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Parole in gioco e allo specchio – di Mariaserena Peterlin

Scrivere è dare un senso alle parole:
è come cercar ombre nello specchio.
 
 
Scrivere è dare un senso alle parole
giocando a "io sono il re e tu sei il cavallo",
fingendosi un eroe, un navigatore
un principe, un serpente oppure un gallo.
Scrivere è immaginare di capire
che il recto e il verso sono disuguali
ed ancora è aver voglia di scoprire
la fine, sempre prima dei finali.
Immaginando con le tue parole
componi frasi come note in fila:
trovane i suoni e troverai anche il senso
non uno, ma due…centottantamila.
 
 
Scrivere è dare un senso alle parole:
è come cercar ombre nello specchio,
rivoltarle e piegarle da ogni lato
bagnandole di lacrime e di pioggia.
E’ poi asciugarle con polvere solare
per scoprire le tracce che hai nel cuore,
ma trovi gli echi che non ricordavi.
Le togli dalle labbra e sulla carta
riscopri il suono delle più dimesse.
Immagina e vedrai, camere oscure
dove il colore audaci scherzi gioca.
Scrivi parole, senza aver paura

NON VOGLIO PIù PARLARE DI SCUOLA – di Mariaserena Peterlin

Non voglio più parlare di scuola.
Non voglio più intervenire nei dibattiti di insegnanti.
Non voglio più mediare o cercare di capire di che si parla.
Non voglio più ascoltare le stesse tiritere.
Non voglio usare il tempo per ritornare su vecchi concetti e per discutere su affermazioni vecchie come il cucco.
Non lo dico per disamore, per snobismo, per rifiuto del mondo dell’educazione.
Lo dico perché è evidente che i problemi sono stati tutti messi sul tappeto, ma che la volontà di risolverli non c’è.
La dimostrazione è che di fronte alla scuola, anzi sulla scuola, c’è da decenni una istituzione governativo-ministeriale che ha smesso di svolgere la funzione di un motore per diventare solo un peso occhiuto, censorio e ammosciante.
Si valuta il risultato dell’azione didattica solo per recriminare sulla qualità degli insegnanti e dei loro studenti e non per studiare soluzioni; infatti si accusa la scuola di non essere adeguata al mondo d’oggi. E gli insegnanti si sentono in crisi mentre dovrebbero rispondere che loro non sono chiamati a formare persone “adeguate” ma persone attive e pensanti. Dovrebbero inoltre rispondere con una evidenza: davvero si chiede di formare persone più colte, più autonome, più preparate, più fornite di strumenti culturali? E allora come si concilia allora tutto questo con la “fuga dei cervelli?”
Il sistema vigente attuale cosa intenderebbe per “formare persone adeguate”? Persone obbedienti e allineate?
Il sospetto è giustificato visto che le uniche soluzioni proposte e ammannite pomposamente come “riforma” sono ispirate a quella che possiamo definire la strategia del grembiulino, del calamaio e della falce: ossia il ritorno al passato.

Il problema è che il passato ha realmente una sua dignità che il presente non potrebbe sostenere, e che il presente ha una sua fame di soluzioni che il passato non potrebbe saziare.
Un altro problema è che la scuola può funzionare e funziona solo se funzionano i docenti e le famiglie, e non se ascolta i predicozzi dei funzionari o degli esperti tuttologi.

Un ulteriore problema è che se troppo spesso acquista visibilità e alza la voce solo l’insegnante che si lamenta e gode delle sue lamentele, se ne fa corona di martirio e non la smette.
Che cosa dovrebbe smettere?
Semplicemente di fare questo mestiere.
Ogni lavoro ha le sue fatiche, ed alcuni lavori hanno fatiche che incidono di più sul livello di impegno relazionale che siamo in grado di sostenere, altri sull’impegno fisico, altri sulla necessità di aggiornarsi velocemente, altri sulla sensazione di instabilità che non è garantita, altri sui gravi rischi professionali che si corrono; e potremmo continuare.
Invece non si prende atto di questo, non si ha una visione realistica e costruttiva e ci si lamenta: c’è chi si sente sfruttato e chi si sente sovraccarico o pensa di fare fatiche ripetute inutilmente.
Amici miei né Spartaco, né Atlante, né Sisifo ci salveranno.
Chi vuole lavorare a scuola prenda esempio da Robinson Crusoe. Un vero faber.
Oppure lasci perdere. Molto meglio trovarsi un lavoro come dama di compagnia o badante. C’è richiesta abbondante, si guadagna di più, si ha a che fare con una persona alla volta spesso non in grado di reagire, si risponde solo ad una famiglia e poi c’è l’enorme vantaggio del rapido turn over del… cliente…

Non voglio parlare più di scuola. Non di questa scuola e non in questo modo.
E credo sia, oltre che una buona idea, anche un sollievo reciproco e forse diffuso.

Messaggio di fine d'anno. CITTADINI, DIETROFRONT ! di Mariaserena Peterlin

 
Come festeggeremo?
I botti no; esercizio pericoloso.
E bottiglie, lampadine o la roba vecchia da gettare dalle finestre? Vietato davvero. Una vecchia pratica incivile, del resto abbiamo già le discariche traboccanti.
Ci si butta a bere? Ma no, anzi il meno possibile.
Viaggi? Quelli sì, a patto che ci piaccia piace gozzovigliare in sacco a pelo nei terminal di qualche aeroporto congelato.
Regali? Forse… riciclare le mutande rosse degli anni scorsi. Tanto non le mette quasi  nessuno e basta scegliere sempre la taglia unica.
 
Dimentico qualcosa? Come no: lenticchie turche e cotechino di maiale a sei zampe importato dall’est europeo: una autentica sciccheria per palati fini. (Ops: “ff…Fini ?!?” Help! no! Ovvio. Pussa via!)
 
Italiani di terra di mare e dell’aria: ci siamo rotti le scatole oppure ne volete ancora?
Veramente un dettaglio ci sarebbe; il 2011 si annuncia in salita. Lo snocciolano, con ansante metafora, i media: ci attendono oltre 1000 euro di aumento annui per famiglia (già ricordiamoci anche della famiglia visto che si tratta di pagare).
 
In tutto ciò come tralasciare un’aurea frase dell’emozionante messaggio pronunciato in conferenza stampa dalla soave-suadente-paterna voce del premier alla vigilia del Santo Natale? Egli non ci ha forse ammonito (proprio da buon padre di famiglia) che
“In India il costo del lavoro è meno di un dollaro l’ora, per la precisione 98 centesimi, e l’Europa deve adeguarsi”?
Faccio il conto della serva. A occhio e croce (soprattutto a croce) ci dovremmo aspettare di scivolare a paghe mensili da 300 euro al mese? Slurp! Anzi, doppio slurp.
 
E nessuno si è levato a chieder conto di questo scenario, e nemmeno un sopracciglio si è aggrottato. Si vabbè qualche ex comunista dei soliti, di quelli ancora di sinistra e rompiscatole ha eccipito, ma quelli chi li intervista? Infatti i giornalisti presenti in conferenza stampa hanno incassato compunti.
Del resto è naturale visto che hanno riprecipitato alle condizioni sociali del seicento: notoriamente secolo sudicio e sfarzoso. Per reagire dovremmo ricominciare dalle ottocentesche
Trade unions ? E' possibile. 
 
Appare chiaramente che (e vado a semplificare) quelli che governano il nostro mondo, e non solo l’Italia, hanno spezzato e spazzato via una rete sociale faticosamente costruita, virtuosa, fatta di gesti quotidiani, di lavoro, di crescita personale, di mani che si stringono, di cuori che si parlano, di teste che pensano, di progettualità, di ricerca, di sviluppo, di promozione per le giovani generazioni a venire.
Hanno lanciato sui nostri passi di lavoratori le iene della concorrenza, della competizione, delle piccole ambizioni personali del miope tornaconto. E le iene hanno fatto bene il loro lavoro: ci hanno raggiunto.
Man mano le coscienze si spengono assopite e assorbire da cocktail del tipo divano+immagini et similia.
Insomma hanno seminato l’ignoranza ed è cresciuta, rigogliosa ed infestante, l’indifferente passività di molti e la furbizia di pochi.
 
Ma via! Basta con le amarezze! E’ capodanno! Avanti coi brindisi degli spumanti.
Forza Italia! Stringi i denti ma preparati ad allacciarti di nuovo i calzoni con lo spago. Nel frattempo indébitati fino al collo perché la Cina, lo sapevamo, è vicina; ma l’India è qui dietro l’angolo. 89 centesimi all’ora non ci saranno negati.
Alleniamoci alla miseria rilassandoci, per chi vuole, a botte di new age.
Potrebbe essere utile.
 
Come festeggeremo dunque? Qualcosa c’è. Auguriamoci reciprocamente la fine di questa nebbia che ottenebra le menti e la nascita di una buona vista chiara e tagliente per il domani.
 
Nel frattempo rimangono, inoltre, gli affetti e l’amore da coltivare, e la convinzione che valga la pena di lottare con passione per l’essere umano che anima questo nostro corpo assediato da vacui desideri, ma anche da reali bisogni di tanti tipi.
Cose che non costano nulla, ma potrebbero farci sentire migliori. E sarà comunque luce dentro di noi.

Leva calcistica Anni 80 da una foto di Giuseppe Comitini –

ATTIVITA' AL CAMPETTO ANNO 1983/84 Scuola Sportiva DEPA – Palermo (Italy) 

(riflessione ispirata da una foto incontrata su fB)

 
Sedici bambini schierati in riga una ordinata ai lati di un maestro, otto a destra e otto a sinistra: due piccole squadre, ma sarebbe meglio dire due squadre, di quelle serie, proprio perché costituita da piccoli giocatori consapevoli dell’importanza di quello che stanno per fare: giocare una bella partita.
La convinzione e la felicità è scritta nei loro visi.
Insomma sedici bambini e un maestro in un’unica riga, un campetto in terra battuta e la palla al centro, posata sul disco bianco. Le gambe pronte a correre, infatti il maestro ha già il fischietto in bocca.
I bambini sono vestiti bene, ma senza esibizionismo; le gambette sottili abbronzate, i capelli neri o castani sono felicemente pettinati o spettinati, ma senza crestine né strane fogge da piccolo manichino.
Ragazzini schietti. Ragazzini di quelli dalla fantasia libera ed aperta, senza limiti, al sogno: ed il sogno in quel momento è il più bello che si possa sognare: una partita da giocare insieme, e un bravo maestro: una presenza che vigila su loro, un punto fermo in un orizzonte sconfinato.
 
Eppure intorno ci sono mura tirate su senza pretese, eppure il campo è bordato da erbacce.
Ma quei bambini hanno sette-otto anni, e la cornice del loro gioco non la vedono nemmeno.
I piedi fremono nelle scarpette, pronti a correre ed è questo che conta.

Per loro il gioco è proprio questo: correre per conquistare il pallore e competere sfidandosi in inseguimenti, brevi scontri, velocità, movimento. Tutti insieme.
E c’è un insegnante. È vestito semplicemente, come loro, ha solo i pantaloni più lunghi e il fischietto in bocca, ma i suoi occhi e il suo slancio vanno nella stessa direzione di quei ragazzini dalle gambette sottili e abbronzate e dai capelli liberi e senza gel. Le sua mani posate sulle spalle dei ragazzi più vicini a lui sembrano proteggerli e sospingerli insieme.
Un gesto che assomiglia a quello che si compie quando capita di raccogliere una rondine rimasta prigioniera o impigliata, e per poterla liberare la si tiene nella mano semiaperta pronti a lanciarla verso il cielo perché prenda il volo.
 
Questa foto, essenziale ma ricca di significato, mi ha colpito e commossa.
E’ un emblema che contiene tutto quello che serve per crescere ed educare i nostri figli: occorre un bravo insegnante, un Maestro con la maiuscola, che abbia a cuore i suoi ragazzini; senza tanti orpelli o misticismi sulla valutazione, senza tecnicismi e didattichese o la sperimentazione astratta su modelli inesistenti, senza il progettare percorsi formativi che poco hanno a che vedere con la realtà.
Un Maestro con poche regole chiare (il fischietto in bocca) e le sue mani saldamente posate sulle piccole spalle, ma pronte ad aprirsi per favorire il loro volo.
Un Maestro che può anche sbagliare, ma si mette in gioco perché gioca con loro e detta poche regole, ma spiegate e condivise.
E la rotta per il volo che sta per iniziare, d’altronde, è già scritta in quegli occhi neri, in quei capelli bruni di ragazzini dalle sottili con gambette nervose ed abbronzate e pronti a correre correre correre.
 
Cos’altro può servire?
 
Nota a margine. Tutto ciò che ho scritto nasce esclusivamente dalla foto pubblicata su fB da Giuseppe Comitini. Su Web capitano queste cose, è un bel modo per sentirsi ancora esseri umani.