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Qualche idea sulla scuola? Ma non solo dagli addetti ai lavori

                                      A che SERVE la SCUOLA?

Breve premessa: ho scritto questo post alcuni mesi fa; mi ripromettevo di riprenderlo per farne un saggio breve, proprio sullo stile dei temi di esami di stato. Ma oggi lo pubblico così com’è. Sono stanca di bibliografie che mettono in evidenza solo gli autori. Provo, invece, a dire come la penso.

La scuola è per tutti: è  così realmente e, al di là delle affermazioni ufficiali, abbiamo davvero un’istruzione per tutti?
Cosa fa sì che, nei fatti, il nostro sistema scolastico faccia ancora registrare un alto tasso di abbandono e che una Ministro, recentemente passata ad altre attività, abbia registrato come un successo l’aumento del numero degli studenti bocciati?
Dunque, si sarebbe tentati di concludere, nella nostra scuola, esiste una quota di esclusione inevitabile e comunque necessaria a garantire i progressi degli studenti apprezzati come i migliori?
Nel secondo dopoguerra abbiamo creduto nell’alfabetizzazione di massa, è stato alzata l’età dell’obbligo scolastico ed è stata realizzata la scuola media unica.Abbiamo assistito a una fase che potremmo definire di euforia scolastica. Non solo gli insegnanti si son fatti ricercatori di metodi e sperimentatori di pratiche, non solo c’è stata una fase di consenso generale nei confronti della scuola pubblica, ma non c’è stata famiglia che non abbia voluto fortemente l’istruzione per i figli, magari fino alla laurea.Studiare significava crescere socialmente ed economicamente, e le case delle famiglie più semplici mettevano in evidenza, in piccoli scaffali, le raccolte delle enciclopedie acquistate a rate. (Ricordi che suscitano tenerezza in chi ha vissuto quei tempi, seppure bambino.)

Oggi, da più parti, si levano invece motivate opinioni di coloro che lamentano il fallimento (vero, parzialmente vero, presunto) dell’istruzione di massa e, soprattutto, prevalgono con insistenza e impatto mediatico di grande effetto, le teorie dell’eccellenza, del merito e della meritocrazia.
Si organizzano manifestazioni nazionali che premiano i talenti, anche nello studio. Si celebra l’esame di stato ottenuto con il massimo dei voti e la lode, recentemente istituita. Nella realtà dei fatti è inevitabile e naturale registrare che non tutti i ragazzi abbiano lo stesso talento e possano ottenere lo stesso livello nei risultati scolastici; infatti non soltanto registriamo un aumento dell’abbandono, ma constatiamo sovente che un risultato positivo può essere durevole o fragile e, passando da un ordine degli studi ad un altro fino all’Università i successi si diradano.Ma tutto questo è sufficiente a farci dire che l’istruzione non è per tutti? In realtà è probabilmente l’istruzione omologante a non essere per tutti. In realtà è applicare per tutti lo stesso metodo e gli stessi processi di apprendimento che crea l’esclusione. Spesso si proclama il valore della differenza quando si applica ad ambiti graditi o che ci risolvono i problemi, ma stentiamo ad accettarlo quando si parla dell’altro intendendo tutti gli altri. La scuola è in grado di accogliere e di prendersi cura, allo stesso modo di bambini, ragazzi, adolescenti in fase di ribellione, studenti con modalità di apprendimento diverse, ragazzi problematici?

Nel campo dell’educazione i tempi non sono automatici e i risultati nemmeno. Non vale il proverbio che il buon giorno si vede dal mattino, casomai si dovrebbero applicare i proverbi dell’agricoltura (ne cito uno pescato tra i tanti) : La ricchezza del contadino sta nelle braccia e chi ne vuole se ne faccia.” il che significa processi lunghi, costante impegno, flessibilità, capacità di relazionarsi con l’altro anche riscrivendo un programma o un piano di lavoro a misura della realtà classe.
Alcuni insegnanti lo fanno. Probabilmente la messa in pratica dell’idea dell’alfabetizzazione di massa è stata condotta anche velleitariamente ed è anche vero che non tutto è andato bene. Ma rinunciare all’idea di riconoscere il diritto allo studio come una garanzia proposta dalla Costituzione è una doppia grave sconfitta.
Infatti  se l’accettiamo noi rinunciamo non solo a perseguire all’obbiettivo di garantire il diritto allo studio, ma anche all’opportunità di usare un importante strumento culturale che può affrontare e risolvere in modo equo e qualificante il problema dell’integrazione multiculturale non solo delle ragazzi di seconda generazione, ma anche degli adulti immigrati o, per dir meglio, migranti. Rinunceremmo altresì a creare strumenti culturale avversi e strategicamente efficaci contro questa devastante crisi di sistema (economica e culturale)  che non sarà risolta senza la partecipazione dei giovani, dei nuovi cittadini, di tutti. Insegnanti compresi. Ogni istituzione oggi è chiamata a rispondere della sua utilità in termini di bilancio. E’ inevitabile in tempo di crisi, ma dovrebbe esserlo sempre.
Perché dobbiamo lottare per la scuola pubblica? Non per alzare sterili grida o vani lamenti su retribuzioni, orari, riconoscimento sociale; ma perché lottare significa anche andare avanti, incamminarsi verso nuove strade. Lottare significa anche fare ricerca, individuare strumenti, sperimentare e verificare percorsi. Alcuni di noi sono nella scuola come insegnanti, dirigenti, formatori. Altri lo sono come studenti, altri desidererebbero aggiornarsi sia in campo professionale sia imparando la lingua. Tutti costoro sono, come evidente, parti in causa. E nel frattempo non possiamo, non dobbiamo pensare che chi ha terminato dei suoi studi, possa dimenticare la scuola. Possiamo infatti chiudere una fase, ma la scuola non ci lascerà; la scuola è dentro di noi. Purtroppo può accadere che lasci tracce negative, ma non è sempre così. Chi si esprime con amarezza ha certamente buone ragioni. Ma la riflessione e la proposta su questi temi è, dev’essere a mio avviso, sociale e non individuale.

Note non a margine
1: Quando ci si interroga tra insegnanti chiedendoci – come fare ad appassionare gli studenti ad argomenti “ostici”, come destare l’interesse che non c’è – dovremmo mettere in discussione gli argomenti, noi stessi, altri fattori o cosa? La questione è cruciale e… “ostica”.
2: Il precariato quanto incide sulla qualità dell’insegnamento?

Creatività e fertilità della mente: come una metafora di vita

Disegno di una bimba: Un papà e una mamma con una bimba nella pancia (è la sua storia)

Omologati e inscatolati, catalogati e selezionati per categorie, come le uova con la data di deposizione+il calibro+il colore del guscio+il cartoncio 2×6 cosa diventiamo? Uova da mangiare e non da nascita. Siamo sterili e non creiamo né vita né idee. E’ facile allora cadere nelle trappole. E la causa risale anche ai “danni dell’educazione” che è quasi sempre omologante ed omologata su schemi che prevedono tante cose, tante regole, tante strutture. E ci dimentichiamo di trasmettere esperienza, di narrare e ascoltare. Io penso che sia più bello e giusto trasmettere per comunicare che non comunicare per istruire. Raccontiamoci le cose, quelle vere e nostre. Non vi siete accorti che il “gossip” è un’altra droga?
Guardate questo disegno: un papà e una mamma con un bimbo nella pancia… 🙂 by nipotina quando aveva 4-5 anni . Speriamo che la scuola non faccia danni…

Capodanno. È possibile essere felici? di Mariaserena (in meno di 100 parole)

Un amico mi propone una frase “Chi puo’ negare Dio di fronte a una notte stellata e’ grandemente infelice, o grandemente colpevole” (Giuseppe Mazzini)

Rifletto. Una notte stellata fa pensare a Dio, questo potrebbe sconfiggere il dolore che accade di subire a tanti comuni mortali affratellati anche dall’infelicità. Contemplare una notte stellata significa alzare gli occhi al cielo; riuscirci è una grazia, è un dono che a volte si conquista o ottiene con fatica.

L’obbligo di essere festeggianti e felici a date prestabilite, invece, non sempre fa alzare gli occhi a “riveder le stelle”.

Però facciamoci questo regalo.

Il Manifesto degli Insegnanti (ed io) tra progetto, utopia e realtà – di Mariaserena


Scrivo sempre quello che penso e non di rado mi chiedo perché cedo alla tentazione di pubblicarlo su web visto che scrivere solo per me stessa è una gratificazione assoluta. Dev’essere stato il mio lavoro di insegnante-che-racconta che mi ha geneticamente modificata. E’ una sorta di sindrome espansiva (il nome l’ho inventato adesso, sul momento) che ho spesso osservato dentro di me, e l’ho anche scritto in una pagina de La mia classe non è.doc.

“Così mi capita di attraversare i quartieri di Roma e di vedere una strada, un ponte o un palazzo antico, o di leggere un libro o un giornale o visitare una mostra o di riflettere per cercare di capire quello che accade nel mondo e di accorgermi che sto già cominciando, in automatico, a spiegarlo silenziosamente, dentro di me,  a loro.”

L’insegnante che racconta, ed in questo caso chi scrive, non nasconde se stesso, anzi usa ogni strategia per rendere la sua narrazione più attraente. Ma nel suo lavoro sa che non ci sono due situazioni narrative uguali come non ci sono classi, ragazzi o lezioni uguali; lo scrisse anche Goethe: non ci sono ripetizioni per il cuore, ma solo per la mente.
Chi insegna raccontando ha costruito la sua figura professionale con la volontà e la mente (gli studi, i titoli, l’aggiornamento et similia) ma poi ha buttato il suo cuore nella classe e non poteva far altro che questo.

Ho partecipato alla costruzione del Manifesto degli insegnanti con il cuore; tanto ne misi che, a un certo punto mi si era come ingolfato e se non fosse intervenuto Andreas Formiconi che in una indimenticabile domenica pomeriggio gettò, con altrettanto e più cuore e lucida mente, una bellissima sua pagina tra i post del Ning LSCF dicendo che quella era una sua bozza, credo che non avrei trovato il filo del discorso. Naturalmente in tanti hanno valentemente partecipato fino a creare la versione definitiva, ma come dice la canzone per fare un albero ci vuole un seme, e quel seme fu gettato così.
Fu dunque, per chi scrive, un’impresa tra la coltivazione e il cantiere navale. Il cantiere, preparato da
Gianni Marconato
, era pronto ed armato di volontà perciò il Manifesto nacque e fu ben allevato dal nocchiero-giardiniere de LSCF Gianni.

Dopo più di un anno rileggo ancora una volta il testo e mi chiedo quanti altri semi possa aver generato. L’utopia ha ispirato un testo alto e denso che merita di esser tradotto in prassi: è accaduto oppure ne abbiamo fatto solo un fiore all’occhiello per migliore l’immagine? La realtà quotidiana del lavoro dell’insegnante che ha collaborato a scrivere, che ha condiviso e linkato, che ha diffuso volenterosamente il Manifesto ne è stata scalfita, modificata, ispirata o illuminata?
Ma quest’oggi non è giorno di risposte.
Chi scrive queste righe sta raccontando e non emetterà giudizi.

Chi scrive adesso alza spesso lo sguardo dallo schermo per guarda dalla finestra le foglie che bevono avidamente la pioggia prima di cedere al ciclo autunnale che le renderà humus vitale per l’albero stesso nato (quanto tempo fa?) sempre da un semplice ed umile seme.
Chi scrive immagina la storia del seme, e prova a raccontarla a modo suo. Un seme, in fondo, è uno tra i tanti suoi simili e per vivere deve essere buona, fortunata e ben curata semente. Un seme, da sempre, è solo un’opportunità, è un’ipotesi di vita. Anche il nostro Manifesto è un seme; chi ha partecipato alla sua nascita sa di aver fatto bene e sa anche di non essere responsabile di tutte le vicende che quel seme incontrerà e non può fare a meno di chiedersi quale è stata o sarà la sua storia.

Un albero fiorì di bianchi grappoli profumati, era una vigorosa acacia. Dopo qualche tempo il vento fece cadere ai suoi piedi dei baccelli sottili pieni di semi. Alcuni passanti li videro. Un vecchio li frugò col suo bastone, ne raccolse faticosamente una manciata e pensò che avrebbe provato a darli come becchime al fringuello che gli teneva compagnia dalla gabbietta appesa sul balcone. Una frettolosa signora li pestò, controllò che non le avessero impolverato le scarpe e se ne andò per i fatti suoi. Un artista in cerca di fama li guardò incuriosito, ma vide che non avrebbero aumentato la sua fama e volse lo sguardo in cerca di vantaggiose o più facili opportunità. Un grosso calabrone ronzante passò a veloce volo radente in cerca di prede, per sfuggirlo una donna che arrivava si chinò e vide i baccelli ormai secchi, sorrise li raccolse in un kleenex e pensò che li avrebbe portati al suo bambino che stava per uscire di scuola e già pensava che si sarebbe messo a giocare con il nintendo.
Il ragazzino arricciò il naso vedendoli, avrebbe preferito il solito ovetto kinder, ma poi la mamma gli spiegò che dentro quelle scorze secche c’erano semi e che i semi si potevano mettere in terra per fa nascere una pianta. Lo seminarono in un vaso, e non nacque nulla. Ma ormai il bambino aveva elaborato una sua teoria: se dai semi nasce una pianta (di questo era sicuro perché aveva chiesto anche alla maestra e a internet) ma non era accaduto, allora era la mamma che doveva aver sbagliato qualcosa. E lui continuò ad occuparsene, provando e riprovando, fino a riuscirci.

Dai semi può nascere o non nascere una pianta, ma quasi sempre se ne sprigiona una curiosità, un’ipotesi, una domanda. Ecco perché non bisogna smettere di curarsene, di raccoglierli, di diffonderli. Ecco perché il rito dell’agricoltore, come quello del navigante consiste nel ripetere azioni e rotte sicure conosciute, ma per scoprirne di nuove.

5. Non potendo trasmettere ai miei studenti la verità, mi adoprerò affinché vivano cercandola.(dal Manifesto degli Insegnanti)

L’impegno a cercare la verità è il più arduo, insieme a quello dell’impegno per il bene comune, che si possa trasmettere ai nostri ragazzi; ecco perché questo è il pezzo di Manifesto che prediligo ecco la vera sementa.

E naturalmente lo racconto a modo mio.