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Se non ora, quando? – Questa è la mia contestazione di Mariaserena Peterlin

Ho letto e firmato per questa manifestazione perché sentivo che era giusto unire un segnale a tanti altri.
Ho subito però detto, in bacheca al gruppo promotore su faceBook, che il titolo era inopportuno.
 Scrivo questa riflessione solitaria per contestare con nettezza e decisione contro questo scippo che si è fatto del titolo di un grande libro di un Autore a cui dobbiamo tantissimo come donne, uomini, persone appartenenti all'unica razza: quella umana.
Non scriverò nulla su Primo Levi, perché tutti ma proprio tutti dovremmo aver già letto e pianto sui suoi libri e sulla sua grande testimonianza riguardante la Shoah, i campi di sterminio e una delle più turpi, abbiette e disperanti vergogne dell'umanità ossia le leggi razziali. Non farò tuttavia ulteriori polemiche con chi lo ha scelto e lo sbandiera su un drappo rosaceo. 
Però dico la mia: è' vero che si è a corto di idee, è vero che si legge superficialmente e si acchiappa la prima cosa che vien in mente. Ma strumentalizzare il titolo di un Autore che dovremmo tenere caro e sacro è inaccettabile. Paragonare questi anni di melma quotidiana, acquiescentemente subiti e accettati anche con il voto, alla immane funesta epoca del nazifascismo è altrettanto inaccettabile. A ciascuno il suo.
 Per questo io mi ribello ed affermo che è troppo facile protestare senza idee nuove. L'evidenza è sotto gli occhi di tutti, altrettanto evidente dovrebbe essere che non con questi strumenti si combatte un omino di burro che trasforma in somari chi lo segue in tanti modi, anche rifiutando di cambiare stile di vita.
 
Restituiamo al grande Primo Levi la sua opera.
E si combatta la melma con l'acqua pulita delle buone idee.
Altrimenti ci rimane solo la vergogna.
 
Il mio dissentire, lo ribadisco, riguardava dunque il titolo e tale posizione mantengo; oggi, dopo aver visto le immagini della manifestazione,riconosco il dovuto rispetto per i/le manifestanti ma, nello stesso tempo, affermo la mia convinzione che si sia svolta in bilico tra la buona causa e lo strumento inadeguato.
La mia modesta opinione, che propongo "senza rete" nè retoriche ed infischiandomene assai del politicamente corretto  è che queste strategie preparano, e forse, un avvicendamento e non lasciano intravedere, per lo meno non ancora e non di sicuro un cambiamento reale che migliori la nostra vita e quella dei nostri figli e nipoti.
Non che sia facile realizzarlo; si tratta, ad esempio, di ridiscutere prima di tutto i nostri stili di vita e le nostre modalità di relazione, di reinventare gli argomenti e lo stile della comunicazione e di riflettere alla ricerca di nuove soluzioni.  Se si cade nella logica (bella/disponibile – vecchio/viagroso – incarichi/lupanare) ci si spuntano immediatamente le armi della logica e della ragione (ripeto, sto proponendo un'opinione e non un proclama).
Se invece riflettiamo sulla situazione "altra", ossia la nostra, se analizziamo quello che non funziona nel mondo del lavoro, nel sociale, nei servizi, nella ricerca e nella scuola, nei diritti civili e umani, nella realizzazione di una vera società di liberi ed uguali, nelle aspettative tradite e deluse di chi ha studiato vent'anni per avere in mano meno di un pugno di mosche allora ci accorgeremmo che non abbiamo nemmeno più tempo per seguire i talk show o i "programmi di approfondimento" e che dobbiamo iniziare ad incontrarci tra persone che vogliono costruire qualcosa di nuovo e soprattutto cercare un PENSIERO NUOVO.
Oggi leggo sui giornali frasi che dimostrano come i giornalisti non abbiano capito quello che succede; e non comprendono perché non possono: un titolo dice: "che belle facce, come sull'autobus e sulla metropolitana" … Devo commentare?
Beh… chi scrive queste cose non sale da mai sull'autobus nè sulla metro, e le facce della gente che lavora, magari su turni non le conosce, ma va in taxi spesato.
E questo è un ulteriore segnale che la distanza aumenta, che non siamo una società di uguali. Mi dispiace ma l'evidenza è questa.