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Ricostruire, da fuori

Provo a pensare che la fase che siamo vivendo possa essere non peggiore di altre e che anche in altri tempi, vicini o non, ci sono stati motivi di scontento, di delusione o addirittura di disperazione, e probabilmente è davvero così. E poi disperazione, delusione e scontento non si addicono a persone che comunque mantengano e coltivino un progetto di vita e una visione proiettata nel tempo, anche se, forse, in un tempo lontano.
No, non bisogna cedere; ma resistere non significa ostinarsi a vedere il bello e il buono dove non ci sia. Non significa nemmeno costruire un castello mentale di labili carte illusorie. Dobbiamo resistere e non cedere perché è proprio la nostra resa che, come tutto lascia pensare e sta a dimostrare, stanno aspettando.
Probabilmente siamo di fronte a un disegno sommessamente violento che ha previsto per noi solo un ruolo passivo e subalterno, ma più ci rannicchiamo e chiudiamo più la subalternità potrebbe crescere.
Vedo tuttavia incombere un’ulteriore più sottile violenza: la fallace tentazione del consenso e della partecipazione per cambiare da dentro una delle facce di questo sistema nato da tanti padri ma che una madre maligna si è adattata a comporre mostruosamente.
Siamo arrivati a dire che le ideologie non servono, che sono storicamente superate, che i partiti sono vecchi carrozzoni, che le nuove guide delle nostre scelte sono il mercato e quindi la competitività. Tutto si compra e tutto si vende: dalla nascita alla morte, dalla vita alla sopravvivenza, tutto ha un costo e tutti siamo chiamati a pagarlo.
Non è semplice sintetizzare e proporre: tuttavia ci provo. Io credo e spero nell’utilità di contribuire ad un pensiero diverso da costruire non da dentro, ma proprio da fuori. Potrebbe essere necessario ricominciare riconoscendosi in persone che tornano alla vecchia Costituzione e ai nostri tradizionali valori: lavoro, consorzio umano, famiglia, giustizia sociale, solidarietà, dignità, rispetto e diritti dell’individuo nella reciproca libertà. Credo che la giustizia possa rinascere solo fuori dallo schema, fuori dal sistema e dal linguaggio convenzionale, lontano dalla deferenza al media e dalla soggezione a chi rappresenta le istituzioni, ma le corrompe.
Ci sono ormai troppi contagi nella corruzione, troppe pestilenze morali, troppe compromissioni per poter interagire con quello che c’è e si sta trionfalmente sbriciolando, ma trattiene il potere tra gli artigli.
Solo ritornando a una totale libertà di pensiero possiamo ritrovare il filo sociale e tesserlo, se fosse impossibile trovare sodali è necessario farlo anche da soli, ma i risultati sarebbero minimi, molto meglio farlo insieme agli altri, ai nostri simili.

La ricerca di sé

La vocazione che ci chiama ad un tipo di studio, ad una scelta di vita, ad amare qualcuno appare più come un tornare che un andare.
Si torna, o, per dir meglio, si ritorna per essere completi, perché sappiamo che spezzati non possiamo vivere.
Ci si sente a casa in un’aula di Lettere? Io penso di sì, come ci si sente a casa tra le pareti profumate di legno antico delle vecchie biblioteche, come perdendosi nello sguardo o nell’odore di chi si ama, come lasciandoci attrarre da una vita diversa e forse impervia, ma che vogliamo fortemente.
Ci si sente a casa tenendo per mano un bambino.
Nasciamo e cerchiamo di trovare la nostra orbita naturale, il nostro movimento intorno e verso; nasciamo per tornare là, verso qualcosa che non sapevamo ci appartenesse ma sentiamo che c’è.
Abbiamo bisogno di libertà per trovare noi stessi.

CAMBIARE IL SOGNO IN PROGETTO

antipolitica wordle 1b

basta?

Cambiare la rassegnazione in azione comune, correlata

Cambiare l’isola in arcipelago

Cambiare le scartoffie in tweet

Cambiare la regola passiva in regola condivisa

Cambiare la riverenza al media con l’uso del media

Cambiare il ripiegamento in svolgimento

Cambiare l’obbedienza in verifica

Cambiare il pretesto in testo

Cambiare l’uso in costruzione

Cambiare questo schifo in bellezza

Cambiare il sogno in progetto.
(Soprattutto questo.)

Non restare chiuso qui PENSIERO (gioco perverso in versi, inversamente aulico)

albicocca con parassita_n

Invidio un po’ , non tanto,

chi tratta di poesia

come un aspirapolvere

o un vinsanto

che travolge i pensieri

che dal presente ti trascina via.

 

Invidio un po’, non tanto,

chi rima cuore e amore

e stupore o autorespiratore 

e per se stesso

riserva un cuore rosso d’amaranto

che imbeve di passioni solitarie,

mentre l’umana condizione oblìa.

 

Invidio un po’? No, ignoro

chi per proprio decoro

s’astiene e si controlla

oppure con accorte contraddanze

si gode le altrui danze,

degli insuccessi ride

e non s’accorge che se stesso uccide.

E quella morte gli sembra una malìa.

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La foto: Quelle che sembrano perline argentate, e viste da vicino sono anche più ingannevoli che in foto, sono uova deposte da un parassita sulle albicocche, in campagna. E’ un po’ di tempo che va un po’ così; sulle “nostre”albicocche, sui frutti della nostra vita (figli, lavoro, studi, azioni, relazioni e così via) arriva un parassita che depone piccole perle ordinate. Quando andiamo a raccogliere quei nostri frutti, lungamente attesi e seguiti, a cui abbiamo dedicato ogni tempo e cura, li troviamo con quella rosa di perline e lì per lì pensiamo a un lieve cambiamento, invece il frutto non è più quello che pensavamo, ma ospita un parassita sfrontato. Anche la poesia può sembrare ancora sana mentre ospita l’ignavia delle rime facili, delle non rime, dei singulti sentimentali r rassicuranti, o un’acquiescenza alla violenza che non sappiamo sia violenza.