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I molti Radames de noantri

costume-teatrale-radames-samurai-o-gengis-khan   La sindrome di Radames : ovvero in Politica come in un Melodramma.
Azzardo un’ipotesi: gli attuali protagonisti delle scene politiche sembrano soffrire di una  sindrome che definirei di Radames. (E mi scuso e mi spiace per chi non conosca la vicenda narrata da Verdi e Ghislanzoni nell’opera Aida; ma c’è la generosa Wikipedia, pronta a riassumerne la trama).
Radames, il protagonista, si propone nel primo atto eroico come un leone, e ruggisce: “se quel guerrier io fossi, se il mio sogno si avverasse“; assai baldanzosamente lancia i suoi stentorei acuti, vince persino una battaglia, ma finisce per far pasticci e tradire (involontariamente s’intende!!) il suo Faraone, poi la faccenda s’ingarbuglia e il nostro eroe si spegne, molto poco gloriosamente,  sepolto vivo insieme all’amata Aida che, bella ma sventurata, ci lascia col sospetto di portare anche un po’ sfiga.
I nostri eroi politici gli somigliano parecchio, ma mica solo quelli d’un verso o dell’altro, e non solo quelli italiani o europei; per carità, sono in tanti e globali gli eroi da palco: ruggiscono e lanciano parole bellicosissime, a volte addirittura proclami nobili e illuminati,  si fanno sentire sbatacchiando qua e là le loro armature di scena, accade che vincano qualche mossa, ma poi si ripiegano sulla privata insufficienza.
E non so se sia per amor di qualche Aida (che era anche nera africana, tanto per dire quanto fosse politicamente corretto il tutto) o di una Brigitte o d’una vattelappesca per_Elisa o , infine, ma è questo che mi sembra più probabile, perché involontariamente e a insaputa fanno una serie di corbellerie imbarazzanti.
I loro sogni non si avverano? Ovviamente daranno la colpa agli altri.

“Ah se quel guerrier io fossi!” tumultuosamente proclamano.
“Ah! Ma se non jela fai …” risponderei cinica.
” E se nun t’aregge.” Chiuderei.

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A proposito di Marino, il breve

C’è una bella analisi, di Anna Lombroso, sulla vicenda dell’ex sindaco detronizzato che possiamo leggere in Sale Marino
L’analisi tocca molti punti importanti, tra questi ho scelto quello, ben noto, che è stato più volte comunemente sintetizzato in “Marino sarà anche onesto, ma l’onestà non basta a fare un buon politico”; ma Lombroso ne dice molto altro.
Per quanto mi riguarda mi limito a una breve osservazione.

La questione #onestà è molto cara, come noto, agli slogan dei cinquestelle; e d’altronde come negare che possa suscitare adesioni e come negare sia questione che scotta.
Ma è proprio vero che essere onesti non è sufficiente.  Facciamo attenzione però, questo non deve e non può bastare a farci digerire i tanti mascalzoni, imbroglioni e corrotti che circolano serviti e riveriti nelle autostrade della politica.
Dobbiamo badare bene, specie in tempi di campagna elettorale, a non farci intortorare dai discorsi del tipo: beh non sarà onesto, ma è abile; certo è corrotto, ma sa far soldi; ok è un lestofante ma sa muoversi. La disonestà genericamente intesa, non è come la medicina amara, ma che fa passare la febbre; la disonestà è invece come la pallina di zucchero che Pinocchio pretendeva promettendo di prendere la medicina che poi era pronto a rifiutare.
E molti, troppi, per quella pallina di zucchero ingurgitano il liquame ringraziando.
Tornando alla scelta di un partito a cui dare fiducia e della persona che ci dovrebbe rappresentare in quel partito e poi nelle istituzioni,  non dovrebbe sfuggire a nessuno, ma questo non accade, che se un partito è costretto a cercare altrove dal suo ambito persone che possiedano le altre indispensabili qualità, e non solo l’onestà, allora cade, e cadiamo noi, nelle mani dei cosiddetti e nefasti cosiddetti tecnici.
Le qualità politiche indispensabili come la competenza, la lucidità nel momento delle scelte, l’intelligenza (pare strano dirlo), una buona cultura, la capacità di analisi dei problemi, una forte tempra morale portatrice di valori condivisibili, e via dicendo, dovrebbero essere considerate essenziali e fondamentali.
Ma ahimè i nostri non sono tempi maturi, almeno a me sembra, per tutto questo. Questi sono i tempi in cui si considera dote politica il saper apparire e comunicare. E dal nostro berlusconuccio al megatrump è tutto un orrore.
Del resto dove sono le strutture e le istituzioni formative?
Tra poco si affermerà che uno strumento elettronico robotizzato o meno valga quanto un bravo insegnante, se non di più.
Del resto la nostra scuola è stata depotenziata, il nostro liceo viene sfoltito come un barboncino e la nostra Università è qualcosa di cui si parla solo per esibire intelligenze migranti o, oggi proprio oggi, sfilate di moda.
E il cerchio si chiude.
Una proposta moderata?
Ce l’ho: diamogli fuoco.
(dimenticavo, e spargiamo sale sulle ceneri)

Ricostruire, da fuori

Provo a pensare che la fase che siamo vivendo possa essere non peggiore di altre e che anche in altri tempi, vicini o non, ci sono stati motivi di scontento, di delusione o addirittura di disperazione, e probabilmente è davvero così. E poi disperazione, delusione e scontento non si addicono a persone che comunque mantengano e coltivino un progetto di vita e una visione proiettata nel tempo, anche se, forse, in un tempo lontano.
No, non bisogna cedere; ma resistere non significa ostinarsi a vedere il bello e il buono dove non ci sia. Non significa nemmeno costruire un castello mentale di labili carte illusorie. Dobbiamo resistere e non cedere perché è proprio la nostra resa che, come tutto lascia pensare e sta a dimostrare, stanno aspettando.
Probabilmente siamo di fronte a un disegno sommessamente violento che ha previsto per noi solo un ruolo passivo e subalterno, ma più ci rannicchiamo e chiudiamo più la subalternità potrebbe crescere.
Vedo tuttavia incombere un’ulteriore più sottile violenza: la fallace tentazione del consenso e della partecipazione per cambiare da dentro una delle facce di questo sistema nato da tanti padri ma che una madre maligna si è adattata a comporre mostruosamente.
Siamo arrivati a dire che le ideologie non servono, che sono storicamente superate, che i partiti sono vecchi carrozzoni, che le nuove guide delle nostre scelte sono il mercato e quindi la competitività. Tutto si compra e tutto si vende: dalla nascita alla morte, dalla vita alla sopravvivenza, tutto ha un costo e tutti siamo chiamati a pagarlo.
Non è semplice sintetizzare e proporre: tuttavia ci provo. Io credo e spero nell’utilità di contribuire ad un pensiero diverso da costruire non da dentro, ma proprio da fuori. Potrebbe essere necessario ricominciare riconoscendosi in persone che tornano alla vecchia Costituzione e ai nostri tradizionali valori: lavoro, consorzio umano, famiglia, giustizia sociale, solidarietà, dignità, rispetto e diritti dell’individuo nella reciproca libertà. Credo che la giustizia possa rinascere solo fuori dallo schema, fuori dal sistema e dal linguaggio convenzionale, lontano dalla deferenza al media e dalla soggezione a chi rappresenta le istituzioni, ma le corrompe.
Ci sono ormai troppi contagi nella corruzione, troppe pestilenze morali, troppe compromissioni per poter interagire con quello che c’è e si sta trionfalmente sbriciolando, ma trattiene il potere tra gli artigli.
Solo ritornando a una totale libertà di pensiero possiamo ritrovare il filo sociale e tesserlo, se fosse impossibile trovare sodali è necessario farlo anche da soli, ma i risultati sarebbero minimi, molto meglio farlo insieme agli altri, ai nostri simili.

Politica e antipolitica

Il cittadino si aggira tra informazioni digitali o cartacee e coglie sempre più frequenti ed allarmati messaggi sul presente e sulla crisi globale.

È costretto a destreggiarsi, con mediocre fortuna, tra il bilancio personale e gli aumenti dei prezzi o, peggio, subisce il precariato e s’affanna a cercare un irraggiungibile lavoro. In altri casi soggiace a provvedimenti frustranti quali esodi forzati, cassa o meglio dir sarebbe scassa integrazione, mobilità, accorpamenti, riduzioni e tagli ed altre vessazioni.
Ma non cede, riordina i suoi pensieri tristi, scruta il presente cogliendovi tuttavia altri segnali premonitori di ulteriori restrizioni al suo magro tenore di vita.
Non basta: i media, cartacei o digitali, martellano che perfino le alte cariche, ma non solo loro, sono afflitte per i danni dell’antipolitica, per la crisi della politica e la politica in affanno ed ammoniscono sull’urgenza di rigenerare e di recuperare fiducia nella politica superando questa fase  e via discorrendo. Politica, politica, politica.
Il problema dunque è serio, pensa il cittadino: ma cos’è questa fase di antipolitica?

Allora fruga nella memoria ed avverte che politica non gli suona parola mostruosa ed estranea: a scuola gli spiegavano che la politica è l’arte del governare e che simboli e rappresentanti ne erano le dignitose istituzioni imbandierate di tricolori come il parlamento, il governo eccetera.
E lui, ragazzino allora, tutto sommato ci aveva creduto; quel tricolore stava bene dov’era, era giusto che sventolasse sui pennoni più alti e lo rappresentasse insieme alle istituzioni.

Però.
Già però. Nel frattempo erano passati anni, forse troppi, nel corso dei quali la politica era rimasta concettualmente tale, ma quelli che si mettevano in politica o facevano politica non gli erano più sembrati persone con un messaggio che potesse interessarlo o coinvolgerlo; tantomeno dimostravano di avere a cuore i suoi interessi, il progresso sociale e il bene comune. Se ne ricordavano solo nelle promesse delle campagne elettorali. Invece non solo nei giornali di gossip, ma quotidianamente anche in autorevoli testate cartacee e televisive, c’erano le notizie che tutti sappiamo, e si moltiplicavano le parole che finivano in –opoli (da tangentopoli a … laure-opoli albanese più o meno).
Sugli scanni sedevano parrucchini e tinture, lifting e coscielunghe applicate anche a tablet e smartphone; le immagini di quelli che faceva politica erano di tizi intenti a pranzi o cene, o anche spalmati tra chiappe/tette-al-vento-in-barca, o alle prese con appartamenti regalati (a dritta come a manca) il tutto in un volteggiare di a-mia-insaputopoli.

Con costoro, il cittadino poteva solo prender atto di non aver nulla a che vedere.

Cos’era dunque diventata la politica ? Finiti i tempi pensosi era diventata una galassia con un lato in ombra, dove si contavano e distribuivano denari&poteri, e un lato alla luce degli studi televisivi dove si sciorinavano l’ultima pashmina o l’ultima cravatta mentre si chiedevano, anche sussiegosamente, sacrifici al paese proclamandosi onesti.

Era stato dunque a queste evidenze che il comune cittadino aveva deciso che quella politica non era più roba per lui, che quell’apparato non era degno di passioni o partecipazione e che, se non lo capiva, più di qualche dignitoso e anziano signore forse aveva perso il filo del discorso.
E infatti la politica, da un pezzo a questa parte, non appare più come l’arte del governare per mezzo di dignitose istituzioni imbandierate di tricolori, ma come l’arte di accumulare in-saputamente fastosi finanziamenti non disdegnabili neanche da un eventuale emiro di paesi petroliferi.
E non può chiamarsi politica quella che taglia e toglie ai cittadini mantenendo i propri privilegi e super-finanziamenti e moltiplicando i seggi del suo potere.
Queste prassi, ahimè consuete nel paese di insaputopoli e finanziopoli , si chiamano arroganza e corruttopoli e basta. Per queste buone ragioni il cittadino normale non si riconosce più e non potrebbe mai riconoscersi in un sistema-apparato che gli taglia la vita e il lavoro riducendolo a dover scegliere tra pagare la bolletta della luce o le cure mediche.

E poichè l’elenco dei ladri quotidiani si allunga, allora la patetica ricerca di una rigenerazione o di recupero di fiducia in questa politica sono addirittura controproducenti.
Non siamo noi cittadini delusi e ormai diffidenti, care istituzioni, l’antipolitica; e personalmente posso anche aggiungere che un Grillo non è il mio candidato possibile.

Ma è anche vero che troppi di quelli che hanno creato l’antipolitica e siedono ancor oggi e senza vergogna in Parlamento, nelle istituzioni, negli scranni del potere contro di noi e non per noi.
Viva invece la politica perché, se la usassimo bene, sarebbe l’unica leva che li scalzerebbe salvando noi e facendo cadere “loro” molto, ma molto in basso.