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Il mio nuovo manifesto? Insegnare non è da tutti – di Mariaserena Peterlin

No, non basta mettere pietre miliari sul nostro cammino, è necessario anche proseguire e cercare nuove strade. E per trovare una strada è necessario sapere dove voler andare e guardarsi intorno.Dal mio osservatorio guardo, vedo, cerco di capire. E mi sono formata qualche opinione che sono pronta a discutere. Una di queste opinioni è che insegnare sia un difficile mestiere, e quindi un mestiere non da tutti.Non è una cosa nuova? Non importa, io provo anche a dire perché.

Insegnante, un difficile mestierehttp://www.scribd.com/embeds/72802429/content?start_page=1&view_mode=list&access_key=key-19vn4z182yt55p047h9(function() { var scribd = document.createElement(“script”); scribd.type = “text/javascript”; scribd.async = true; scribd.src = “http://www.scribd.com/javascripts/embed_code/inject.js”; var s = document.getElementsByTagName(“script”)[0]; s.parentNode.insertBefore(scribd, s); })();

OPPORTUNITÀ DIVERSE E GENERAZIONI A CONFRONTO – di Mariaserena

maniAccanto a me che scrivo tempestando la tastiera c’è il lettino del mio secondo nipotino che dorme. Guardo il suo sonno meraviglioso (quale altro aggettivo potrei usare, e vorrei anche mettere la M maiuscola) e non posso non chiedermi se anche lui finirà nel trita cervelli in cui tanti, troppi giovani e meno giovani sono dolcemente finiti.

Spero di no, spero che l’anima umana rimanga almeno per i bambini, spero che arrivi una svolta e si torni ad alzare la schiena, a togliere gli occhi da troppi display, per levare gli occhi alle stelle.

Ma se anche non arrivasse, e non la spero a breve, mi chiamo responsabile di quello che accadrà in futuro e mi chiedo guardando la culla: cosa sono i bambini? Mattoni da inserire in un muro in mezzo ad altri mattoni uguali o da livellare, scalfire, limare perché si adattino al singolo spazio che gli è destinato?

No, non sono mattoni. Ma lo diventeranno. Dipende da ciascuno di noi.

 

Quello che è successo negli ultimi quarant’anni è dipeso dall’attuazione di un progetto di demolizione che ha colpito sia la cultura sia l’istruzione, sia, e soprattutto, la trasmissione del sapere pragmatico e sociale insieme ai valori fondanti ogni singola nostra famiglia, comunità, paese e città.

Quello che è successo è sotto gli occhi, ma si distoglie lo sguardo e si reagisce dicendo “che possiamo fare?”.

Si può fare pochissimo se vogliamo farlo comodamente, ossia senza spostare nulla nello schema rassicurante, confortevole pur se miserabile in cui siamo precipitati.

Si può fare quello che hanno fatto i nostri predecessori (dai nonni in su, risalendo all’indietro) se fossimo capaci di dare anche vita e sangue per le nostre libertà e le nostre dignità. Ma già, le parole vita e sangue disgustano a meno che non se ne parli in un rassicurante approfondimento da talk-show in cui la sigla incornicia chiude ogni storia tra saccenti e scosciate di turno.

Perché questo mio amaro scontento?

Perché è facile dire alle generazioni precedenti: “voi avete avuto opportunità che noi non abbiamo”.  Questo si dice, ancora una volta, parlando da schiavi col cervello tritato; questo è il ritornello che i media e i politici insieme alla più titolata finanza mettono in bocca ad una gran parte di nostri presunti giovani tra i 25 e i 40.

Queste sono sciocchezze. Ma sciocchezze criminali.

I vostri vecchi e i loro figli, e ancora ce ne sono e vi dà a volte impiccio vederveli intorno, se la sono vista con un regime totalitario orribile che però è stato liquidato in vent’anni.

Hanno avuto la guerra con migliaia di giovani al fronte e la guerra in casa, anzi casa per casa: violenze, stupri, fuciliazioni, rastrellamenti e l’hanno risolta in meno di cinque anni.

Hanno ricostruito, anzi hanno costruito dalle fondamenta, un’Italia in cui non solo non c’era lo stato sociale, ma non c’era nemmeno la casa e il pane, l’acqua corrente e le medicine.

E voi pensate che le “opportunità” che voi non avete e che noi avremmo avuto siano arrivate con la cicogna?

Ebbene io vi dico che molti di voi, con questa mentalità, non avrebbero sopportato non solo il regime, la guerra, la resistenza, l’occupazione tedesca, la fame, la morte dei cari e le violenze del dopoguerra, ma nemmeno la mia maestra di terza elementare (l’aguzzina suor Livia), nemmeno le mie professoresse di latino o matematica delle medie.

Sarebbero scappati tra i leggins della mamma e lei, appena tornata  di fretta dai suoi impegni, avrebbe telefonato all’avvocato per far causa alla scuola.

Per questo vi dico: io mi chiamo responsabile anche di mio nipote, pur sapendo bene che i primi e più importanti per lui sono mamma e papà. Lo dico perché chi si chiama responsabile per una vita intera non si tira indietro mai.

E voi allora che fate?

Continuate a prendervela con le mancate opportunità ripetendo gli slogan del signor Draghi?

Allora accettate pure quest’ultima esca e la demolizione che frantuma l’ultimo legame sociale ormai labile, ma che comunque infastidiva ancora il potere mediatico-plutocratico (ossia dell’informazione al guinzaglio della finanza internazionale) e continuate pure a pensare che una volta spacciato l’uomo di Arcore tutto sarà più bello e splendente che prima. Magari!

E soprattutto continuate a contrapporre l’io al tu, il voi al noi.

E qualcuno  trionferà.

Tarderà molto a nascere, se nasce, una generazione nuova.

A chi, come me, si chiama e si chiamerà sempre responsabile toccherà una nuova sconfitta, ma statene pur certi, non ci sentiremo vinti.

Il cielo stellato delle virtù civili e dei valori morali indicherà sempre la strada, e qualcuno, prima o poi, alzerà di nuovo gli occhi al cielo tenendo bene i piedi in terra e le mani pronte al lavoro, ma la schiena dritta.

Punire e bocciare non è sempre educare – di Mariaserena Peterlin

In questi giorni, per le ragioni che ho spiegato in post precedenti, mi accade spesso di pensare al passato. Sono una a cui la famiglia ha insegnato a rispettare le istituzioni e le ho sempre rispettate; da bambina mi hanno fatto fare l’esame da privatista e sono stata iscritta direttamente in seconda elementare (così si chiamava allora), a soli sei anni. Non ho mai sgarrato e mi sono laureata a 22 anni: filando veloce e senza fare scalo.
Dalla seconda elementare, consegnata alla scuola, non ho avuto spazi per alibi, scuse o giustificazioni. La scuola era la cosa più importante e dovevo studiare. La maestra, e poi i professori, erano sacri e inviolabili e dovevano essere rispettati obbedendo a tutte le loro prescrizioni. I compiti si facevano anche se per finirli veniva ora di cena.
Né mio padre né mia madre hanno mai consentito alcun cedimento e le mie eventuali piccole contestazioni venivano rintuzzate sistematicamente, anche chiamando in causa altri parenti come mia zia maestra e mia cugina più grande, autorevolissima prof di Matematica.
Circondata, in questa ed altre modalità educative, da una cortina di legalità, i miei spazi di risposta ad eventuali rigidità o soprusi degli insegnanti, che non mancavano allora come ora, si sono espressi in una personale rielaborazione interiore di come la scuola fosse e di come, invece, avrebbe potuto essere. Ma questo è un altro discorso che riservo a una prossima eventuale occasione.
Quello, invece, che sottolineo oggi è la coerenza totale, anzi direi meglio la totale adesione della mia famiglia di origine ai dettati della scuola. Devo anche aggiungere che gli insegnanti degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, erano tuttavia docenti con tutte le carte in regola; qualche loro esigenza troppo rigida veniva assorbita dalla dimostrazione, praticamente senza eccezioni, di rigore e competenza.
Mio padre, di cui il ricordo mi segue con tenerezza in questi giorni, non ha mai manifestato dubbi su di loro. Solo una volta l’ho visto reagire ed indignarsi con una maestra; accadde, però, anni dopo, quando ero già laureata e insegnante, e precisamente  negli anni ottanta, periodo in cui papà si prendeva cura, di S. un nipotino di sei anni a tutti noi molto caro.
La reazione sdegnata di mio padre fu dovuta a una “punizione” inflitta, in prima elementare, a S. bimbetto vivace ma sensibilissimo, che fu punito dalla maestra per essersi distratto durante la lezione. A causa della sua disobbedienza S. fu trattenuto a scuola ben oltre l’orario ma il nonno, che lo attendeva come tutti i giorni, fuori dalla scuola, non fu avvisato e, dopo parecchi  minuti che erano usciti tutti i compagni, non vedendolo, preoccupatissimo, chiese di entrare a scuola per cercarlo.
Giunto nell’aula, trovò il piccolo in lacrime, sconvolto. Gli era stato , imponendogli lavoretti di pulizia della classe.
E’ stata l’unica volta in cui mio padre ha fatto presente le sue ragioni di dissenso, e aveva ragione.
A sei anni si ha diritto di essere rispettati ed educati. E tutto il resto sono chiacchiere insopportabili anche per un anziano e rigoroso signore, rispettoso di leggi, normative e istituzioni qual era lui.
A sei anni si è bambini ancora piccoli.
A sei anni ci si confronta con la vita nella misura in cui la vita e la società ci detta norme comprensibili. A sei anni una bambina o un bambino non hanno bisogno di un caporale di giornata, ma di una scuola che funziona. E una scuola che non si fa capire dai suoi alunni è una scuola che non funziona. Il rigore non c’azzecca niente con i provvedimenti punitivi, bocciature comprese.
E sconsiglio di provare a dimostrare che bocciare a sei anni è un’azione educativa, rispettosa dei tempi dei bambini o che si fa per il loro bene. 
La “quadra” educativa cerchiamola in altro modo.

NON VOGLIO PIù PARLARE DI SCUOLA – di Mariaserena Peterlin

Non voglio più parlare di scuola.
Non voglio più intervenire nei dibattiti di insegnanti.
Non voglio più mediare o cercare di capire di che si parla.
Non voglio più ascoltare le stesse tiritere.
Non voglio usare il tempo per ritornare su vecchi concetti e per discutere su affermazioni vecchie come il cucco.
Non lo dico per disamore, per snobismo, per rifiuto del mondo dell’educazione.
Lo dico perché è evidente che i problemi sono stati tutti messi sul tappeto, ma che la volontà di risolverli non c’è.
La dimostrazione è che di fronte alla scuola, anzi sulla scuola, c’è da decenni una istituzione governativo-ministeriale che ha smesso di svolgere la funzione di un motore per diventare solo un peso occhiuto, censorio e ammosciante.
Si valuta il risultato dell’azione didattica solo per recriminare sulla qualità degli insegnanti e dei loro studenti e non per studiare soluzioni; infatti si accusa la scuola di non essere adeguata al mondo d’oggi. E gli insegnanti si sentono in crisi mentre dovrebbero rispondere che loro non sono chiamati a formare persone “adeguate” ma persone attive e pensanti. Dovrebbero inoltre rispondere con una evidenza: davvero si chiede di formare persone più colte, più autonome, più preparate, più fornite di strumenti culturali? E allora come si concilia allora tutto questo con la “fuga dei cervelli?”
Il sistema vigente attuale cosa intenderebbe per “formare persone adeguate”? Persone obbedienti e allineate?
Il sospetto è giustificato visto che le uniche soluzioni proposte e ammannite pomposamente come “riforma” sono ispirate a quella che possiamo definire la strategia del grembiulino, del calamaio e della falce: ossia il ritorno al passato.

Il problema è che il passato ha realmente una sua dignità che il presente non potrebbe sostenere, e che il presente ha una sua fame di soluzioni che il passato non potrebbe saziare.
Un altro problema è che la scuola può funzionare e funziona solo se funzionano i docenti e le famiglie, e non se ascolta i predicozzi dei funzionari o degli esperti tuttologi.

Un ulteriore problema è che se troppo spesso acquista visibilità e alza la voce solo l’insegnante che si lamenta e gode delle sue lamentele, se ne fa corona di martirio e non la smette.
Che cosa dovrebbe smettere?
Semplicemente di fare questo mestiere.
Ogni lavoro ha le sue fatiche, ed alcuni lavori hanno fatiche che incidono di più sul livello di impegno relazionale che siamo in grado di sostenere, altri sull’impegno fisico, altri sulla necessità di aggiornarsi velocemente, altri sulla sensazione di instabilità che non è garantita, altri sui gravi rischi professionali che si corrono; e potremmo continuare.
Invece non si prende atto di questo, non si ha una visione realistica e costruttiva e ci si lamenta: c’è chi si sente sfruttato e chi si sente sovraccarico o pensa di fare fatiche ripetute inutilmente.
Amici miei né Spartaco, né Atlante, né Sisifo ci salveranno.
Chi vuole lavorare a scuola prenda esempio da Robinson Crusoe. Un vero faber.
Oppure lasci perdere. Molto meglio trovarsi un lavoro come dama di compagnia o badante. C’è richiesta abbondante, si guadagna di più, si ha a che fare con una persona alla volta spesso non in grado di reagire, si risponde solo ad una famiglia e poi c’è l’enorme vantaggio del rapido turn over del… cliente…

Non voglio parlare più di scuola. Non di questa scuola e non in questo modo.
E credo sia, oltre che una buona idea, anche un sollievo reciproco e forse diffuso.