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Donna adesso. In meno di 100 parole – di Mariaserena

Nonna Maria, nata a fine 800, per marito e figli (sei) era regina di fatto in casa sua dove c’era rispetto tra tutti e soprattutto verso le persone e rispettivi ruoli.

Maria decideva ed era semplicemente ben fatto per tutti, a prescindere. Come lo so? Da come era mio padre con mia madre. Meraviglioso. Non per tutte è così: ci sono ancora donne costrette a render conto al marito sardonico e criticone (o peggio) di tutto: da cucina e figli, ad azioni e pensieri veri e presunti. Perché i costumi cambiano, ma maschilismo ed educazione sbagliata no. Grazie Nonna.

Papà, mi leggi? Leggere ai bambini – di Mariaserena Peterlin

Papà, mi leggi? 

Serena_terza_elementare

 
E lui prendeva il libro dallo scaffale, accendeva la lampada e la posizionava in modo che la luce battesse sulle pagine e non sui miei occhi, si sedeva accanto a me e leggeva.
Di solito accadeva la sera.
Anche mamma mi leggeva.
Entrambi amavano la lettura e il rito del libro illustrato, adatto ai bambini, regalato a Natale o acquistato per qualche occasione, ma sempre letto con cura. Letto, riletto, imparato a memoria qualche volta.
Soffrivo di mal di testa anche da bambina e i medici, trovandomi sana, ne davano la colpa allo sforzo per leggere. Così erano frequenti le visite dall’oculista che mi prescriveva le gocce di atropina da mettere prima della visita e che lasciavano la pupilla dilatata anche per un paio di giorni.
In quelle occasioni i miei mi leggevano anche quando ero abbastanza grande da leggere da sola.
La tenerezza di quei gesti mi è rimasta nel cuore, è un tesoro inestimabile che porto con me e che riaffiora forse troppo di rado.
Dedicare il tempo ai bambini significa anche lasciare tracce e solchi fondamentali. E mai ho usato con più consapevolezza queste parole.
Tracce e solchi fondamentali.
Tracce impresse per sempre con le parole, le immagini suscitate, le suggestioni che la voce di mamma e papà che “mi” leggevano e suscitavano mente loro intenzionalmente  interpretavano il testo per me e gli davano vita e colore.
Solchi fondamentali: solchi per seminare, per impiantare nuova vita; solchi come fondamenta per le costruzioni del futuro, di visioni, di sentimenti, di modi di sentire.
Quei libri erano belli, emozionanti, divertenti.
Non me li sono dimenticati.
Ho letto anche io per le mie figlie, per i miei nipotini.
Forse non se ne dimenticheranno nemmeno loro.
E forse per questo ho messo nelle tasche del mio papà che se ne andava per non più tornare una lettera.
Parole avute, parole restituite per sempre.
Leggiamo le parole ai bambini.
Bambini, genitori di bambini, ascoltate chi ha vissuto prima di noi, leggete insieme i doni della narrativa, dei grandi narratori.
Ascoltateli dalla voce dei vostri cari.
Viveteli insieme, dureranno per sempre superando le miserie nostre e altrui; andranno ben oltre la precarietà del nostro presente.
 E potrete fare a meno dei videogiochi che vi tolgono affetto e vi danno in cambio solo emozioni virtuali e dopate.

OPPORTUNITÀ DIVERSE E GENERAZIONI A CONFRONTO – di Mariaserena

maniAccanto a me che scrivo tempestando la tastiera c’è il lettino del mio secondo nipotino che dorme. Guardo il suo sonno meraviglioso (quale altro aggettivo potrei usare, e vorrei anche mettere la M maiuscola) e non posso non chiedermi se anche lui finirà nel trita cervelli in cui tanti, troppi giovani e meno giovani sono dolcemente finiti.

Spero di no, spero che l’anima umana rimanga almeno per i bambini, spero che arrivi una svolta e si torni ad alzare la schiena, a togliere gli occhi da troppi display, per levare gli occhi alle stelle.

Ma se anche non arrivasse, e non la spero a breve, mi chiamo responsabile di quello che accadrà in futuro e mi chiedo guardando la culla: cosa sono i bambini? Mattoni da inserire in un muro in mezzo ad altri mattoni uguali o da livellare, scalfire, limare perché si adattino al singolo spazio che gli è destinato?

No, non sono mattoni. Ma lo diventeranno. Dipende da ciascuno di noi.

 

Quello che è successo negli ultimi quarant’anni è dipeso dall’attuazione di un progetto di demolizione che ha colpito sia la cultura sia l’istruzione, sia, e soprattutto, la trasmissione del sapere pragmatico e sociale insieme ai valori fondanti ogni singola nostra famiglia, comunità, paese e città.

Quello che è successo è sotto gli occhi, ma si distoglie lo sguardo e si reagisce dicendo “che possiamo fare?”.

Si può fare pochissimo se vogliamo farlo comodamente, ossia senza spostare nulla nello schema rassicurante, confortevole pur se miserabile in cui siamo precipitati.

Si può fare quello che hanno fatto i nostri predecessori (dai nonni in su, risalendo all’indietro) se fossimo capaci di dare anche vita e sangue per le nostre libertà e le nostre dignità. Ma già, le parole vita e sangue disgustano a meno che non se ne parli in un rassicurante approfondimento da talk-show in cui la sigla incornicia chiude ogni storia tra saccenti e scosciate di turno.

Perché questo mio amaro scontento?

Perché è facile dire alle generazioni precedenti: “voi avete avuto opportunità che noi non abbiamo”.  Questo si dice, ancora una volta, parlando da schiavi col cervello tritato; questo è il ritornello che i media e i politici insieme alla più titolata finanza mettono in bocca ad una gran parte di nostri presunti giovani tra i 25 e i 40.

Queste sono sciocchezze. Ma sciocchezze criminali.

I vostri vecchi e i loro figli, e ancora ce ne sono e vi dà a volte impiccio vederveli intorno, se la sono vista con un regime totalitario orribile che però è stato liquidato in vent’anni.

Hanno avuto la guerra con migliaia di giovani al fronte e la guerra in casa, anzi casa per casa: violenze, stupri, fuciliazioni, rastrellamenti e l’hanno risolta in meno di cinque anni.

Hanno ricostruito, anzi hanno costruito dalle fondamenta, un’Italia in cui non solo non c’era lo stato sociale, ma non c’era nemmeno la casa e il pane, l’acqua corrente e le medicine.

E voi pensate che le “opportunità” che voi non avete e che noi avremmo avuto siano arrivate con la cicogna?

Ebbene io vi dico che molti di voi, con questa mentalità, non avrebbero sopportato non solo il regime, la guerra, la resistenza, l’occupazione tedesca, la fame, la morte dei cari e le violenze del dopoguerra, ma nemmeno la mia maestra di terza elementare (l’aguzzina suor Livia), nemmeno le mie professoresse di latino o matematica delle medie.

Sarebbero scappati tra i leggins della mamma e lei, appena tornata  di fretta dai suoi impegni, avrebbe telefonato all’avvocato per far causa alla scuola.

Per questo vi dico: io mi chiamo responsabile anche di mio nipote, pur sapendo bene che i primi e più importanti per lui sono mamma e papà. Lo dico perché chi si chiama responsabile per una vita intera non si tira indietro mai.

E voi allora che fate?

Continuate a prendervela con le mancate opportunità ripetendo gli slogan del signor Draghi?

Allora accettate pure quest’ultima esca e la demolizione che frantuma l’ultimo legame sociale ormai labile, ma che comunque infastidiva ancora il potere mediatico-plutocratico (ossia dell’informazione al guinzaglio della finanza internazionale) e continuate pure a pensare che una volta spacciato l’uomo di Arcore tutto sarà più bello e splendente che prima. Magari!

E soprattutto continuate a contrapporre l’io al tu, il voi al noi.

E qualcuno  trionferà.

Tarderà molto a nascere, se nasce, una generazione nuova.

A chi, come me, si chiama e si chiamerà sempre responsabile toccherà una nuova sconfitta, ma statene pur certi, non ci sentiremo vinti.

Il cielo stellato delle virtù civili e dei valori morali indicherà sempre la strada, e qualcuno, prima o poi, alzerà di nuovo gli occhi al cielo tenendo bene i piedi in terra e le mani pronte al lavoro, ma la schiena dritta.

Essere genitori, che non dimenticano – di Mariaserena Peterlin

Una testa che pensa è utile. Un cuore che ama, che scalda i pensieri e li mette in moto ci fa vivere.

Ipotizziamo che si possa fare di meglio che esser utili, nella vita quotidiana corrispondendo, con utili intenzioni e decisioni, alle esigenze del presente immediato.

Ad esempio immaginiamo una persona geniale dotata di testa e cuore eccezionali, in grado di creare arte o musica o pensieri o intuizioni e teorie scientifiche fondamentali per l’umanità intera.

Rimarrebbe tuttavia, anche per questa persona, l’esigenza di sapersi muovere nel quotidiano, di saper organizzare una giornata di scuola o di lavoro, di vita domestica e di relazione con gli affetti. Se qualche geniale rappresentante dell’umanità volesse esserne esonerato, allora qualcuno dovrà occuparsi di lui, della sua casa, dei suoi figli (se ne ha) insomma della sua vita non creativa.

Ecco perché penso che i comuni pensieri e le concrete azioni quotidiane  siano fondamentali a rendere vivibile (e spesso bella) l’esistenza. Penso anche che l’attenzione quotidiana ai nostri affetti, compresi quello verso noi stessi, siano altrettanto essenziali e vengano prima di ogni altra cosa.

Esser presenti e corrispondere agli affetti e alle necessità quotidiane è una specificità perfino animalesca, ma anche tutta umana.

Se perdiamo questa specificità diventiamo anelli mancanti della catena della vita, diventiamo granelli polverosi, diventiamo pezzi di materia comandati da meccanismi.

Per questo io credo che, senza scagliare pietre contro nessuno, sia indispensabile avere un sussulto di umano raccapriccio e orrore come per la sorte di una bimba dimenticata, a morire, in auto. Credo che sia assolutamente importante non cedere alla ricerca di scuse pietose.

Non possiamo chiedere pietà per persone diverse da quella della creatura che è morta.

Di fronte a questa morte inaccettabile è necessario, per rispetto verso la vita che appartiene a tutti e alla quale tutti apparteniamo, fermarsi a pensare a cosa sia diventato l’uomo oggi. E non cedere alle logiche del “logorio della vita moderna”.

Fermiamoci dunque a considerare che stiamo perdendo il senso della priorità che dovremmo considerare necessaria ai sentimenti base come l’amore materno e paterno. Una madre non dimentica, e nemmeno un padre può dimenticare a meno che non perdano se stessi e la propria identità che, dal momento in cui si diventa genitori e fino a che i propri piccoli non diventano autosufficienti, è intimamente e indimenticabilmente connessa e in stretta corrispondenza con le nuove persone che si sono generate.

Non cerchiamo dunque scuse o motivazioni, impegniamoci invece a recuperare. Altrimenti perdiamo tutto.