Archivi categoria: contestazione

Soffione (taraxacum officinale)

Un soffione, in pompa magna
tutto aperto, esposto al vento.
sia in città come in campagna
spesso prende il sopravvento -

Eppure ASOR ROSA dovrebbe essere ascoltato – di Mariaserena Peterlin

Eppure Asor Rosa dovrebbe essere ascoltato.  
Le reazioni al suo
editoriale apparso sul Manifesto sono state di vario tono e colore, ma generalmente negative ed alcune addirittura alcune offensive: qualcuno ha parlato di colpo di stato e qualcun altro, addirittura di imbecillità.
Ma Asor non è affatto un imbecille.
Non ho mai aderito alle linee delle sue analisi, né all’impostazione della sua critica letteraria; ma credo che gli debba esser riconosciuta una indiscussa statura di studioso e di intellettuale.
Chi ha opposto alla sua opinione argomenti biechi o offensivi non fa un buon servizio né alla democrazia, né alla verità storica, né all’Italia.
Asor Rosa non ha, contro questo governo, polemizzato con i noti e soliti argomenti, ma con una propria linea di interpretazione e una proposta cui va riconosciuta un’elaborazione culturale di consistenza ben diversa rispetto a quella dei soliti noti che non nomino perché comunque si citano da soli.
 
Asor ha, infatti, scritto un editoriale pieno di passione e sdegno, ma ha anche proposto un’analisi, a tratti, accorata e ci ha richiamato alla Storia, alla Storia italiana ed Europea. Quanti lo sanno fare? Anzi la domanda corretta è: quanti sanno la storia?
Sulle tesi asoriane si può discutere proprio in quella direzione e non schierandosi dietro a un conformismo legalitario a cui, probabilmente, credono sinceramente ben pochi.
Leggere ed interpretare l’editoriale, invece di accontentarsi dei commenti che ne son stati fatti, non è affatto un esercizio banale, a meno che non si preferisca mettersi in coda alle tesi di Giuliano Ferrara (ma anche di Ezio Mauro) o di chi non aspetta altro che poter bastonare un avversario politico dall’alto del suo sussiego mediatico filoberlusca o antiberlusca.
Asor deve essere ascoltato, e le sue tesi discusse senza faziosità.
Tra l’altro appare anche evidente come la sua sia un’analisi, come s’è detto, passionale ma con un quadro di riferimento storico che non può essere ignorato.
Ad esempio Asor Rosa si interroga sulle cause del collasso di una democrazia e scrive:
“… quand'è che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza, reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge, – o autodistrugge? Di esempi eloquenti in questo senso la storia, purtroppo, ce ne ha accumulati parecchi.
Chi avrebbe avuto qualcosa da dire sul piano storico e politico se Vittorio Emanuele III, nell'autunno del 1922, avesse schierato l'Armata a impedire la marcia su Roma delle milizie fasciste; o se Hinderburg nel gennaio 1933 avesse continuato ostinatamente a negare, come aveva fatto in precedenza, il cancellierato a Adolf Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua decisione?”

Ebbene se è evidente che parlare di democrazia nell’Italia del 1922 è un’estrapolazione spericolata (non solo non votavano le donne, ma si votava con la legge elettorale del regno di Piemonte, per censo e gli elettori erano una minima parte della popolazione) vale tuttavia la pena di cogliere lo spunto più interessante e di chiedersi davvero perché Vittorio Emanuele III non abbia schierato l’esercito contro la marcia su Roma e il fascismo. Chi ha letto anche meno di due libri sa come la monarchia abbia a lungo tentennato ed abbia scelto Benito Mussolini solo per salvare se stessa e gli interessi di chi la sosteneva e non certo per fare un favore ai socialisti, agli operai o ai contadini. Per questo (e per altri motivi) l’affermazione di Asor è comunque interessante e dovrebbe far riflettere in direzione parallela ed analoga: cui prodest l’attuale Governo? Solo al presidente del consiglio?
Davvero siamo così candidi e sprovveduti da pensare che siamo di fronte solo ad un governo, per dir così, autoreferenziale che gode vantaggio di se stesso anche se, prima o poi, dovrà cedere il potere?
A una persona semplice, ma razionale non vien forse naturale chiedersi come mai il sistema-berlusca sia blindato e tutto sommato in concerto (nonostante le apparenze) con partner europei e non solo?
 
Ma non c’è solo questo; afferma l'editoriale : “La situazione, dunque, è più complessa e difficile, anche se apparentemente meno tragica: si potrebbe dire che oggi la democrazia in Italia si dissolve per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori.” In natura, verrebbe marginalmente da commentare, i tarli stanno sempre dentro e non fuori, ma proprio per questo la metafora è interessante. Il tarlo è dentro, non solo, ma, aggiunge Asor Rosa (lo studioso, lo storico, il politico): “Dico subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana del paese è un fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente.
Non è sufficiente perché manca di autorevolezza. Affermazione grave. Dunque un sistema democratico come il nostro è, secondo Asor Rosa, in una tale crisi che non può far leva proprie risorse culturali, di pensiero politico; non sa se e come elaborare una proposta diversa, influente, potentemente persuasiva tale da riuscire a determinare un avvicendamento che potremmo definire fisiologico.
 
 “Ciò cui io penso” prosegue l’editoriale “è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale «stato d'emergenza», si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato congela le Camere” e aggiunge “ la democrazia si salva, anche forzandone le regole”.
 
E nuovamente rifletto: su queste, così pesanti, affermazioni può una persona semplice, ma razionale non chiedersi come mai la democrazia fallisce proprio laddove dovrebbe esercitare in modo più efficace la sua azione a beneficio del popolo? In sostanza perché non è sufficiente puntare su un avvicendamento delle forze in campo? Dire che la legge elettorale, regolarmente votata in Parlamento, non è adeguata appare una spiegazione proporzionata alla situazione?
 
In realtà sappiamo tutti che la realtà sociale è profondamente mutata e mutati sono anche i nostri riferimenti culturali, i modelli sociali, il modo di guardare (con ansia) al futuro; siamo in piena crisi non solo economica, ma ancor di più dei diritti.
Di questi argomenti, semplici ma ragionevoli, forse occorre tener conto, anche perché se la proposta di Asor Rosa, che ha alle spalle una vita di militanza politica e impegno culturale, è di chiamare carabinieri e polizia ci potrebbe esser forse qualche altro motivo che lo studioso non esplicita, ma a cui sembra indirettamente riferirsi.  E comunque queste deduzioni nascono proprio sulla scorta delle sue provocazioni.
Per questo non è da scartare l’ipotesi che Asor quando afferma “sarei davvero lieto, anche a tutela della mia turbata tranquillità interiore, se qualcuno dei molti autorevoli commentatori abituati da anni a pietiner sur place, mi persuadesse, – ma con seri argomenti – del contrario” sottolinei la mancanza di prospettive, di idee, alternative, di proposte politiche e di progetti condivisibili dai cittadini di questo paese.
Nello stesso tempo egli sembra mettere a nudo come ad occupare la scena mediatica e politica (a pietiner sur place ) siano, con scarso frutto, sempre gli stessi personaggi che ben poco hanno saputo, ad oggi, fare tranne (come è accaduto) insultare chi esprime un parere dal sapore forte e amaro, ma che va ben oltre, piaccia o non piaccia, le genuflessioncelle e le riverenze di chi ha più care le poltrone e i cadreghini e pure gli strapuntini dal pullmann che non la verità.
 

NON VOGLIO PIù PARLARE DI SCUOLA – di Mariaserena Peterlin

Non voglio più parlare di scuola.
Non voglio più intervenire nei dibattiti di insegnanti.
Non voglio più mediare o cercare di capire di che si parla.
Non voglio più ascoltare le stesse tiritere.
Non voglio usare il tempo per ritornare su vecchi concetti e per discutere su affermazioni vecchie come il cucco.
Non lo dico per disamore, per snobismo, per rifiuto del mondo dell’educazione.
Lo dico perché è evidente che i problemi sono stati tutti messi sul tappeto, ma che la volontà di risolverli non c’è.
La dimostrazione è che di fronte alla scuola, anzi sulla scuola, c’è da decenni una istituzione governativo-ministeriale che ha smesso di svolgere la funzione di un motore per diventare solo un peso occhiuto, censorio e ammosciante.
Si valuta il risultato dell’azione didattica solo per recriminare sulla qualità degli insegnanti e dei loro studenti e non per studiare soluzioni; infatti si accusa la scuola di non essere adeguata al mondo d’oggi. E gli insegnanti si sentono in crisi mentre dovrebbero rispondere che loro non sono chiamati a formare persone “adeguate” ma persone attive e pensanti. Dovrebbero inoltre rispondere con una evidenza: davvero si chiede di formare persone più colte, più autonome, più preparate, più fornite di strumenti culturali? E allora come si concilia allora tutto questo con la “fuga dei cervelli?”
Il sistema vigente attuale cosa intenderebbe per “formare persone adeguate”? Persone obbedienti e allineate?
Il sospetto è giustificato visto che le uniche soluzioni proposte e ammannite pomposamente come “riforma” sono ispirate a quella che possiamo definire la strategia del grembiulino, del calamaio e della falce: ossia il ritorno al passato.

Il problema è che il passato ha realmente una sua dignità che il presente non potrebbe sostenere, e che il presente ha una sua fame di soluzioni che il passato non potrebbe saziare.
Un altro problema è che la scuola può funzionare e funziona solo se funzionano i docenti e le famiglie, e non se ascolta i predicozzi dei funzionari o degli esperti tuttologi.

Un ulteriore problema è che se troppo spesso acquista visibilità e alza la voce solo l’insegnante che si lamenta e gode delle sue lamentele, se ne fa corona di martirio e non la smette.
Che cosa dovrebbe smettere?
Semplicemente di fare questo mestiere.
Ogni lavoro ha le sue fatiche, ed alcuni lavori hanno fatiche che incidono di più sul livello di impegno relazionale che siamo in grado di sostenere, altri sull’impegno fisico, altri sulla necessità di aggiornarsi velocemente, altri sulla sensazione di instabilità che non è garantita, altri sui gravi rischi professionali che si corrono; e potremmo continuare.
Invece non si prende atto di questo, non si ha una visione realistica e costruttiva e ci si lamenta: c’è chi si sente sfruttato e chi si sente sovraccarico o pensa di fare fatiche ripetute inutilmente.
Amici miei né Spartaco, né Atlante, né Sisifo ci salveranno.
Chi vuole lavorare a scuola prenda esempio da Robinson Crusoe. Un vero faber.
Oppure lasci perdere. Molto meglio trovarsi un lavoro come dama di compagnia o badante. C’è richiesta abbondante, si guadagna di più, si ha a che fare con una persona alla volta spesso non in grado di reagire, si risponde solo ad una famiglia e poi c’è l’enorme vantaggio del rapido turn over del… cliente…

Non voglio parlare più di scuola. Non di questa scuola e non in questo modo.
E credo sia, oltre che una buona idea, anche un sollievo reciproco e forse diffuso.

Se non ora, quando? – Questa è la mia contestazione di Mariaserena Peterlin

Ho letto e firmato per questa manifestazione perché sentivo che era giusto unire un segnale a tanti altri.
Ho subito però detto, in bacheca al gruppo promotore su faceBook, che il titolo era inopportuno.
 Scrivo questa riflessione solitaria per contestare con nettezza e decisione contro questo scippo che si è fatto del titolo di un grande libro di un Autore a cui dobbiamo tantissimo come donne, uomini, persone appartenenti all'unica razza: quella umana.
Non scriverò nulla su Primo Levi, perché tutti ma proprio tutti dovremmo aver già letto e pianto sui suoi libri e sulla sua grande testimonianza riguardante la Shoah, i campi di sterminio e una delle più turpi, abbiette e disperanti vergogne dell'umanità ossia le leggi razziali. Non farò tuttavia ulteriori polemiche con chi lo ha scelto e lo sbandiera su un drappo rosaceo. 
Però dico la mia: è' vero che si è a corto di idee, è vero che si legge superficialmente e si acchiappa la prima cosa che vien in mente. Ma strumentalizzare il titolo di un Autore che dovremmo tenere caro e sacro è inaccettabile. Paragonare questi anni di melma quotidiana, acquiescentemente subiti e accettati anche con il voto, alla immane funesta epoca del nazifascismo è altrettanto inaccettabile. A ciascuno il suo.
 Per questo io mi ribello ed affermo che è troppo facile protestare senza idee nuove. L'evidenza è sotto gli occhi di tutti, altrettanto evidente dovrebbe essere che non con questi strumenti si combatte un omino di burro che trasforma in somari chi lo segue in tanti modi, anche rifiutando di cambiare stile di vita.
 
Restituiamo al grande Primo Levi la sua opera.
E si combatta la melma con l'acqua pulita delle buone idee.
Altrimenti ci rimane solo la vergogna.
 
Il mio dissentire, lo ribadisco, riguardava dunque il titolo e tale posizione mantengo; oggi, dopo aver visto le immagini della manifestazione,riconosco il dovuto rispetto per i/le manifestanti ma, nello stesso tempo, affermo la mia convinzione che si sia svolta in bilico tra la buona causa e lo strumento inadeguato.
La mia modesta opinione, che propongo "senza rete" nè retoriche ed infischiandomene assai del politicamente corretto  è che queste strategie preparano, e forse, un avvicendamento e non lasciano intravedere, per lo meno non ancora e non di sicuro un cambiamento reale che migliori la nostra vita e quella dei nostri figli e nipoti.
Non che sia facile realizzarlo; si tratta, ad esempio, di ridiscutere prima di tutto i nostri stili di vita e le nostre modalità di relazione, di reinventare gli argomenti e lo stile della comunicazione e di riflettere alla ricerca di nuove soluzioni.  Se si cade nella logica (bella/disponibile – vecchio/viagroso – incarichi/lupanare) ci si spuntano immediatamente le armi della logica e della ragione (ripeto, sto proponendo un'opinione e non un proclama).
Se invece riflettiamo sulla situazione "altra", ossia la nostra, se analizziamo quello che non funziona nel mondo del lavoro, nel sociale, nei servizi, nella ricerca e nella scuola, nei diritti civili e umani, nella realizzazione di una vera società di liberi ed uguali, nelle aspettative tradite e deluse di chi ha studiato vent'anni per avere in mano meno di un pugno di mosche allora ci accorgeremmo che non abbiamo nemmeno più tempo per seguire i talk show o i "programmi di approfondimento" e che dobbiamo iniziare ad incontrarci tra persone che vogliono costruire qualcosa di nuovo e soprattutto cercare un PENSIERO NUOVO.
Oggi leggo sui giornali frasi che dimostrano come i giornalisti non abbiano capito quello che succede; e non comprendono perché non possono: un titolo dice: "che belle facce, come sull'autobus e sulla metropolitana" … Devo commentare?
Beh… chi scrive queste cose non sale da mai sull'autobus nè sulla metro, e le facce della gente che lavora, magari su turni non le conosce, ma va in taxi spesato.
E questo è un ulteriore segnale che la distanza aumenta, che non siamo una società di uguali. Mi dispiace ma l'evidenza è questa.