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Punire e bocciare non è sempre educare – di Mariaserena Peterlin

In questi giorni, per le ragioni che ho spiegato in post precedenti, mi accade spesso di pensare al passato. Sono una a cui la famiglia ha insegnato a rispettare le istituzioni e le ho sempre rispettate; da bambina mi hanno fatto fare l’esame da privatista e sono stata iscritta direttamente in seconda elementare (così si chiamava allora), a soli sei anni. Non ho mai sgarrato e mi sono laureata a 22 anni: filando veloce e senza fare scalo.
Dalla seconda elementare, consegnata alla scuola, non ho avuto spazi per alibi, scuse o giustificazioni. La scuola era la cosa più importante e dovevo studiare. La maestra, e poi i professori, erano sacri e inviolabili e dovevano essere rispettati obbedendo a tutte le loro prescrizioni. I compiti si facevano anche se per finirli veniva ora di cena.
Né mio padre né mia madre hanno mai consentito alcun cedimento e le mie eventuali piccole contestazioni venivano rintuzzate sistematicamente, anche chiamando in causa altri parenti come mia zia maestra e mia cugina più grande, autorevolissima prof di Matematica.
Circondata, in questa ed altre modalità educative, da una cortina di legalità, i miei spazi di risposta ad eventuali rigidità o soprusi degli insegnanti, che non mancavano allora come ora, si sono espressi in una personale rielaborazione interiore di come la scuola fosse e di come, invece, avrebbe potuto essere. Ma questo è un altro discorso che riservo a una prossima eventuale occasione.
Quello, invece, che sottolineo oggi è la coerenza totale, anzi direi meglio la totale adesione della mia famiglia di origine ai dettati della scuola. Devo anche aggiungere che gli insegnanti degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, erano tuttavia docenti con tutte le carte in regola; qualche loro esigenza troppo rigida veniva assorbita dalla dimostrazione, praticamente senza eccezioni, di rigore e competenza.
Mio padre, di cui il ricordo mi segue con tenerezza in questi giorni, non ha mai manifestato dubbi su di loro. Solo una volta l’ho visto reagire ed indignarsi con una maestra; accadde, però, anni dopo, quando ero già laureata e insegnante, e precisamente  negli anni ottanta, periodo in cui papà si prendeva cura, di S. un nipotino di sei anni a tutti noi molto caro.
La reazione sdegnata di mio padre fu dovuta a una “punizione” inflitta, in prima elementare, a S. bimbetto vivace ma sensibilissimo, che fu punito dalla maestra per essersi distratto durante la lezione. A causa della sua disobbedienza S. fu trattenuto a scuola ben oltre l’orario ma il nonno, che lo attendeva come tutti i giorni, fuori dalla scuola, non fu avvisato e, dopo parecchi  minuti che erano usciti tutti i compagni, non vedendolo, preoccupatissimo, chiese di entrare a scuola per cercarlo.
Giunto nell’aula, trovò il piccolo in lacrime, sconvolto. Gli era stato , imponendogli lavoretti di pulizia della classe.
E’ stata l’unica volta in cui mio padre ha fatto presente le sue ragioni di dissenso, e aveva ragione.
A sei anni si ha diritto di essere rispettati ed educati. E tutto il resto sono chiacchiere insopportabili anche per un anziano e rigoroso signore, rispettoso di leggi, normative e istituzioni qual era lui.
A sei anni si è bambini ancora piccoli.
A sei anni ci si confronta con la vita nella misura in cui la vita e la società ci detta norme comprensibili. A sei anni una bambina o un bambino non hanno bisogno di un caporale di giornata, ma di una scuola che funziona. E una scuola che non si fa capire dai suoi alunni è una scuola che non funziona. Il rigore non c’azzecca niente con i provvedimenti punitivi, bocciature comprese.
E sconsiglio di provare a dimostrare che bocciare a sei anni è un’azione educativa, rispettosa dei tempi dei bambini o che si fa per il loro bene. 
La “quadra” educativa cerchiamola in altro modo.

Giusto ribellarsi se la scuola non funziona – di Mariaserena Peterlin

La scuola non dev'essere questo.

Ci sono tanti buoni motivi per dire che esiste una scuola che funziona. È tuttavia necessario anche riconoscere che non tutta la scuola funziona. Le lamentele esterne (di una parte dell’opinione pubblica) le conosciamo altrettanto bene delle difese, più o meno d’ufficio, interne (degli addetti ai lavori).
Quando l’anno scolastico va concludendosi e si arriva alla stretta finale allora i due fronti sono più agguerriti e ostili del solito.
Non intendo prender partito.
Vorrei, ancora una volta, sottolineare che la posta in gioco è talmente delicata e importante che l’irrigidirsi dei contendenti in posizioni avverse ed ostili ha lo stesso effetto di un duello in un museo di porcellane.
Parlo di museo perché l’attuale istituzione scolastica ormai è troppo spesso paragonabile a una fondazione museale dove si conserva il passato, si restaurano vecchi reperti (didattici) e si esibiscono documenti o testimonianze di virtù ottocentesche del tutto inattuali che, in apposite teche vetrate e custodite gelosamente, possono solo essere visionate dall’esterno.
Ma mentre il museo scuola esibisce le sue prassi gelosamente custodite la cosiddetta utenza scalpita oppure si adegua. Chi si adegua accetta ed è accettato, chi scalpita, invece, lo fa a suo rischio e pericolo.
 
Detto questo, e francamente non mi sento di continuare un discorso anche troppo noto, rimane almeno un evidente assurdità su cui la scuola, se vuole funzionare, deve necessariamente riflettere: la scuola non funziona se è solo una vetrina (o teca allarmata) di docenti intoccabili. Unicuique suum? Verissimo: a ciascuno il suo (mestiere), ma si dà il caso che il mestiere di educatore non sia quello dell’artista; e per essere svolto utilmente ha bisogno di interrelazione.
Invece c’è una consistente parte di scuola che si ostina nella pratica dell’autoreferenzialità gemente o sentenziante a seconda dei casi e, nonostante le apparenze, è sostanzialmente gelminesca: Questa è la scuola che non funziona, in cui i docenti si trovano bene “tra di loro”, non dialogano con i genitori, che non costruiscono un quotidiano dialogo coi ragazzi e soprattutto non si lasciano contaminare dalla realtà viva e dal suo risuonare.
Questa scuola che non funziona induce, infatti, a scrivere in bacheca su fB a ragazzi bravi, curiosi, intellettualmente vivi e intelligenti (che conosco personalmente come tali, ma di cui non metto il nome per ovvi motivi)
 
..a me la scuola NON mancherà, neanche dopo 3 mesi di vacanze!!!!
 
… e basta, E BASTA CON QUESTE INTERROGAZIONI A MANETTA!! LASCIATECI VIVERE, PORCA EVA!!! voglio andare al mare, non voglio stare chiusa in un aula a sciogliermi dal caldo come un ghiacciolo!!!
 
Non sono frasi scritte da somari per i quali si chiede se “ Per te è giusto bocciare chi va male a scuola?” (come recita un “divertente” test che gira in questi giorni su fb) ma sono frasi che ci dovrebbero instillare dei dubbi, e far chiedere invece se sia giusto il modo in cui questa scuola valuta, e se sia giusto considerare la valutazione come un elemento dominante nel processo educativo. Io ho i miei dubbi.