Archivi del giorno: 6 marzo 2014

Quelli belli come noi (e la grande bellezza)

Una lenta lumaca succhia un dolce fico

Una lenta lumaca  che succhia un dolce fico

Bene, sul canale principale della munifica e liberale mediaset sto vedendo la grande bellezza del film premiato con l’Oscar: devo dire che il passaggio dalla visione del film a quella della pubblicità  televisiva è impercettibile sia nelle immagini, sia negli slogan, sia nel linguaggio. Faccio fatica a distinguere tra i due flussi. Auto sfilano nella notte, una donna si sveste lentamente, un uomo si riveste in fretta, un gruppo di gente bivacca languidamente annoiata ma feroce, insegne luminose di banche si illuminano e, fedelmente simili o gemelle a quelle del film, musiche scortano anche le immagini degli spot. Più aggiornata e fedele alla correttezza, casomai, è la pubblicità dove non s’accedono le sigarette eternamente aspirate e fumate lungamente a cui il film non rinuncia seccandomi. Sto quasi per alzarmi per aprire la finestra: quel fumo sembra invadere perfino casa mia. Un motivo ci sarà, immagino.
Come nella pubblicità anche nella pellicola ogni tanto piove, ogni tanto piangono (addirittura una donna urla come quella a cui il marito non vorrebbe pagare il canone Rai), ogni tanto ci sono corpi o tristi pezzi di corpo che, vedi caso, si dimenano. Una tale, rifatta ovviamente, mentre va in cerca di seduzioni esibisce perfino un portatile apple, con la mela luminosa bene in vista. Ogni tanto qualcuno dice frasi che vorrebbero essere memorabili ma che riconosciamo come dette,  pensate e dedotte nella quotidianità che a volte immalinconisce e a volte interroga lo scorrere dei giorni.

Che noia, penso, che triste rappresentazione provinciale di un mondo altro di cui ci si potrebbe imbarazzare se ci lasciassimo coinvolgere o contaminare. Uno zoo di privilegi da tenere nelle gabbie e di cui non riesco a provare né invidia, né rabbia, né interesse.

Penso alle lodi sperticate che governanti, presidenti e affini non hanno lesinato alla notizia del premio. Penso agli incensi elargiti da Franceschini, da Renzi e più su, che hanno apparentato il talento e la creatività italiana al carro del vincitore e che se ne inorgogliscono. Che infelice errore, penso contrariata: l’Italia non è quella, non è quella che si incorona, l’Italia è quella di comuni mortali che arrancano verso un tentativo di vivibilità, che tenta di difendersi dall’esclusione, dall’emarginazione della povertà, dalla privazione del diritto al lavoro.
Ma che grande sciocchezza è la mia? Il lavoro? Nessuno lavora davvero in quel film. E non suona come una denuncia; roba vecchia un film di denuncia e certo non da oscar. E no, non è vero che rappresenta il comune vuoto interiore, come qualcuno con tanta generosa sensibilità, che apprezzo, ha detto.

Quelli come noi che ci leggiamo e ci parliamo qui ogni giorno e che viviamo in una realtà fatta di lavoro e pensiero, affetti e problemi da affrontare, impulsi e curiosità , indignazioni e rabbie, commozione ed ironia non sono privi di bellezza, anzi. È per questo che con voce piccola ma ferma dico che, pure senza coca o limousine, terrazze o piscine in casa, noi non ci possiamo lasciar trascinare nella grande tristezza, ignavia, stanchezza, monnezza autoreferenziale. Noi?No.