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Storia di ETTORE : Segnali di vita per il cambiamento – di Mariaserena Peterlin

Dedicato a tutti quelli che pensano che non si impara solo ascoltando.

Sfoglio, a volte, gli album con le foto del tempo già vissuto.

Ad aprirli ci vuole la frazione di secondo, ma poi è come entrare nella macchina del tempo e volerci rimanere.

Guardo le immagini e mi arrivano pensieri, come una musica con parole a lungo sedimentate che continuano a parlare di cambiamento. Una canzone.

Il tempo cambia molte cose nella vita

il senso le amicizie le opinioni

che voglia di cambiare che c’è in me

si sente il bisogno di una propria evoluzione

sganciata dalle regole comuni

da questa falsa personalità.

L’effetto è quello di guardarsi allo specchio in modo diverso e riconoscersi in quell’immagine, o forma, ritrovando se stessi come si è dentro, e non come qualcosa da esporre agli altri.

Una nostra comune immagine riflessa (dove, come diceva un vecchio film, non c’è mai la verità perché quel che è destra è sinistra e quel che è sinistra è destra) non sempre ci appaga.

Invece, se scrutassimo nello specchio degli occhi dell’animo, io credo che quello che vediamo potrebbe piacerci.

No, non si tratta di rimpianti o nostalgia.

Si tratta di voler bene ciò che siamo e, in buona coscienza, ciò che siamo stati.

Per questo non cerco mai nessun surrogato del paradiso, per questo non voglio dimenticare nulla.

Il tempo, è vero, cancella e cambia molte cose, ma solo ciò che non abbiamo davvero vissuto a cuore aperto, mentre ci fa anche amare di più tutto ciò che, come naufraghi senza tempesta, vogliamo ostinatamente portare con noi.

Guardo, adesso, immagini scattare negli anni settanta, lo stesso periodo in cui sono nate le mie figlie, tuttavia io le vedo e sento simili a quelle della mia infanzia; mi convinco che non sarebbero troppo diverse e penso che sarebbe bello se in tanti si cominciasse ad aprire i nostri cassetti per mettere in circolazione tutte le vecchie foto riposte tra ricordi e sentimenti.

Ci sono stati anni in cui tutto cambiava e il modo progrediva velocemente, ma il fondo dell’animo delle persone conservava un patrimonio di memorie e cultura, sentimenti e tradizioni.

Ci sono stati anni in cui non siamo stati anime invase e sopraffatte o indifferenti.

In quegli anni lo specchio era un oggetto ma era anche vanitas  e un ragazzino si vestiva e metteva in ordine perché e come le mamme volevano fosse in ordine, e non come lo voleva la nike o un’altra marca qualsiasi e televisivamente permeante.

E certamente non ci si vestiva o metteva in ordine per videizzarsi col telefonino.

No, ripeto: Non si tratta di rimpianti o nostalgia.

Si tratta di amare quello che siamo e, in buona coscienza, ciò che siamo stati e siamo rimasti senza tradimenti.

Si tratta di lasciar parlare immagini da cui c’è ancora tanto da imparare su noi stessi.

E’ con questo stato d’animo che mi sono ritrovata a guardar quelle ed altre immagini e ho chiesto di conoscere le storie che racchiudevano. Alcune me le hanno raccontate.

Un racconto o una narrazione sono come un filo che si svolge meticolosamente da un gomitolo ben ordinato per diventare trama e tessuto artigianale o una maglia lavorata punto per punto.

Ognuno ha una mano diversa e il tessuto o la maglia che sto costruendo io non potrà essere uguale ad un’altra.

Ma in questo modo abbiamo già spezzato, senza rumore e definitivamente, un anello della catena dell’omologazione che ci ha portato dal mondo del sentimento e della ragione a quello della vanitas e del vuoto, che prima rifuggivamo.

La storia che mi racconta, ad esempio un insegnante di una scuola sportiva è uno di quei fili di gomitolo che diventa una narrazione o tessuto. Sarà uguale e diversa? Non nella sostanza.

Parla di Ettore, undici anni, che partecipa, nel dicembre del 1976  alla Corsa delle tre contrade organizzata dalla Scuola Sportiva DEPA di Palermo. Un dicembre palermitano mite, commenta il suo insegnante. 

Nella foto, bellissima, si vedono tre ragazzini ed Ettore è il più alto. ettore Ha un fisico asciutto e non sorride, ha i capelli un po’ arruffati e sembra affannato a differenza dei suoi compagni che sembrano tranquilli  pur se presi dalla situazione.

Il filo del gomitolo si dipana, e l’insegnante, perché questa storia dobbiamo narrarla insieme, mi racconta.

Ettore è nato in una famiglia che per tradizione ha lavorato con gli animali. Negli anni sessanta e settanta in seguito alla grande cementificazione del nostro quartiere che si estende dalle falde del Monte Pellegrino sino al mare, molti dei gruppi familiari che vivevano di allevamento del bestiame, continuarono questo lavoro non più in zone adibite a pascolo ma in stalla. Ettore ha aiutato la famiglia in questa fase. Lo ha fatto abbeverando le mucche, dando loro il fieno ed altri vegetali, aiutando il padre a trasportare l’erba raccolta alle pendici del monte, pulendo la stalla, distribuendo il latte munto presso le famiglie che lo richiedevano.”

Dunque quel bambino quindi frequenta la scuola elementare e segue le lezioni; per lui sedersi al banco è come tirare un sospiro di sollievo e riposare il corpo per dare aria alla mente.

Nei periodi scolastici Ettore doveva svolgere parte di questi lavori durante la giornata, cercando di seguire anche le lezioni e di fare anche i compiti.”

Ettore cresceva sano e robusto e, come è naturale che sia, provava un po’ d’invidia per gli altri ragazzini che non avevano di queste incombenze di lavoro.”

Afferro quel filo e vedo Ettore correre verso la scuola sportiva e materializzarsi al fianco dei suoi insegnanti. Lo vedo sbrigarsi a finire con il bestiame, incombenza faticosa e che richiede accuratezza e precisione, per non perdere la possibilità di far parte di un gruppo e di seguire i suoi maestri.

Per lui questi contatti sono ossigeno ed entrare nel campetto per presentarsi ai maestri è come spiccare finalmente il volo.

Parallelamente penso che ragionare sulla sua condizione di bambino che aiuta la famiglia nel lavoro quotidiano e forse lasciarsi andare a giudizi anacronistici e moralistici parlando di lavoro minorile non abbia, oggi, nessun senso. La nostra presunzione moralista, dopotutto, si ferma sulla soglia di casa nostra e comunque lasciamo che il mondo vada come va.

La condizione della vita quotidiana di Ettore era quella e non per scelta o accanimento, ma per ragioni storiche che dobbiamo accettare come tali.

L’infanzia di oggi appare più tutelata ed ha garanzie formalmente diverse. Ma sulla probabilità che sia realmente più felice e fiduciosa sul senso dell’esistenza o che cresca genericamente meglio, abbiamo semplicemente staccato il tagliando di una scommessa che è tutta da verificare.

Ora capisco quell’aria spettinata e lo sguardo che interroga e non dà nulla per scontato.

Ogni attimo di scuola che per gli altri è un impegno per lui è invece un premio.

Alla DEPA “ mi dice ancora l’insegnante,“assieme alle attività proprie dei corsi della Scuola Sportiva abbiamo proposto gare di corsa, meeting di atletica leggera, tornei di calcio, etc con la partecipazione aperta a tutti i ragazzini del quartiere. Ettore, grazie a queste attività che hanno avuto sempre una valenza educativa, ha trovato l’ambito dove essere alla pari con gli altri ragazzini. Nei suoi periodi “liberi” ce lo ritrovavamo accanto sempre pronto ad accogliere il nostro assenso ad includersi nelle attività dei corsi.”

Mi spiego anche le spalle e del ragazzo, nella foto leggermente curve, come se  stesse per assumere la posizione di partenza e al tempo stesso si rilassasse in attesa dell’impegno di una competizione attesa e anelata. Mi spiego lo sguardo consapevole, da adulto.

Le parole del suo insegnante documentano i fatti.

“Ettore quando ha partecipato alla gara aveva 11 anni e frequentava la quinta elementare. La distanza della corsa era di circa 2 Km ed Ettore si è classificato tra i primi. Il percorso della gara lo abbiamo modificato per farla passare davanti la stalla di Ettore.

Lui aspetta dunque solo il via per lasciar correre gambe e cuore, per slanciarsi a perdifiato gareggiando lungo le strade delle tre contrade, per confrontarsi con i compagni e magari accelerare al massimo negli istanti in cui passa davanti alla stalla della famiglia orgogliosa della sua partecipazione.

Un passero, con il cuore grande, da uomo.

Dopo la corsa tornerà a casa felice e continuerà il lavoro, finirà i compiti e si preparerà al riposo con la mente rivolta al suo domani che, lui spera, sarà diverso da quello di tutti gli altri.

Segnali di vita nei cortili

e nelle case all’imbrunire

…..

“Inutile dire che noi insegnanti della DEPA tifavamo in modo un po’ velato per la vittoria di Ettore.”

Tifiamo anche noi, seppure a distanza perché ora il tempo si è annullato e negli occhi di tutti c’è solo il numero 34 sulla maglia di Ettore, quel ragazzino asciutto che “dialogava con gli sguardi, con il sorriso maturo e intelligente, con la sua presenza sempre composta e che esprimeva fiducia, dialogava con la sua ricca e forte motricità”.

La mattina della Corsa delle tre contrade Ettore svegliandosi non poteva sapere che dopo tanti anni si sarebbe ancora parlato della sua partecipazione alla gara. Ma anche se lo avesse saputo avrebbe probabilmente scrollato le spalle e pensato solo che si doveva sbrigare il più possibile per anticipare il lavoro.

Ettore, un nome di famiglia, ma anche dell’eroe omerico che rappresenta insieme il mito della pietas famigliare e del coraggio ardito; Ettore 11 anni e tanti sogni a lui stesso indistinti.

Ma l’impresa lo attende e non c’era tempo per pensare perchè uno dei suoi sogni è ora a portata di mano.

Dunque si alza dal letto alla svelta peressere puntuale, alle nove nsieme agli altri ragazzi. Si veste: scarpe, calzoni lunghi, una maglietta su cui era già stato attaccato quel numero che è solo suo.

Non era tempo di divise quello, né di maglie con lo sponsor o di marche con grandi firme: per tutti bastava la solita semplice maglietta e la determinazione ad esserci. I ragazzi di quegli anni sono ancora solo ragazzi, simili a quelli della via Pál.

Non posso impedirmi di pensare ad una qualsiasi corsa di ragazzini oggi: denari e tempo da spendere per scegliere il look, la famiglia mobilitata, una colazione da campione del mondo in trasferta di lusso, le videocamere e telefonini in azione, parenti disposti lungo il percorso (in alcuni casi predisposti alla competizione o ad un tifo esagerato essi stessi).

E poi?

Poi nulla, si spengono le luci e molti non si chiedono

“ti accorgi di come vola bassa la mia mente?

E colpa dei pensieri associativi

se non riesco a stare adesso qui.”

Corri dunque Ettore!

Siamo stati, e vogliamo ancora essere, simili a te; non certo migliori.

Corri ancora Ettore perché la tua corsa è passione per la vita e le nostre anime non temeranno di specchiarsi nel vuoto.

(Fine anni cinquanta, ero ragazzina, e giocavo a campana o correvo dietro a un palla. Ma prima di poter andare a giocare dovevo lavare i piatti e fare tutti i compiti. Appena era possibile scendevo subito sotto casa dove si giocava tutti all’Iliade.

Sì perchè in prima media si studiava Omero, e nei cortili e nei campi della periferia della città dove vivevo allora noi passavamo i pomeriggi formando bande di Achei e Troiani. Io ero un guerriero acheo e avrei voluto essere Achille, ma quel ruolo spettava a Sergio, un ragazzino che si era procurato uno scudo di cartone (fatto con un piatto di quelli su cui appoggiare le torte di pasticceria) con relativa spada. Battaglie, scontri, duelli: corse e sassate. Il ruolo di Ettore era, ovviamente, di un ragazzino  della banda opposta. Oggi vorrei essere nella sua.)

Segnali di vita nel cortile

e negli spazi all’imbrunire

le luci fanno ricordare

le meccaniche celesti.

FINE DELLA STORIA

LAVORO, ISTRUZIONE E DIRITTI NEGATI: SI VA VERSO UNA SELEZIONE DELLA SPECIE?

RISVEGLIARE LE COSCIENZE E CREARE SOLIDARIETÀ TRA TUTTI GLI ESCLUSI

mariaser1 news 07La stabilità del rapporto di lavoro nonché la garanzia del diritto al lavoro sono ormai, tranne poche eccezioni, eredità di un mondo diverso da questo ed ottenute in passato solo per pochi decenni che si vanno allontanando.
Attualmente diritti e garanzie sono negate non solo ai cittadini cosiddetti giovani, ossia a chi ha meno di quarant’anni ma anche a chi, pur di età maggiore subisce gli effetti di questa deprivazione.
La precarietà non è più uno stato di passaggio, è sistema.
I vecchi che hanno ancora un contratto vero, man mano cederanno per età.
Molti giovani, costretti al funambolismo di uno pseudo lavoro, che troppo spesso impedisce loro di crescere professionalmente, sono spesso anche manipolati verso consumi e a uno stile di vita anestetizzante che li distolgono dalla necessità di crearsi una forte formazione di coscienza politica di contrasto al sistema.
Accade infatti che giovani e meno giovani perdendo fiducia, in quanto cives ossia cittadini attivi e partecipi, si rifugino nel privato.
L’imposizione del funambolismo-precariato del lavoro oltre a creare rivalità e astio tra pari, oltre a creare frustranti aspettative, spezza (a vantaggio del datore di lavoro) il possibile legame di solidarietà tra lavoratori i quali ripiegano verso una condizione di dipendenza spesso affettuosa, ma certamente non a loro utile nel tempo medio-lungo, verso gli anziani di famiglia.
Le parti politiche in campo non dimostrano, ad oggi, di avere interesse ad elaborare un’analisi adeguata di quanto sta accadendo al cittadino, al popolo.
Ci si prepara eventualmente a sostenere uno scontro tra opposizioni, ma non riusciamo a scorgere il dar vita a una teorizzazione ideologica volta al rinnovamento, ormai indispensabile, e a una interpretazione seriamente critica di questa realtà.
Perché questo accade? Dove sono finiti anche gli intellettuali?
Quale ulteriore cambiamento ci aspetta?
Eventuali avvicendamenti politici che non si propongano una prospettiva del tutto diversa da quella attuale (a cui ci si adegua a livello non solo europeo) a cosa porteranno?
A una patetica strategia di rammendo-rattoppo provvisorio?
A una pseudo economia di aiuti e non di sviluppo?
E continuando così quale vita ci aspetta tutti?
Gli studenti che protestano a Roma come altrove hanno ragione, ma contestare Gelmini non è sufficiente, è solo una comprensibile esternazione di disagio. La Gelmini è, come noto, diligente esecutrice di decisioni che sono state già prese ed attuate. 
Ma cosa vuole ottenere il sistema?
Una sorta di selezione dei cittadini?
I ragazzi, infine, stanno già subendo danni nella loro educazione.
Tanto è vero che non solo si taglia sull’istruzione, ma si sostituisce alla pedagogia della della responsabilità e all'attenzione per crescita del cervello libero e pensante il controllo telematico delle assenze, dei ritardi e dei voti. 
La falsa efficienza in luogo della cura.
Se perdiamo anche loro, che rappresentano la prossima generazione chiamata a sostenere la vita attiva, la domanda è indifferibile: dove ci stanno portando?

IN ITALIA È URGENTE DIRE COSA SIAMO E VOGLIAMO : da Montale a noi – di Mariaserena Peterlin

mariaser1 news 07Problema: definire  e dire cos'è l'oggi per costruire il domani, ovvero ciò che (non) siamo ciò che (non) vogliamo
 
Dal poeta Montale, che tanto ci ha donato, dobbiamo accettare come illimitatamente valido il famoso monito. Il poeta, che altrove percorre i suoi sentieri bagnati da pozzanghere dove i ragazzi agguantano qualche sparuta anguilla e riflette su prati polverosi o scalcinati muri, può anche rispondere a chi gli chieda la formula per aprire il mondo: codesto solo oggi posso dirti: ciò che non siamo ciò che non vogliamo.
 
Ma noi non siamo Montale né abbiamo la sua dimensione o viviamo il suo tempo.
In passato la ricerca della parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe avrebbe anche potuto essere sospesa e rimandata e non era considerato compito del poeta lo svelarla.
Codesto solo oggi posso dirti.
Ma quell’oggi è finito, e non è finito molto bene tanto che sarebbe anche difficile trovare poeti contemporanei a cui rivolgersi.
Il presente ci ha messo tutti come in un presepio laico a far da statuine viventi e cristallizzate in ruoli passivi.
Oggi qualcuno chiede ancora la parola al poeta o all’intellettuale libero?
Di più: c’è qualcuno che chiede anche al comune mortale di DIRE, o cercare una sola vera e libera parola?
Troppo spesso quella parola, che dovrebbe essere bagliore o dialogo di luce per se stessi e per altri, è qualcosa che si vende e soprattutto si compra.
Troppo spesso non si dice: si imita.
Ad esempio si linka compulsivamente qualcosa che ci rappresenti.

Ci sentiamo rappresentati da un avatar per la nostra immagine e da un link per le nostre parole.
 
Ma dovremmo, dobbiamo svegliarci da questa anestesia del pensiero e del dire.
 
Siamo in una stagione in cui non possiamo pensare all’oggi ed aspettare un eventuale domani.
Il domani va costruito. E’ necessario, è urgente perché comunque c’è chi ne ha già progettato o già ne costruisce uno per noi: conformato e preformato per le statuine del presepe laico sempre più eccitate da falsi bisogni e falsi risultati.
 
Non sarà facile mettere in moto idee, parole per dirle e gesti pazienti ma costanti per costruire. Ma si deve.
Forse non possiamo fare a meno dei poeti; ma nemmeno i poeti possono fare a meno di noi.
Oggi è urgente dire (o ammettere) ciò che siamo, e decidere anche cosa vogliamo.

INSEGNANTE : un GIOCATORE che PARLA e RACCONTA – di Mariaserena Peterlin


Raccontare non è molto difficile, parlare lo è molto di più.

Se si racconta si può anche aggiustare un po’ ciò che è accaduto, si può inventare o immaginare, amplificare o ridurre; in ogni caso il racconto ha un narratore che può un po’ giocare con le parole.
Quando si parla invece, e ci si esprime e ci apre, è diverso.
E se si tratta di scuola mi rendo conto che è molto più difficile parlarne che raccontarla o rappresentarla perché la scuola è vita.
A scuola ci chiedevamo spesso come verificare l’utilità del nostro lavoro.
Un medico vede un paziente guarire o no.
Un progettista vede se il suo lavoro si realizza e se funziona.
Lo stesso si può dire di tante professioni, dal cuoco all’astronauta e così via.
Un insegnante invece è, azzardo un’immagine, un giocatore speciale.
Infatti muove i suoi pezzi secondo le sue strategie o punta la sua giocata su un domani lontano, a volte lontanissimo; sa che non gioca da solo e che le intersezioni o gli ostacoli e le smentite alle sue azioni ci sono e ci saranno sempre.
Solo di rado potrà verificare sapere se la sua scelta è stata quella giusta.

Raccontare si può, io stessa ci ho provato. Ma è come se avessi descritto un documento, una fotografia che ho narrato. Non saprei dire se questo basti a prefigurare una conclusione.
Appare dunque così importante conoscere l’esito della partita? In realtà non si tratta di questo.

Il punto è che l’inquieto scorrere di attimi che segnano ogni ora di lezione non è fine a se stesso.

Credo sia importante percepirlo e viverlo in una prospettiva che si proietta nel domani molto più che nel presente.
Il bravo insegnante è un giocatore speciale, ma il vizio del gioco lo assedia e lo assilla come qualunque altro giocatore. Difficilmente smette. E quando è finalmente costretto a smettere nella reale quotidianità, continua tuttavia nella fantastica simulazione quotidiana e sovente si interroga sugli inquieti momenti di vita trascorsa con i suoi ragazzi.

Ne parlo per affermare che nulla di quanto si vive si può davvero raccontare, ma lo si riesce dire ad anime sensibili e recettive.

Le anime infatti, loro sì, le cose se le dicono