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Messaggio di fine d'anno. CITTADINI, DIETROFRONT ! di Mariaserena Peterlin

 
Come festeggeremo?
I botti no; esercizio pericoloso.
E bottiglie, lampadine o la roba vecchia da gettare dalle finestre? Vietato davvero. Una vecchia pratica incivile, del resto abbiamo già le discariche traboccanti.
Ci si butta a bere? Ma no, anzi il meno possibile.
Viaggi? Quelli sì, a patto che ci piaccia piace gozzovigliare in sacco a pelo nei terminal di qualche aeroporto congelato.
Regali? Forse… riciclare le mutande rosse degli anni scorsi. Tanto non le mette quasi  nessuno e basta scegliere sempre la taglia unica.
 
Dimentico qualcosa? Come no: lenticchie turche e cotechino di maiale a sei zampe importato dall’est europeo: una autentica sciccheria per palati fini. (Ops: “ff…Fini ?!?” Help! no! Ovvio. Pussa via!)
 
Italiani di terra di mare e dell’aria: ci siamo rotti le scatole oppure ne volete ancora?
Veramente un dettaglio ci sarebbe; il 2011 si annuncia in salita. Lo snocciolano, con ansante metafora, i media: ci attendono oltre 1000 euro di aumento annui per famiglia (già ricordiamoci anche della famiglia visto che si tratta di pagare).
 
In tutto ciò come tralasciare un’aurea frase dell’emozionante messaggio pronunciato in conferenza stampa dalla soave-suadente-paterna voce del premier alla vigilia del Santo Natale? Egli non ci ha forse ammonito (proprio da buon padre di famiglia) che
“In India il costo del lavoro è meno di un dollaro l’ora, per la precisione 98 centesimi, e l’Europa deve adeguarsi”?
Faccio il conto della serva. A occhio e croce (soprattutto a croce) ci dovremmo aspettare di scivolare a paghe mensili da 300 euro al mese? Slurp! Anzi, doppio slurp.
 
E nessuno si è levato a chieder conto di questo scenario, e nemmeno un sopracciglio si è aggrottato. Si vabbè qualche ex comunista dei soliti, di quelli ancora di sinistra e rompiscatole ha eccipito, ma quelli chi li intervista? Infatti i giornalisti presenti in conferenza stampa hanno incassato compunti.
Del resto è naturale visto che hanno riprecipitato alle condizioni sociali del seicento: notoriamente secolo sudicio e sfarzoso. Per reagire dovremmo ricominciare dalle ottocentesche
Trade unions ? E' possibile. 
 
Appare chiaramente che (e vado a semplificare) quelli che governano il nostro mondo, e non solo l’Italia, hanno spezzato e spazzato via una rete sociale faticosamente costruita, virtuosa, fatta di gesti quotidiani, di lavoro, di crescita personale, di mani che si stringono, di cuori che si parlano, di teste che pensano, di progettualità, di ricerca, di sviluppo, di promozione per le giovani generazioni a venire.
Hanno lanciato sui nostri passi di lavoratori le iene della concorrenza, della competizione, delle piccole ambizioni personali del miope tornaconto. E le iene hanno fatto bene il loro lavoro: ci hanno raggiunto.
Man mano le coscienze si spengono assopite e assorbire da cocktail del tipo divano+immagini et similia.
Insomma hanno seminato l’ignoranza ed è cresciuta, rigogliosa ed infestante, l’indifferente passività di molti e la furbizia di pochi.
 
Ma via! Basta con le amarezze! E’ capodanno! Avanti coi brindisi degli spumanti.
Forza Italia! Stringi i denti ma preparati ad allacciarti di nuovo i calzoni con lo spago. Nel frattempo indébitati fino al collo perché la Cina, lo sapevamo, è vicina; ma l’India è qui dietro l’angolo. 89 centesimi all’ora non ci saranno negati.
Alleniamoci alla miseria rilassandoci, per chi vuole, a botte di new age.
Potrebbe essere utile.
 
Come festeggeremo dunque? Qualcosa c’è. Auguriamoci reciprocamente la fine di questa nebbia che ottenebra le menti e la nascita di una buona vista chiara e tagliente per il domani.
 
Nel frattempo rimangono, inoltre, gli affetti e l’amore da coltivare, e la convinzione che valga la pena di lottare con passione per l’essere umano che anima questo nostro corpo assediato da vacui desideri, ma anche da reali bisogni di tanti tipi.
Cose che non costano nulla, ma potrebbero farci sentire migliori. E sarà comunque luce dentro di noi.

SCUOLA UNIVERSITÀ: OCCUPAZIONE,GESTIONI e PROTESTE DI STUDENTI – di Mariaserena Peterlin

Quest’anno è diverso? 

sessanta e stoÈ vero: ogni anno gli studenti programmano, con cura, la tempistica dell’autogestione o l’occupazione della loro Scuola per agganciarla alle vacanze di Natale.
Ogni anno gli adulti si dividono: i genitori hanno i loro pensieri e preferirebbero saperli in classe con gli insegnanti. Gli insegnanti hanno reazioni varie:
quelli che … hanno già visto e sanno già tutto perciò scuotono, muti, la testa.
quelli che … oddio il programma!
quelli che … ma il preside che dice?
quelli che … cercano di capire e si aggirano abbordando, con vario esito, qualche scalmanato studente
quelli che … arrivo con comodo tanto non mi faranno entrare
quelli che … in fondo ci speravo
quelli che … si interrogano seriamente.
 
Ammettiamo l’evidenza: in molte scuole sono finiti i tempi delle autogestioni impegnate, dei ragazzi in aula magna a formare gruppi di studio, della lettura dei giornali e della redazione di documenti scritti.
Ammettiamo, perché è vero e si sa, che l’autogestione e l’occupazione sono anche canne ed esperienze non tutte apprezzabili, e con ragione, dai perplessi come noi.
Ammettiamo pure che i nostri ragazzi, lasciatemeli chiamare così, hanno poche idee e in compenso confuse.
E diciamo anche, chiaramente, che un giovane non deve permettersi di vandalizzare la scuola, di esercitare qualsiasi prepotenza, di impedire ai docenti di entrare nella loro luogo di lavoro.
Del resto gli studenti lo sanno, o qualcuno dovrebbe informarli, che stanno violando la legge, che la dirigenza può far intervenire le forze dell’ordine con le conseguenze del caso.
Dunque è lecito esprimere tutte o molte delle reazioni che si registrano in questi  giorni: amarezza, perplessità, dissenso e così via.
Però quello che accade non assolve nessuno di noi e non colpevolizza solo i giovani.
Non solo per l’ovvio e svenduto argomento di chi sostiene che una percentuale non piccola di questa generazione di ragazzi ha avuto troppo, ma non ha ricevuto quello che le era dovuto, ossia una adeguata formazione famigliare, una essenziale trasmissione di valori, una educazione al senso della rigorosa responsabilità personale ed è stata bombardata d’altro.
Non è lecito, però, cavarsela accusando loro ed autoassolvendosi perché è grottesco e ridicolo (non sbagliato in assoluto, ma relativamente alla presente situazione) chiedere ai giovani di stare in classe a studiare non dando loro almeno una motivazione adeguata e di solida tradizione pragmatica: studia e prepara il tuo domani di lavoro per essere inserimento nella società produttiva.
 
Ci hanno già detto che questo non accadrà più.
E troppi hanno finora non solo chinato la testa alle esigenze di un modello di sviluppo che tradisce nei fatto il patto sociale e la Costituzione, ma  se la sono cavata con la brillante idea del “lavoro da inventare” et similia.
Certo, chi è super forse inventa, ma chi è normale che fa? Abbiamo le tasche piene di luoghi comuni  e le discariche piene di ogni tipo di monnezza: ci vogliamo buttare anche l’attuale e la prossima generazione?
Ditelo signori miei.
No, quanto accade quest’anno non è, spero che non sia, quello degli altri anni.
E se i ragazzi purtroppo non sanno proporre contenuti né protestare diversamente ciò non toglie che la protesta sia sacrosanta e necessaria perché quest’anno sta finalmente emergendo una denuncia che doveva essere fatta già da tempo: il patto sociale è stato tradito e la Costituzione è stata rinnegata e violata e non solo negli articoli, fondamentali 3 e 4.
Il diritto al lavoro non significa diritto ad inventare il lavoro, significa che lo Stato ci chiede di seguire i suoi ordinamenti e pagare pagare pagare tasse non solo per sostenere l’onere di eventuali aiuti a chi non può provvedersene da solo, ma per fare scelte politiche ed economiche che garantiscano i diritti.
Se poi, invece lo stato è finito e siamo, come ho già scritto altrove, al si salvi chi può, allora salviamo almeno l’educazione e dialoghiamo coi ragazzi. Ci sbattono la porta in faccia? Beh, io non ho l’età, ma chi può rientri dalla finestra e salviamo il salvabile.
Loro, nella loro confusione ed eventuale insolenza, hanno comunque e nella sostanza ragione.