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C'è WEB E WEB – di Mariaserena Peterlin


La comunicazione su web pone una serie di questioni che sto cercando di analizzare e sulla quale si potrebbe utilmente scambiare idee sensate e costruttive anche senza bisogno di scomodare gli esperti accreditati del momento.
Siamo sommersi da modelli comunicativi influenzati dallo stile dei format (se si può dir così) televisivi i quali impongono ai dialoganti una velocità che a volte si fa sentenziosa ed aggressiva; tale stile comunicativo determina atteggiamenti che in una dimensione diversa, gli stessi protagonisti esprimerebbero diversamente.
E’ evidente come alcune persone note (Sgarbi o Santanchè ad esempio) hanno costruito ad arte il loro personaggio e se lo coltivano alla faccia degli ascoltatori che spesso si disorientano, altre volte si irritano ma spesso, tutto sommato, si godono lo spettacolo. 
Mai come ora l'obbligo, sollecitato dai conduttori tv, di essere incisivi, veloci, ha avuto la prevalenza sul senso di quello che si vuol dire; e può accadere che ci si senta sollecitati ad esprimerci velocemente anche quando, invece, scrivendo (e dunque non interloquendo in forma diretta ed immediata) su web, dovremmo darci il tempo di riflettere e ragionare.
Con un uso intelligente della comunicazione su web, che tutti rivendichiamo come un'area libera da difendere, possiamo anche dimostrare che:
a) non tutto fa spettacolo e che la tv non ci domina
b) su web c'è o ci può essere una democrazia davvero orizzontale
c) il web consente a  tutti di esprimersi 
d) tutti possono anche essere letti/ascoltati 
e) possiamo edificare una rete virtuosa in cui si costruisce anche cultura (ognuno col suo contributo)
f) potremmo mettere in cantina il principio di autorità e sostituirlo con il principio della libera opinione
g) l'opinione ha il tempo necessario per essere supportata da adeguate ragioni e non gridata
h) la divergenza di idee non deve essere necessariamente anestetizzata dall'ipocrisia dell'apparenza, ma essere feconda di soluzioni

e potremmo continuare.

Insomma se vogliamo (e io lo vorrei) dimostrare che i blogger non sono omologati, non sono narcisi, allora dobbiamo lavorare in questa direzione.
Riconosco la saggezza di chi nota che non dobbiamo interagire solo su cose su cui concordiamo già. Tutti dovremmo cercare di ricostruire il dialogo dell’agorà, quello del confronto delle idee e delle opinioni non faziose.

Ma allora perché capita di assistere  nei forum, ning o piattaforme sociali varie o anche nei blog personali e collettivi a scontri verbali,  a forme di aggressioni in stile branco? Perché si fabbricano delle filiere di consenso preorganizzate o ci sono siti in cui chi scrive, ed è a caccia di numeri per il suo contatore di visite, provoca ad arte lanciandosi su qualche argomento o avversario vero o presunto (o presumibile) solo allo scopo di attirare l’attenzione e se riceve obiezioni ha già pronta una schiera di fidi pronti a sostenerlo e, possibilmente a mettere in ridicolo (o addirittura a minacciare di “caccia”) si dovesse permettere di dissentire?
Sulla linea comunicativa del web ci può essere, e anzi che ci deve essere, tutto lo spazio per capire e spiegare.

C’è il tempo per meditare una risposta ponderata. Invece se l’interlocutore dissente e fornisce spiegazioni che argomentano opinioni diverse accade che si parli di strumentalizzazione, se non di troll, quando come troll dovrebbe essere considerato colui che ha cercato la provocazione.

Insomma non c’è dubbio, c'è web e web.

Tutti pretendiamo il diritto di approvare o dissentire, ma se vogliamo un web virtuoso è necessario dialogare; personalmente mi sono posta il problema e penso valga la pena di rifletterci.

Narrare, raccontare o la restituzione dell'AGORA'?di Mariaserena Peterlin

CAPITOLO 2

O parlo io o parli tu

Mi lasci parlare?
Mi alzo e me ne vado!
 
Ridicoli e volgari personaggi urlano nei set televisivi, e si permettono di entrare nelle nostre case latrando le loro cosiddette opinioni.
Abbiamo perso l’agorà, ci hanno chiusi, o ci siamo lasciati chiudere, nelle nostre case-scatole e il nostro focolare domestico (Arbasino) non è nemmeno più famigliare poichè ciascun membro di quel che rimane della famiglia ha il suo schermo personale (tv o pc che sia).
Da quelle scatole urlano o sogghignano personaggi brutali e cafoni, o ammiccano giochi che assorbono ogni attenzione ed emozione, che seminano solo la malerba dell’opinionismo relativista.
Ciascuno pretende di avere la sua verità e pretende, errore fatale, che il concetto di opinione e quello di verità siano equivalenti.
Noi, spesso quasi inconsapevolmente seguaci di questi pessimi modelli, ci stiamo isolando sempre di più. Il consenso tra le persone si misura sull’adesione ad un’opinione; un po’ come accade per le cosiddette fedi calcistiche o sportive. Il sentirsi parte di una società non significa essere curiosi di conoscere quello che gli altri pensano, ma legarsi ad un consenso comune che non richieda troppo uso della facoltà raziocinante.
 
Abbiamo fortemente bisogno di una dimensione comunicativa diversa. Il singolo, il genitore, l’insegnante, la scuola non possono cambiare d’un tratto tutto questo.
Però penso debbano porsi (dobbiamo porci) il problema.

Messaggio di fine d'anno. CITTADINI, DIETROFRONT ! di Mariaserena Peterlin

 
Come festeggeremo?
I botti no; esercizio pericoloso.
E bottiglie, lampadine o la roba vecchia da gettare dalle finestre? Vietato davvero. Una vecchia pratica incivile, del resto abbiamo già le discariche traboccanti.
Ci si butta a bere? Ma no, anzi il meno possibile.
Viaggi? Quelli sì, a patto che ci piaccia piace gozzovigliare in sacco a pelo nei terminal di qualche aeroporto congelato.
Regali? Forse… riciclare le mutande rosse degli anni scorsi. Tanto non le mette quasi  nessuno e basta scegliere sempre la taglia unica.
 
Dimentico qualcosa? Come no: lenticchie turche e cotechino di maiale a sei zampe importato dall’est europeo: una autentica sciccheria per palati fini. (Ops: “ff…Fini ?!?” Help! no! Ovvio. Pussa via!)
 
Italiani di terra di mare e dell’aria: ci siamo rotti le scatole oppure ne volete ancora?
Veramente un dettaglio ci sarebbe; il 2011 si annuncia in salita. Lo snocciolano, con ansante metafora, i media: ci attendono oltre 1000 euro di aumento annui per famiglia (già ricordiamoci anche della famiglia visto che si tratta di pagare).
 
In tutto ciò come tralasciare un’aurea frase dell’emozionante messaggio pronunciato in conferenza stampa dalla soave-suadente-paterna voce del premier alla vigilia del Santo Natale? Egli non ci ha forse ammonito (proprio da buon padre di famiglia) che
“In India il costo del lavoro è meno di un dollaro l’ora, per la precisione 98 centesimi, e l’Europa deve adeguarsi”?
Faccio il conto della serva. A occhio e croce (soprattutto a croce) ci dovremmo aspettare di scivolare a paghe mensili da 300 euro al mese? Slurp! Anzi, doppio slurp.
 
E nessuno si è levato a chieder conto di questo scenario, e nemmeno un sopracciglio si è aggrottato. Si vabbè qualche ex comunista dei soliti, di quelli ancora di sinistra e rompiscatole ha eccipito, ma quelli chi li intervista? Infatti i giornalisti presenti in conferenza stampa hanno incassato compunti.
Del resto è naturale visto che hanno riprecipitato alle condizioni sociali del seicento: notoriamente secolo sudicio e sfarzoso. Per reagire dovremmo ricominciare dalle ottocentesche
Trade unions ? E' possibile. 
 
Appare chiaramente che (e vado a semplificare) quelli che governano il nostro mondo, e non solo l’Italia, hanno spezzato e spazzato via una rete sociale faticosamente costruita, virtuosa, fatta di gesti quotidiani, di lavoro, di crescita personale, di mani che si stringono, di cuori che si parlano, di teste che pensano, di progettualità, di ricerca, di sviluppo, di promozione per le giovani generazioni a venire.
Hanno lanciato sui nostri passi di lavoratori le iene della concorrenza, della competizione, delle piccole ambizioni personali del miope tornaconto. E le iene hanno fatto bene il loro lavoro: ci hanno raggiunto.
Man mano le coscienze si spengono assopite e assorbire da cocktail del tipo divano+immagini et similia.
Insomma hanno seminato l’ignoranza ed è cresciuta, rigogliosa ed infestante, l’indifferente passività di molti e la furbizia di pochi.
 
Ma via! Basta con le amarezze! E’ capodanno! Avanti coi brindisi degli spumanti.
Forza Italia! Stringi i denti ma preparati ad allacciarti di nuovo i calzoni con lo spago. Nel frattempo indébitati fino al collo perché la Cina, lo sapevamo, è vicina; ma l’India è qui dietro l’angolo. 89 centesimi all’ora non ci saranno negati.
Alleniamoci alla miseria rilassandoci, per chi vuole, a botte di new age.
Potrebbe essere utile.
 
Come festeggeremo dunque? Qualcosa c’è. Auguriamoci reciprocamente la fine di questa nebbia che ottenebra le menti e la nascita di una buona vista chiara e tagliente per il domani.
 
Nel frattempo rimangono, inoltre, gli affetti e l’amore da coltivare, e la convinzione che valga la pena di lottare con passione per l’essere umano che anima questo nostro corpo assediato da vacui desideri, ma anche da reali bisogni di tanti tipi.
Cose che non costano nulla, ma potrebbero farci sentire migliori. E sarà comunque luce dentro di noi.

COMUNICARE CON I NATIVI DIGITALI di Mariaserena Peterlin

Mi suggeriscono (G.Marconato)  un link in cui P.C.Rivoltella parla delle difficoltà che hanno gli adulti a comprendere le modalità di apprendere e comunicare dei nativi digitali, la generazione nata col cellulare attaccato al biberon e che gioca sulla playtation mentre parla al cell, e apre dieci finestre sul pc.
Mentre seguo il link su youtube comincio a prendermi qualche appunto, do un’occhiata alle email, spizzo fb e penso a come elaborare ciò su cui fermo la mia attenzione.
Che cos’è? pure io multitasking? 😀 .
Tranquilli, non sono così avanti.
Il fatto è che youtube carica lentamente e a tratti si ferma e il professore parla senza fretta, forse proprio perché anche lui tiene sotto controllo l’ambiente circostante e le immagini che gli scorrono accanto ad illustrarne i concetti. (Tenere alto il livello dell’attenzione non è facile.)
Colgo alcune sue frasi interessanti e riassumo.
L’aspetto differenziante tra i nativi digitali e noi non è la competenza tecnica, la ricerca recente mette in evidenza che alcune volte la tecnologia è un ponte tra generazioni e quello che ci avvicina è molto più di quello che ci allontana (es cellulari); dobbiamo comprendere che nel nativo gli stili cognitivi e di attenzione sono diversi e che siamo noi a doverci inventare nuovi sistemi di mediazione.
Dunque è necessario mettere in discussione l’adulto e non colpevolizzare il minore: un gioco di riposizionamento per guadagnare un punto di vista più corretto tra il minore e i media.

Bene, mi dico. Trovo, in queste parole, conferme alle mie precedenti osservazioni empiriche. Anche nella vita quotidiana non mancano, tra genitori e insegnanti attenti, quelli che hanno la percezione precisa che il gap non si crei da solo e che il ruolo educativo chieda che sia l’adulto a impegnarsi a colmarlo.

Il problema è, infatti, l’equilibrio tra ciò che siamo e ciò che i ragazzi sono. Mio nonno andava ancora a cavallo ma poi si comprò la moto Guzzi; e usava l’automobile. Mio padre andava, per chilometri, a scuola in bici, ma poi è arrivato a volare in aereo e vedere l’uomo sulla luna ma scuoteva la testa quando vedeva i capelloni.
Adesso abbiamo a che fare con la comunicazione.
Io la prenderei con calma. Ce la possiamo fare, magari scuotendo non la testa, ma le nostre energie, perché i ragazzi che frequentano oggi la scuola e vivono ancora in famiglia non trovano sempre di fronte a sé saggezza ed equilibrio, ma si imbattono in conservatorismo e barriere più vecchie di mio nonno. E questo non va bene. (Fatte salve le buone eccezioni, naturalmente.)