Archivi del giorno: 19 gennaio 2015

Dalla propaganda allo sterminio: nel nome della razza

(brani tratti da Elsa Morante)
Forse, il fascista Mussolini non si rendeva conto di avere, all’atto dell’impresa di Etiopia protetta da Hitler il nazista (e seguita poi subito dall’altra comune impresa di Spagna), aggiogato oramai per sempre il proprio carro carnevalesco al carro mortuario dell’altro.   Uno dei primi effetti della sua servitù fu che di lì a poco, alla targa nazionale, e di suo conio, della romanità , dovette sostituire quella estranea, e di conio altrui, della razza.   E fu così che sui primi mesi del 1938, anche in Italia, attraverso i giornali, nei circoli locali e alla radio, ebbe inizio una campagna preparatoria contro gli Ebrei. (…)
Ma quando , verso la primavera del 1938, l’Italia intonò a sua volta, il coro ufficiale della propaganda antisemita, essa [Nora, personaggio di cui si parla] vide la mole fragorosa del destino avanzare verso la sua porta, ingrossandosi di giorno in giorno. I notiziari radiofonici, con le loro voci roboanti e minatorie, già sembravano invadere fisicamente le sue stanzette, spargendovi il panico; ma tanto più lei si sentiva costretta, per non trovarsi impreparata, a seguire quei notiziari. E passava le giornate e le sere all’erta, dietro l’orario dei radiogiornali, come una piccola volpe sanguinante che si tiene rintanata e attenta fra l’abbaiare di una muta.”

(Elsa Morante, La Storia, Romanzo, pag 45 e 46, Einaudi editore, Torino 1974)

… e serbi un sasso il nome

e serbi un sasso il nome,
e di fiori adorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.
(U. Foscolo, dei Sepolcri)

Avevo un pensiero che mi seguiva in questi giorni, cercavo di allontanarlo, ma mi ci ha fatto tornare il post Anna Lombroso: Selfie da Damasco .
Mentre lungamente enfatizzano  cronache nere e faide e delitti italiani, i media citano e velocemente archiviano i massacri di popolazioni di interi villaggi e città del nostro pianeta che, non abbastanza vessati dalla povertà e dalle tirannie, dalle miserie e dalle malattie muoiono tra mille violenze. Nessuna traccia ne rimane: polverizzati, bruciati, massacrati da guerre o persecuzioni diverse spariscono senza lasciare né una memoria né un nome.
E quelli che rimangono sono probabilmente troppo annientati dalla violenza subita per reagire e reclamarli.
Questa riflessione s’è innestata su un mio pensiero di questi giorni.
I tre terroristi che hanno colpito Charlie Hebdo sono stati sepolti in forma anonima, per evitare che la loro tomba diventi meta di pellegrinaggi di jihadisti.
Non ho competenze adeguate per valutare queste scelte, non sono un ministro degli esteri o degli interni; a buon senso direi che quel paventato pellegrinaggio avrebbe potuto contribuire a segnalare (forse, chissà) eventuali altre potenziali persone pericolose.

I morti non sono tutti uguali, ma nemmeno i vivi.
Il rispetto per chi non può più accendere i suoi occhi sulla fuggente luce è roba vecchia.
Certamente è vero che un nome su un sasso che lo ricordi non cambia niente, niente per chi ha altro per la testa.
E tuttavia la nostra civiltà è così diversa rispetto al passato che mi trasmette, lei sì, non i morti, una certa paura.