riferisco ad un contesto generale di apprendimento, come quello attuale, in cui la fonte a cui si abbevera chi è chiamato ad apprendere è, sempre più frequentemente, mediata e presto potrebbe essere quasi esclusivamente il web.
Ripeto: dal basso della mia presunzione diversamente abile di capire le coserilevo una serie di miei dubbi anch’essi bassi ma radicati.
 
Il primo è già espresso: è ragionevole ipotizzare come risolutrice un’unica fonte a cui dissetarsi (pur se prodigiosa, ricca, sorprendente e di solito attendibile)?
Il secondo dubbio è più un timore: l’istruzione è palesemente chiamata, dall'alto e nei fatti, a rinunciare alla maieutica, un'arte peraltro già troppo spesso ignorata dagli insegnanti di ogni ordine di istruzione. Si ricusa, cioè, quella forma di attento adattamento del bravo maestro all’ascoltar-dialogando col pensiero altrui che sa guidare senza prevalere e incoraggia a trovare un pensiero proprio: una ricchezza personale benefica alla collettività che sarebbe nocivo perdere. Si svaluta dunque l’Arte pedagogica anti-violenta per eccellenza.
Il terzo dubbio è che possa accadere che questa globale autostrada del sapere e dell’informazione assorba talmente il tempo e la curiosità da non lasciare abbastanza curiosità e tempo per quella meravigliosa esperienza che sono lescoperte casuali (intese nel senso più ampio possibile).
Una scoperta casuale può infatti riguardare tutto, da un nostro talento mai coltivato, a una altra persona, un fenomeno, un fatto, un’esperienza, un sussulto, una poesia e via dicendo.
Un esempio in breve: se rovisti in un catalogo di biblioteca alla ricerca di un autore o di un argomento (che libidine gli schedari per autori e per soggetto…) puoi imbatterti, sfogliando sfogliando, in qualcosa che non sapevi esistesse; ma allo stesso  modo se esci a passeggio in un luogo sconosciuto o se guardi con occhi diversi le solite cose puoi trovare, purché tu sia recettivo e curioso un motivo di interesse da coltivare. Ancora: se un ricercatore (di qualunque materia) sta seguendo, in modo originale, aperto, curioso, dubitativo una sua pista gli può accadere di incrociare o scoprire anche casualmente un dettaglio inatteso che lo devia altrove, ma lo porta a risultati importanti per tutti.
Allora mi chiedo: quanto è intelligente un motore di ricerca nel selezionare le risposte alle voci che noi digitiamo nell’apposita casella?
Non sto proponendo un ritorno a metodi di ricerca manuale lentissimi, sto solo interrogandomi dal basso della mia presunzione diversamente abile di capire le cose e ragionando sul fatto che il pensiero individuale va preservato in ogni modo possibile. Sto notando che nella scuola (e in generale nel modo di comunicare sapere) la maieutica è già stata praticamente archiviata in favore dell’omologazione delle forme, dei tempi e dei modi di apprendimento, e che accade sempre più spesso di trovare le stesse citazioni o gli stessi concetti espressi e proposti come se fossero originali.
Sarebbe importante invece valorizzare l’uso delle fonti e farne esperienza originale e non mediata. Credo che le fonti vadano preservate e indicate come la genuina sapienza da cui iniziare, dissetati, un cammino proprio.
Anche a costo di cavarne l’acqua come da un pozzo; tirandola su con una cigolante carrucola.
 
pozzo nel deserto (Immagine da web)

Cigola la carrucola del pozzo, 
l'acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro…
                          Ah che già stride
la ruota, ti ridona all'atro fondo,
visione, una distanza ci divide.