Della poesia, ovvero “cosa non detta in prosa mai, né in rima”.

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Nel titolo di questo post cito, come si vede, uno dei versi più famosi dell’Ariosto che s’accinge a narrare la follia d’Orlando. Ariosto quasi si giustifica: narrerà sì dell’Orlando paladino, peraltro celebrato fin dal medioevo nella Chanson de geste ad esempio, ma ne dirà qualcosa di inedito, non detto precedentemente né in versi né in prosa. Di tale prudenza è, per dir così, il proemio di uno dei nostri maggiori, di una delle nostre corone letterarie, che sente la necessità non soltanto di creare un’attesa nell’eventuale lettore (e quanti milioni ne avrà avuti invece!) ma anche di chiarire che sa di inserirsi sulla scia di una tradizione: scrive perché dirà qualcosa di nuovo, di inedito. Altrimenti, potremmo interpretare, non avrebbe scritto affatto e tanto meno un così vasto poema.
Perché allora immagino che potrebbe essere utile, o forse necessario, scomodare un così emblematico genio e aggiungerne una nota citazione? Solo per eventuali curiosi non addetti alla letteratura, prendo spunto dal Foscolo il quale in Notizia intorno a Didimo Chierico scrive «Aveva non so quali controversie con l’Ariosto, ma le ventilava da sé, e un giorno, mostrandomi dal molo di Dunkerque le lunghe onde con le quali l’Oceano rompea sulla spiaggia, esclamò: Così vien poetando l’Ariosto».
L’Ariosto e la sua ispirazione rappresentati come onde inarrestabili dell’Oceano. Un autore tale non può, infatti, fare a meno di scrivere, non può trattenere dentro di sé la poesia e, d’altro canto, i suoi versi gli corrispondono: estesi, larghi, naturali, armonici ed inediti, materia umana in tutte le sue gamme e immagine fantastica senza limiti.
Ma allora, e mi ripeto, perché la mia presunzione di scomodarlo in un modesto post di un piccolo blog come questo?
Solo per un paio di altrettante modeste, e prosaiche, ragioni che tento di descrivere in modo schematico:
A) Oggi non si scrive più in rima: tuttavia la poesia ha bisogno, ad esempio, di ritmo e di suoni, di musica e di assonanze, di rallentamenti e riprese; non basta aver cose da dire, non basta aver voglia di comunicare, la poesia ha bisogno di arte, artigianato e, a volte, di un minimo di mestiere.
B) Non basta, inoltre, sentirsi “ispirati”. Tutti, nelle diverse vicende della vita,  ci sentiamo emozionati, commossi, rallegrati o rattristati da qualcosa, ma non per questo possiamo presumerci poeti se ne scriviamo con frasi rotte andando a capo.
C) É vero, non è necessario scrivere in rima: ma l’esercizio della rima, ed anche della metrica tradizionale, credo dovrebbe essere umilmente praticato prima di buttarsi a scrivere in versi liberi (che liberi sono solo in apparenza!)
Anzi direi proprio che esercitarsi a rimare e scrivere secondo schemi metrici (sonetti, ottave e così via) dovrebbe essere come il foglio rosa prescritto a chi impara a guidare.

Non siamo, infatti, tutti Oceano, e troppo raramente nasce un Ariosto che a lungo a sua volta ha studiato, riflettuto, corretto ed emendato.
Quanti lo fanno? Quanti invece surfano tra sinonimi e dizionari, tra rimari e echi spericolati di un animo commosso o dal corazòn espinado?
La mia è una posizione, probabilmente, poco amabile; ma lungi da me lo scoraggiare la scrittura libera; il mio impegno modesto consiste nell’invito a leggere i grandi, a riflettere e studiare, a usare con prudenza da contagocce il definirsi poeta o poetessa.

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Una risposta a “Della poesia, ovvero “cosa non detta in prosa mai, né in rima”.

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