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Padri e figli: ci vogliono nemici? di Mariaserena

Difendere l’articolo 18 non avversa i giovani.

Vero: i giovani sono nella tagliola dei contratti atipici (progetto, partita-iva ecc) consenzienti, sciaguratamente, i sindacati.

Ma un male non deve cancellare conquiste civili.

Attenzione: servono obiettivi, non disgregazioni e conflitti.

Invece, ad arte, si sfasciano le componenti della società, si fomentano conflitti generazionali per fare padri e figli reciprocamente controparti, quindi schiavi.

Ennesima, perversa manipolazione; divide et impera anche tra padri e figli.

Ed accade che gli adulti abbiano paura dei figli, fino a non generarne più: costano!

Di contro i giovani usano e rigettano i genitori e anziani:pesano!

Trionfa capitalismo, trionfa!

I PARE(r)I DI PERPETUA n.2 E LA CRISI ECONOMICA – di Mariaserena Peterlin

 

Ebbene sì, Perpetua s’interroga anche sulla crisi. 
Perpetua non nutre timori reverenziali verso le regole imposte dall’Unione Europea e tanto meno si fa impapocchiare da terminologia e lessico finanziari. Per lei le vendite allo scoperto possono essere al massimo le merci esposte dalle bancarelle dei mercatini, la sorveglianza sulla volatilità consiste nei suoi tentativi di impedire ai colombi di devastarle il balcone, l’anti-dumping una qualche diavoleria da discoteca, il fatturato una superstizione da cui liberarsi in confessionale, lo shopping cinese nell’UE una qualche invenzione di imbonitori da cui guardarsi con attenzione (genere Wanna Marchi). Perpetua pensa che Dow Jones e Nasdaq possano essere i nomi di eroi dei cartoni animati americani.

Insomma lavora tutto il giorno e manda avanti la baracca Perpetua, bada dunque al sodo e non al superfluo.
Già il superfluo.
Perpetua ha le idee chiare anche in proposito. Ha visto per strada un cartello pubblicitario in cui si proclamava che “il lusso è un diritto” e si è indignata. Il lusso è come l’ozio ha pensato con brutale concretezza (la stessa con cui spazza la cenere dal suo camino o raddrizza i maleducati). Se l’ozio è il padre dei vizi, ha ragionato Perpetua, il lusso è un suo parente, roba da gente che non sa cosa sia il necessario. Roba vanitosa per chi non si è mai degnato di prendere una scopa in mano o di lavorare non fin che suona la campanella dell’orario, ma fino a quando c’è da fare.
Perpetua bada ai fatti suoi.pinocchio  Però quando ha sentito un tale, in TV, che parlava di dismissione del personale, di esigenza di tagliare le pensioni,  e di scelte di maggior rigore e quindi di necessità di sacrificare il superfluo Perpetua si è fatta diffidente. Il lavoro, ha pensato torvamente, non è mai stato qualcosa di superfluo, ma è un diritto e una necessità di utilità sociale. Si è sempre saputo (e mio nonno lo diceva, continuava Perpetua) che chi non lavora è o un pelandrone, o un malato o un poveraccio non un “dismesso”.  Nemmeno la pensione, poi, non è una cosa superflua, ha ragionato ancora Perpetua. La pensione sono i soldi che ci hanno sempre prelevato con le tasse dalle nostre paghe e che, quando diventiamo vecchi, servono ad arrivare modestamente alla fine. E le scelte di maggior rigore cosa sono se non il quotidiano fare i conti con i soldi che non bastano mai e i ticket che crescono?
Insomma Perpetua, innervosita, ha sventolato il suo pareo, ha spolverato la tastiera e ha buttato giù due righe scocciatissime ma, mentre scriveva, l’amico senatore di quel tale ministro che parlava di dismissione del personale ha detto in tv che quello aveva fatto un discorso fumoso. A questo punto Perpetua ci ha visto ancora più chiaro ed ha commentato: questi fanno come i ladri di Pisa, litigano di giorno, ma di notte vanno insieme a compiere le loro imprese. E quando ha sentito che vari personaggi tornavano dalle vacanze in anticipo perché c’era una lettera inviata dalla BCE, ha sospettato: forse vogliono farci credere che il lavoratore licenziato dal suo lavoro, ossia dismesso, vince alla lotteria? Non l’avesse mai detto! Le news in tv confermavano prontamente la sua previsione più scettica: in effetti in Canada due operai subito dopo essere stato licenziati  avevano vinto alla lotteria. E come mai alla notizia era stata data tanta evidenza? Promesse in cambio di dismissione dal lavoro?
A questo punto Perpetua si ricordò di una frase che la sua maestra le aveva spiegato a scuola: era la frase di un certo Machiavelli, Niccolò le sembrava si chiamasse. Roba antica e affidabile. E quella frase diceva “Gli uomini dimenticano più facilmente ….” beh, per non sbagliare si mise a rovistare tra i suoi libri e trovò la citazione che cercava:
“Debbe non di manco el principe farsi temere in modo, che, se non acquista lo amore, che fugga l'odio; perché può molto bene stare insieme esser temuto e non odiato; il che farà sempre, quando si astenga dalla roba de' sua cittadini e de' sua sudditi, e dalle donne loro: e quando pure li bisognasse procedere contro al sangue di alcuno, farlo quando vi sia iustificazione conveniente e causa manifesta; ma, sopra tutto, astenersi dalla roba d'altri; perché li uomini sdimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio. Di poi, le cagioni del tòrre la roba non mancono mai; e, sempre, colui che comincia a vivere con rapina, truova cagione di occupare quel d'altri; e, per avverso, contro al sangue sono più rare e mancono più presto.”
Ecco dunque! Poche balle, ha deciso Perpetua ripiegando il pareo a pois rossi; altro che superfluo e altro che lotterie! Qui si dismette il lavoratore, ma non ci si astiene dalla roba d’altri, ossia quella del popolo.
Meglio stare in guardia e tenere le cose in ordine, la casa pulita e il mattarello a portata  di mano. Anzi, ha stabilito, “vado a dare una spolverata a quel mattarello lungo da tagliatelle, potrebbe servire a spazzolare qualche testa fumosa.
Teniamoci pronti.”

Non un batterio, ma una mentalità killer può distruggerci – di Mariaserena Peterlin

Una mentalità killer.

Ecco cosa ci distruggerà: non un batterio, ma una mentalità killer: autoreferenziale, egoista e che rigenera se stessa per gemmazione. E genera persone-pattume ossia da gettare.
I sintomi? Evidenti in chi ne è colpito. La sindrome della mentalità killer è contratta quando si è troppo preoccupati per se stessi, troppo attesi ad ottenere gratificazioni, troppo assillati a che un vantaggio non sfugga, troppo immersi nella dimensione personale, troppo poco generosi. Troppo. E di questi troppo potremmo aggiungere tanti altri.
Siamo diventati costruttori di ponti levatoi, progettisti di autopromozione, accumulatori di gratificazioni personali, aedi di autocommiserazione o autocelebrazione, raccoglitori di simpatie contro.
La malattia raggiunge uno stadio avanzato quando accade che, se qualcosa non piace o va male, si è talmente troppo assorti a cercar di dare responsabilità agli altri che ci si auto legittima al chi se ne frega,io penso per me.
C’è, come sempre, chi approfitta della situazione.
Per far solo un esempio ne approfittano le agenzie della pubblicità pronte a somministrare una terapia placebo che fa in modo che si possa ascoltare senza nessun sussulto frasi-spot come “perché io valgo” (e gli altri no?), “perché il lusso è un diritto” (per chi?), “tutto intorno a te” (e al prossimo i resti?).
 
Nella fase terminale della mentalità killer non si perde la vita, ma si perde il nostro essere umani, si perde l’anima naturale in dote alla nostra umanità; questa perdita è evidente quando ci si comporta dissennatamente con i più piccoli e i più giovani.
E’ allora che si decide che, prima dei figli o dei ragazzi che ci sono affidati, veniamo noi con tutte le nostre esigenze.
E’ in questa fase che si stabilisce che il bambino abbia tutto, ma poi lo si abbandona e dimentica in automobile perché si hanno impegni prioritari in testa; nei casi un po’ meno gravi (ma comunque avanzati) lo si scarrozza su e giù per le corsie dei centri commerciali o lo si scorda al recinto del parco giochi invece di badarlo lasciandolo, però, giocare con amici da lui medesimo scelti liberamente; oppure preferiamo inquadrarlo in attività o in feste organizzate in cui gli amichetti/e sono selezionati da noi oculatamente: ad  uno ad uno.
 
Ecco cosa siamo diventati. Uomini fummo ed or siam fatti egoisti ed individualisti.
Molti genitori si considerano bravi quando abbondano in autostima “perché noi valiamo”.
Molti insegnanti si reputano egregi quando progettano qualcosa che li metta in evidenza presso la gerarchia scolastica o il territorio circostante che, come un vero feudo, sta “tutto intorno a te”.
 
Non è così che si costruisce un futuro migliore. Non è così che cambieremo questa società, della quale inanemente  ci lamentiamo, ma che coltiviamo ottusamente.
 
Però io sono ottimista. Credo molto nelle generazioni dei giovanissimi che hanno cominciato a gridare “Che palle! lasciateci stare!”
Ecco loro forse sì. Con loro le cose cambieranno.
 
Ma nel frattempo il pattume rimane pattume.
E sarebbe bene cominciare a dirlo chiaramente prima di esserne contagiati.
 
 

Eppure ASOR ROSA dovrebbe essere ascoltato – di Mariaserena Peterlin

Eppure Asor Rosa dovrebbe essere ascoltato.  
Le reazioni al suo
editoriale apparso sul Manifesto sono state di vario tono e colore, ma generalmente negative ed alcune addirittura alcune offensive: qualcuno ha parlato di colpo di stato e qualcun altro, addirittura di imbecillità.
Ma Asor non è affatto un imbecille.
Non ho mai aderito alle linee delle sue analisi, né all’impostazione della sua critica letteraria; ma credo che gli debba esser riconosciuta una indiscussa statura di studioso e di intellettuale.
Chi ha opposto alla sua opinione argomenti biechi o offensivi non fa un buon servizio né alla democrazia, né alla verità storica, né all’Italia.
Asor Rosa non ha, contro questo governo, polemizzato con i noti e soliti argomenti, ma con una propria linea di interpretazione e una proposta cui va riconosciuta un’elaborazione culturale di consistenza ben diversa rispetto a quella dei soliti noti che non nomino perché comunque si citano da soli.
 
Asor ha, infatti, scritto un editoriale pieno di passione e sdegno, ma ha anche proposto un’analisi, a tratti, accorata e ci ha richiamato alla Storia, alla Storia italiana ed Europea. Quanti lo sanno fare? Anzi la domanda corretta è: quanti sanno la storia?
Sulle tesi asoriane si può discutere proprio in quella direzione e non schierandosi dietro a un conformismo legalitario a cui, probabilmente, credono sinceramente ben pochi.
Leggere ed interpretare l’editoriale, invece di accontentarsi dei commenti che ne son stati fatti, non è affatto un esercizio banale, a meno che non si preferisca mettersi in coda alle tesi di Giuliano Ferrara (ma anche di Ezio Mauro) o di chi non aspetta altro che poter bastonare un avversario politico dall’alto del suo sussiego mediatico filoberlusca o antiberlusca.
Asor deve essere ascoltato, e le sue tesi discusse senza faziosità.
Tra l’altro appare anche evidente come la sua sia un’analisi, come s’è detto, passionale ma con un quadro di riferimento storico che non può essere ignorato.
Ad esempio Asor Rosa si interroga sulle cause del collasso di una democrazia e scrive:
“… quand'è che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza, reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge, – o autodistrugge? Di esempi eloquenti in questo senso la storia, purtroppo, ce ne ha accumulati parecchi.
Chi avrebbe avuto qualcosa da dire sul piano storico e politico se Vittorio Emanuele III, nell'autunno del 1922, avesse schierato l'Armata a impedire la marcia su Roma delle milizie fasciste; o se Hinderburg nel gennaio 1933 avesse continuato ostinatamente a negare, come aveva fatto in precedenza, il cancellierato a Adolf Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua decisione?”

Ebbene se è evidente che parlare di democrazia nell’Italia del 1922 è un’estrapolazione spericolata (non solo non votavano le donne, ma si votava con la legge elettorale del regno di Piemonte, per censo e gli elettori erano una minima parte della popolazione) vale tuttavia la pena di cogliere lo spunto più interessante e di chiedersi davvero perché Vittorio Emanuele III non abbia schierato l’esercito contro la marcia su Roma e il fascismo. Chi ha letto anche meno di due libri sa come la monarchia abbia a lungo tentennato ed abbia scelto Benito Mussolini solo per salvare se stessa e gli interessi di chi la sosteneva e non certo per fare un favore ai socialisti, agli operai o ai contadini. Per questo (e per altri motivi) l’affermazione di Asor è comunque interessante e dovrebbe far riflettere in direzione parallela ed analoga: cui prodest l’attuale Governo? Solo al presidente del consiglio?
Davvero siamo così candidi e sprovveduti da pensare che siamo di fronte solo ad un governo, per dir così, autoreferenziale che gode vantaggio di se stesso anche se, prima o poi, dovrà cedere il potere?
A una persona semplice, ma razionale non vien forse naturale chiedersi come mai il sistema-berlusca sia blindato e tutto sommato in concerto (nonostante le apparenze) con partner europei e non solo?
 
Ma non c’è solo questo; afferma l'editoriale : “La situazione, dunque, è più complessa e difficile, anche se apparentemente meno tragica: si potrebbe dire che oggi la democrazia in Italia si dissolve per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori.” In natura, verrebbe marginalmente da commentare, i tarli stanno sempre dentro e non fuori, ma proprio per questo la metafora è interessante. Il tarlo è dentro, non solo, ma, aggiunge Asor Rosa (lo studioso, lo storico, il politico): “Dico subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana del paese è un fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente.
Non è sufficiente perché manca di autorevolezza. Affermazione grave. Dunque un sistema democratico come il nostro è, secondo Asor Rosa, in una tale crisi che non può far leva proprie risorse culturali, di pensiero politico; non sa se e come elaborare una proposta diversa, influente, potentemente persuasiva tale da riuscire a determinare un avvicendamento che potremmo definire fisiologico.
 
 “Ciò cui io penso” prosegue l’editoriale “è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale «stato d'emergenza», si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato congela le Camere” e aggiunge “ la democrazia si salva, anche forzandone le regole”.
 
E nuovamente rifletto: su queste, così pesanti, affermazioni può una persona semplice, ma razionale non chiedersi come mai la democrazia fallisce proprio laddove dovrebbe esercitare in modo più efficace la sua azione a beneficio del popolo? In sostanza perché non è sufficiente puntare su un avvicendamento delle forze in campo? Dire che la legge elettorale, regolarmente votata in Parlamento, non è adeguata appare una spiegazione proporzionata alla situazione?
 
In realtà sappiamo tutti che la realtà sociale è profondamente mutata e mutati sono anche i nostri riferimenti culturali, i modelli sociali, il modo di guardare (con ansia) al futuro; siamo in piena crisi non solo economica, ma ancor di più dei diritti.
Di questi argomenti, semplici ma ragionevoli, forse occorre tener conto, anche perché se la proposta di Asor Rosa, che ha alle spalle una vita di militanza politica e impegno culturale, è di chiamare carabinieri e polizia ci potrebbe esser forse qualche altro motivo che lo studioso non esplicita, ma a cui sembra indirettamente riferirsi.  E comunque queste deduzioni nascono proprio sulla scorta delle sue provocazioni.
Per questo non è da scartare l’ipotesi che Asor quando afferma “sarei davvero lieto, anche a tutela della mia turbata tranquillità interiore, se qualcuno dei molti autorevoli commentatori abituati da anni a pietiner sur place, mi persuadesse, – ma con seri argomenti – del contrario” sottolinei la mancanza di prospettive, di idee, alternative, di proposte politiche e di progetti condivisibili dai cittadini di questo paese.
Nello stesso tempo egli sembra mettere a nudo come ad occupare la scena mediatica e politica (a pietiner sur place ) siano, con scarso frutto, sempre gli stessi personaggi che ben poco hanno saputo, ad oggi, fare tranne (come è accaduto) insultare chi esprime un parere dal sapore forte e amaro, ma che va ben oltre, piaccia o non piaccia, le genuflessioncelle e le riverenze di chi ha più care le poltrone e i cadreghini e pure gli strapuntini dal pullmann che non la verità.