MERITOCRAZIA O DEMANSIONAMENTO (in direzione povertà)?

Mi rendo conto che i miei sono nient’altro che dubbi di una pulce pensante. Lo so: fermarsi a pensare non è una pratica popolare incoraggiata, ed è facile passare per pulci fastidiose, di quelle che saltellano, punzecchiando, sui discorsi accreditati di un’aura di credibilità sussiegosa. Chi infatti potrebbe negare che chi lavora bene meriti più di chi lavora poco o male o affatto?
E chi potrebbe sottrarsi, in epoca di crisi, in caso di assoluto bisogno, di bollette da pagare, di figli o famigliari a cui provvedere, al subire un demansionamento?
A margine potremmo rilevare che, in effetti, a chi è in pensione è già stato demansionato (in senso figurato) l’importo della pensione; e ai lavoratori con il contratto scaduto è stato demansionato lo stipendio bloccato da mesi, spesso anni.
Anche per queste ragioni,  allora, rispettosamente noi pulci pensanti chiediamo lumi su una questione sempre più pressante: distinti soloni dell’economia politica e governanti sagaci sciogliete questo modesto nodo: state progettando un futuro di sviluppo in cui chi si impegna nello studio e nel lavoro possa sperare di veder premiato il merito oppure state anestetizzando le nostre ambizioni e speranze per abituarci ad accettare demansionamenti quando non disoccupazione ed esclusioni?
E’ una semplice curiosità, ma ci preme assai sciogliere il dubbio.
Senza nulla a pretendere.

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