Archivi del mese: gennaio 2019

e guardai nella valle: era sparito

dscn0009 (3)Mi accadeva, quando scrivevo solo nei miei blog, di buttar giù anche eccessi, sia positivi sia negativi, ma anche cose che, rilette oggi, sono contenta d’aver scritto e di ritrovare.
Poi è iniziata la mia esperienza social, su fB; la mia intenzione era di coltivare dialogo e relazione amichevole con persone, di confrontarmi esprimendo pensieri e opinioni in forma di parole o immagini.
Ero partita dalla felice, credo, illusione che la rete offrisse un’apertura prima non immaginabile ad un arricchimento reciproco, a uno scambio spesso vivace, qualche volta affettuoso e, più raramente, polemico.
Ma la rete si è rivelata tale di nome e di fatto: al suo centro vi è una sorta di viscosa bava di ragno che finisce per avvolgere mettendoci tutti in conserva, nostro malgrado s’intende.
Si finisce per amplificare quello che i media dicono, e quello si rivela un orizzonte dal raggio sempre più corto. Invano pensiamo che le nostre parole o immagini aggiungano: in realtà ricamano e tessono la tela di Penelope, ma di una Penelope-Aracne  condannata a tessere la stessa tela senza veder sopraggiungere o tornare nessun Ulisse.
Invece il mio mito, per quanto discutibile, era ed è proprio quello di Ulisse omerico o dantesco poco importa.pc
E dunque eccomi qui ad una provvisoria conclusione, la definisco provvisoria perché nulla possiamo considerare umanamente eterno.
Ritorno a Tara, ossia ritorno ai miei blog. Della rete resterà la parte, fino ad ora, più libera.
Guardo nella valle, e non vedo più i social, riesco a farli sparire.
Pochi lettori? Tanti lettori? Mah questo è, tutto sommato meno importante che essere liberi.

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quale allor m’apparìa

gabbiano La giovinezza appare tanto più bella quanto più si allontana.
La differenza tra passato e presente ha tuttavia, insieme a tante sfumature opinabili, anche alcune certezze: non l’aumentare del numero degli anni, non il vigore o la spensieratezza che s’avviano, lentamente, al loro crepuscolo, ma l’evidenza che la giovinezza s’avvale della convinzione di poter tutto afferrare, prendere, possedere e con diritto. Mentre il presente dell’età adulta è il timore del dovere o della necessità del dare, del concedere, del ripiegare facendosi da parte.
In questo senso possiamo dire che mentre la giovinezza assalta il suo tempo rapinosamente e sovente lo vince, l’età adulta e la vecchiaia lo temono e cercano di ingraziarselo, e non sempre con successo, e non è un bene se ci riescono anteponendo il personale successo e la propria gratificazione al diritto del più giovane.

Nostalgie canaglie : chi se li sognava i collant?

vicino al caminetto con nonni

la mia mamma faceva solo foto “mosse!”

Quel bel passato che qualcuno ancora rimpiange ha, in fondo, la qualità analoga a quella di tutte le cose lontane: contorni sfumati, ombre che nascondono, alone nostalgico e dolcemente malinconico. Insomma effetto nebbia.

Il problema è che la nebbia (nascondi le cose lontane, tu nebbia impalpabile e scialba, scriveva il poeta) incanta, ma inganna.
E dovremmo proprio noi, nati in tempi più lontani, non solo essere custodi del passato, ma anche essere in gradi di proporne ricordi e testimonianze realistiche e non inzuccherate.
Invece confondiamo la dolcezza del tempo in cui eravamo sani e snelli e beltà splendeva meglio occhi nostri, con la verità della quotidiana esistenza così come era allora.
Certo, a livello personale nessuno ci deve contestare il preferire il passato (e vorrei vedere) al presente del nostro sconforto, degli acciacchi, dell’ora fuggita; ma se vogliamo, come dobbiamo, custodire il passato non possiamo farne un affascinante maquillage del bel tempo onesto e ricco di affetti.
Sto pensando a una canzone che diceva:

Il fuoco di un camino
Non è caldo come il sole del mattino

Appunto, il camino è bello e fa calore e fa casa, profumo di sentimenti.
Ma oggi non deve diventare oleografia, è invece necessario sostenere i più giovani purché impegnino ad andare avanti senza lasciarsi imbambolare o trasportare da vecchi stereotipi addomesticanti.
Invece arriva l’intervista al novantenne Angela Piero, divulgatore e pseudoscienziato, a dirci che la sua vallata era tanto bella, ma noi sappiamo che non lo è mai stata così tanto.
E troppi sono i giovani ad esserne anestetizzati, certo non solo dalle  sue parole, ma intanto quelle fanno il lavoro del veleno di Amleto. E troppe sono oggi le sirene del cercare il nulla, tanto a che serve impegnarsi per un reale cambiamento o chiedere che ci sia restituito ciò che era stato conquistato.
Se riflettiamo sul passato cercandone testimonianze nella concretezza di quella vita quotidiana e se ci riferiamo per un attimo, visto che l’ho come richiamata, con il camino, anche solo alle attività della vita domestica degli anni di qualche decennio fa immagino che molti giovani nemmeno possano immaginare che:
– per per preparare la colazione (fare il caffè e scaldare il latte) e poi cucinare le donne accendevano il fuoco, nella cucina economica a legna, alla mattina presto
– non esistevano i frigoriferi e quindi c’erano una serie di lavori da fare per conservare il cibo
– il bucato si faceva a mano, e si mettevano a mollo i panni la sera prima nelle vasche apposite, dove l’acqua andava messa a secchiate, poi si stirava scaldando il pesantissimo ferro sulle piastre (o in altro modo)
– io ricordo mio nonno che schiacciava, rotolando una bottiglia sul tavolo, il sale grosso per farlo diventare fino
– si lucidavano i pavimenti, prima spazzati e lavati, con la cera che si passava a mano, non c’erano ancora le mattonelle di gres porcellanato
– i polli, giusto per fare un esempio, andavano uccisi, spennati, puliti ed sviscerati: sì certo erano ruspanti, ma …
– si andava a scuola a piedi, anche per chilometri, uscendo al mattino ch’era ancora buio e con in tasca il pane del giorno prima, mica il Kinder. Certo, il cibo sano eh! Basta non pensare che nel dopoguerra l’aria era impestata dalle infinite bombe sganciate nei cieli europei e da quelle due caramelle fatte piovere su Hiroshima e Nagasaki. Sano, come no?
Per la politica nessun problema: la signora DC aveva quasi il 50%.
E per divertimento, d’inverno, si leggeva un bel libro ricevuto in regalo a Natale, e questa  sì è un’abitudine da riproporre.serena_terza_elementare
Chi nasceva, tuttavia, in una famiglia meno fortunata non aveva il camino sempre acceso, né sempre un libro in regalo, né tanto altro.
Ma insomma basta; se torno coi pensieri al passato già sento il freddo dell’inverno che mi punge attraverso un bel cappottino cucito a mano dalla mia mamma, ma che, indossato sopra la gonna a pieghe e i calzettoni scozzesi lasciava scoperte le gambe dalle ginocchia in su, e lasciava passare la tramontana che mi sventolava fino allo stomaco. Già: chi se li sognava i collant?

io non mi vergogno

Confermo, anche in considerazione di rinnovato stracciarsi di vesti per recenti comportamenti e scelte politiche da cui mi dissocio, che non mi unisco quando mi imbatto in frasi come “mi vergogno di essere italiano”; e questo per due ragioni: la prima è che richiamare da un lato alle personali responsabilità e dall’altro alla propria diversità è molto più utile che stigmatizzare posizioni genericamente definite come italiane; la seconda è che, caso mai, chi davvero si deve vergognare non deve avere l’alibi di appartenere a una sorta di nazionalità che invece non dovremmo richiamare se non per le radici, ma mai per questo presente. Se costruiamo una cultura comune dovremmo smettere di classificarci per nazioni se non in senso storico (e poi, anche in questo caso davvero Italia che significa? Storia di Comuni rissosi o di “dominazioni”? Regno? Federazione?
Potrei dire una terza ragione: nel nome della “santa vittrice bandiera”, sotto la quale abbiamo celebrato l’aver fatto morire di nazionalismo e cosiddetto patriottismo tante vite giovani, stiamo alzando muri (di mari, di porti chiusi, di regole avulse dalla realtà) che posson competere con quello di Tramp.
Bah, davvero io non mi vergogno per conto altrui. I nazionalisti possono fare a meno di me.

Notecellulari

io, testimoneConsiderato quello che quotidianamente accade nel nostro paese, e  penso non abbiamo bisogno di elencare esempi recenti, ci sarebbero molte buone ragioni per invocare che scenda un manto di vergogna sui responsabili. Sì su di loro.
Ma proprio per questo io non mi vergogno e non condivido la vergogna. Me ne chiamo fuori dopo una vita che è ed è sempre stata di personali battaglie, spesso perse perché non condivise è vero, ma che consentono di non lasciarmi ammucchiare nella massa pecorile che giudiziosamente e accortamente sceglie ed ha sempre scelto il cosiddetto  male minore, che ha fatto e fa spallucce, che ha sempre detto e dice che non si può far altro.
Non è così: ogni nostra azione quotidiana può essere azione di semina per il futuro e per cambiare la realtà.
Chiunque semina sa che ci vuole tempo. Specie se si è in pochi.
Questo non…

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