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NOT(t)E di Natale

Ghiaccio a Natale

Ghiaccio a Natale

Se cerchiamo un senso al Natale, oggi,
se lo cerchiamo ancora,
dopo aver vissuto quest’anno ad occhi aperti,
se pensiamo che dovremmo frugare
tra tradizioni e novità
per vestire di luce quel giorno,
allora forse potremmo rinunciare
o sarebbe meglio essere bambini
per attendere che qualcuno
allestisca un natale per noi:
inconsapevoli o bramosi dei doni
da sbattere sul pavimento alla prima occasione.

Non elenchiamo,
scorrendo mese per mese,
quello che è accaduto:
le tracce ci sono, i segni sono tutti al loro posto
come le ferite, le parole,
anche troppe, sono state dette
e ripetute fino a farne violenza.

Luce e messaggio del Natale, oggi,
è lasciare che la speranza
non ci sfugga dalle dita del cuore.
Il messaggio lo abbiamo e possiamo ascoltarlo,
ma non siamo obbligati, (per fortuna) no?

E tolte le vesti, gli addobbi ed i cibi in eccesso;
tolte le corse, le prenotazioni,
le isterie alle file inevitabili
potrebbe essere ancora Natale.

Altrimenti è meglio fare come tanti,
(e fanno bene, ma sì):
il solito viaggio low cost
sul mar Rosso, da pagare a rate.
Ma sì, un altro debito
no, non può cambiare la situazione.
E per gli squali, sì
sarà ancora festa, almeno per loro.

Il Natale, a volerlo, viene.

Famiglia, pc e bambini – se non ora, dopodomani ? Dejà vu- di Mariaserena

Ci dicono i tuttologi, compiaciuti oppure allarmati/allarmanti, che prima dei dieci anni i ragazzini hanno già una disinvolta conoscenza del digitale ed usano con estrema facilità pc, telefonini ed ogni altra diavoleria che per papà e mamma possono essere ancora un po' difficili da adoperare.
Riflessioni? Ahimè inevitabili.
E dunque prima che vengano individuate priorità educative ineliminabili e perciò:
1) prima che a qualche pedagogista sperimentale venga in mente di proporre come metodo educativo una scansione oraria della giornata in cui il minutaggio della presenza davanti al pc sia calcolato con un'equazione di terzo grado
 
2) prima che a qualche esperto di formazione di frontiera venga l'idea di introdurre nelle materie di studio oltre ad un'approfondita conoscenza di materiali come carta da parati, vetro della cocacola, alluminio da lattine, cestini e sacchetti di mcdonald’s anche nozioni digitalizzate di metodi per smaltimento dei rifiuti solidi-liquidi-umidi
 
3) prima che ai mentori dell'istruzione a tutto campo appaia essenziale, anche per le scuole materne, la settimana dello sviluppo sostenibile (che è, già di per sé, di una noia mortale e insostenibile), oppure quella dello studio della lingua delle etnie australiane, quella dell'educazione stradale in curva o l'educazione all'ambiente montano-marino-collinare-fluviale (come se fosse chissà quale novità)
 
 4) prima che all'esperto in educazione plurimotoria sembri fondamentale che in prima elementare si insegni il tiro con l'arco unito a quello al piattello, il bob a 4 e il parapendio
 
5) prima che alle associazioni di volontariato sembri primaria per la formazione del fanciullo una nuova materia di studio ossia la "nascita, storia e magia delle Onlus"
 
insomma prima che tutto ciò accada vorrei dire sommessamente che, secondo la mia modesta esperienza, il pc non nuoce ai bambini, come non nuoce giocare a nascondino o a carte o giocare alle bambole o a campana.
Quello che nuoce ai bambini è far sparire dal loro orizzonte la famiglia.
E questo accade quando si impongono ritmi ed esigenze di lavoro che sopraffanno l'umana possibilità.  Quello che nuoce ai bambini è che la scuola e la famiglia confliggano e non si stimino nè collaborino.

Quello che fa bene ai bambini è stare a contatto con papà e mamma (e in seconda battuta magari cugini, zii, nonni) giocare con loro ogni volta che è possibile ed essere coinvolti, a pieno titolo, nella vita di famiglia.
Quello che fa bene è vivere serenamente il tempo della scuola essendo coinvolti responsabilmente in un progetto di crescita e di apprendimento.

Partendo da queste basi le altre occupazione potrebbero trovare, alla luce del buon senso e dell'affetto reciproco, una equilibrata collocazione e un uso corretto.
Finiamola con gli allarmi, o ci toccherà finanziare anche un progetto europeo per l'uso sostenibile del pc di casa. E non mi sembra il caso.

Ciao Papà – 4 luglio 2011 di Mariaserena

Ho pensato a lungo se fosse il caso di pubblicare i pensieri con cui il 4 luglio ho salutato, dopo solo due mesi dalla perdita di mia mamma, anche papà. Poi ho deciso di farlo per due motivi: uno sciocco-infantile e uno serio.
Quello sciocco è che dicendo le cose sul web si ha l'impressione di farle navigare lontano, e lui se ne è andato proprio molto lontano.
Quello serio è che vorrei dire, anche solo a chi crede negli affetti, ma oggi dubita che abbia ancora  un significato l'essere e dichiararsi figlio o genitore, che la maternità e la paternità vanno oltre tante definizioni. Vorrei dire che non basta la tolleranza, ma che ci è necessario anche l'amore che non si spegne con la fine della vita, e che la vita e gli affetti non hanno niente a che vedere con le dinamiche demografiche, le opportunità sociali,  l'economia di mercato e mercanzie simili.
Pubblico dunque questo mio scritto dedicato ai miei genitori, ma in particolare a mio padre che non ha mai accumulato, ma donato sì.

Voglio ricordarti così
Voglio ricordarti quando mi prendevi per mano uscivamo per andare a spasso, quando mi insegnavi ad annaffiare il giardino e premevi sul tubo perché l’acqua ne uscisse a spruzzo, formando un arco che prendeva il raggio del sole e creando un arcobaleno. Voglio ricordarti quando dal giardino prendevi una canna e la foravi per farne una cannuccia da cui soffiare le bolle di sapone e quando mi regalavi i cartellini che contrassegnavano i sacchi della farina del mulino di cui tu eri responsabile, li infilavi in uno spago e io ci giocavo come con un oggetto meraviglioso. Voglio ricordarti quando uscivi dal mulino, con la faccia infarinata, con il basco in testa, bianco anche lui come il tuo camice da mugnaio. E voglio ricordarti energico, esigente, severo con gli operai che ti ricambiavano con affetto e stima, ti chiamavano “capo” perché tu lavoravi più di loro e un lavoratore questo apprezza in chi lo sa guidare. Voglio ricordarti mentre impastavi acqua, lievito e farina e ci insegnavi a fare il pane, mentre ci facevi vedere come si stende la pasta per ricavarne strisce da arrotolare e da mettere a lievitare sotto uno strofinaccio per lunghe ore. E voglio ricordarti quando hai imparato a guidare l’automobile e intraprendevamo lunghi viaggi che durava un’intera giornata per andare a trovare i nonni. Voglio ricordare il tuo affetto grande per i nonni.
Voglio ricordare la tua impazienza, il tuo senso del dovere, il tuo continuo ammonire su come si deve essere gentili con gli altri, sul fatto che non si deve giudicare senza prima valutare se stessi e che non si deve mai rinunciare a fare qualcosa se prima non ci si è messi alla prova. Voglio ricordare che ci hai insegnato a pregare nel silenzio e nella modestia, senza esibire la nostra fede.
Voglio ricordare che tu non rinunciavi, non delegavi, non ti tiravi indietro, non cercavi scuse, non ti sottomettevi alle ingiustizie, non avevi paura di cambiare nulla: casa, città, lavoro. Nulla, tranne il tuo affetto e l’amore che ci hai dato.
Voglio ricordare anche il tuo amore per il tuo paese e per i tuoi cari; un paese in cui non ho mai vissuto, ma il cui ricordo mi è caro nel tuo nome; e i tuoi cari che ho conosciuto, ma frequentato troppo poco e comunque assomigliavano tanto a te.
Voglio ricordare quando andavamo: perché il senso della tua vita è stato anche questo andare avanti, muoversi, proseguire.  E mi piaceva accompagnarti. Siamo andati a raccogliere i ricci delle castagne, siamo andati fuori con la tramontana perché io non temevo il vento freddo quando tu mi tenevi per mano, siamo andati insieme tante volte per seguire anche la tua irrequietezza e la mia curiosità.
Non voglio ricordare questi ultimi anni il cui oscuro peso, solo ora e finalmente, ha cessato di curvare le tue spalle, di spegnere i tuoi stessi ricordi, di segnare di sofferenza la tua vita, di impedirti di andare libero e forte come un tempo.
Voglio ricordare invece che ci hai insegnato ad amare la vita, ad amare i deboli, a desiderare che la vita continui nei nostri figli e nei figli dei nostri figli ai quali continueremo a raccontare di te.

Ora sei ripartito. Ciao papà.
 

Non un batterio, ma una mentalità killer può distruggerci – di Mariaserena Peterlin

Una mentalità killer.

Ecco cosa ci distruggerà: non un batterio, ma una mentalità killer: autoreferenziale, egoista e che rigenera se stessa per gemmazione. E genera persone-pattume ossia da gettare.
I sintomi? Evidenti in chi ne è colpito. La sindrome della mentalità killer è contratta quando si è troppo preoccupati per se stessi, troppo attesi ad ottenere gratificazioni, troppo assillati a che un vantaggio non sfugga, troppo immersi nella dimensione personale, troppo poco generosi. Troppo. E di questi troppo potremmo aggiungere tanti altri.
Siamo diventati costruttori di ponti levatoi, progettisti di autopromozione, accumulatori di gratificazioni personali, aedi di autocommiserazione o autocelebrazione, raccoglitori di simpatie contro.
La malattia raggiunge uno stadio avanzato quando accade che, se qualcosa non piace o va male, si è talmente troppo assorti a cercar di dare responsabilità agli altri che ci si auto legittima al chi se ne frega,io penso per me.
C’è, come sempre, chi approfitta della situazione.
Per far solo un esempio ne approfittano le agenzie della pubblicità pronte a somministrare una terapia placebo che fa in modo che si possa ascoltare senza nessun sussulto frasi-spot come “perché io valgo” (e gli altri no?), “perché il lusso è un diritto” (per chi?), “tutto intorno a te” (e al prossimo i resti?).
 
Nella fase terminale della mentalità killer non si perde la vita, ma si perde il nostro essere umani, si perde l’anima naturale in dote alla nostra umanità; questa perdita è evidente quando ci si comporta dissennatamente con i più piccoli e i più giovani.
E’ allora che si decide che, prima dei figli o dei ragazzi che ci sono affidati, veniamo noi con tutte le nostre esigenze.
E’ in questa fase che si stabilisce che il bambino abbia tutto, ma poi lo si abbandona e dimentica in automobile perché si hanno impegni prioritari in testa; nei casi un po’ meno gravi (ma comunque avanzati) lo si scarrozza su e giù per le corsie dei centri commerciali o lo si scorda al recinto del parco giochi invece di badarlo lasciandolo, però, giocare con amici da lui medesimo scelti liberamente; oppure preferiamo inquadrarlo in attività o in feste organizzate in cui gli amichetti/e sono selezionati da noi oculatamente: ad  uno ad uno.
 
Ecco cosa siamo diventati. Uomini fummo ed or siam fatti egoisti ed individualisti.
Molti genitori si considerano bravi quando abbondano in autostima “perché noi valiamo”.
Molti insegnanti si reputano egregi quando progettano qualcosa che li metta in evidenza presso la gerarchia scolastica o il territorio circostante che, come un vero feudo, sta “tutto intorno a te”.
 
Non è così che si costruisce un futuro migliore. Non è così che cambieremo questa società, della quale inanemente  ci lamentiamo, ma che coltiviamo ottusamente.
 
Però io sono ottimista. Credo molto nelle generazioni dei giovanissimi che hanno cominciato a gridare “Che palle! lasciateci stare!”
Ecco loro forse sì. Con loro le cose cambieranno.
 
Ma nel frattempo il pattume rimane pattume.
E sarebbe bene cominciare a dirlo chiaramente prima di esserne contagiati.