Archivi del mese: febbraio 2013

Italia ieri e oggi, pensieri alla rinfusa

mamma 1953

Sono cresciuta con l’Italia che usciva dalla distruzione della seconda guerra mondiale e l’ho amata, senza nazionalismo, per tanti motivi, ma anche perché mi sembrava bella.
Il paese era molto giovane, le città costruivano quartieri nuovi, il paesaggio si innervava di nuove strade a autostrade e viaggiare si faceva entusiasmante; la gente aveva fiducia nel futuro e si impegnava con l’orgoglio di chi si sente utile parte di una società. Il lavoro era faticoso e molte delle successive conquiste sindacali non esistevano ancora. I muratori salivano sulle impalcature senza protezioni e con in testa un cappello fatto di carta di giornale che non riparava che da un po’ di polvere, ma cominciavano ad essere consapevoli di essere soggetti civili e non solo oggetti o strumenti di lavoro. Il medico condotto veniva a visitare a casa bambini, adulti e vecchi; e ritornava a vistarli finché non fossero guariti. Le paghe e gli stipendi, anche quelle dei professionisti, erano contenuti quando non modesti però non eravamo ancora invasi da un consumismo compulsivo ed irrazionale che ci sta portando all’autodistruzione. Sprecare era un peccato perciò si metteva da parte anche la carta del pane per friggere e quella dei giornali per pulire i vetri; si rivoltavano i cappotti e si adattavano i vestiti, le cabine armadio o gli armadi a muro con sei-otto doppi sportelli non esistevano nemmeno. Poi tutto è cambiato e si sono fatte scelte diverse; nel nome del risparmio si è tagliato e demolito il welfare, nel nome della competizione internazionale si sono licenziati i nostri operai per delocalizzare e sfruttarne altri, nel nome dell’imbecillità bieca si son fatti scappare all’estero ingegneri, matematici, biologi e scienziati oppure gli si offre un impiego da call center. Non sono nostalgica, sono delusa e inasprita per la trappolona dentro cui è caduto il nostro paese e non solo il nostro.

Sono nata e cresciuta con una Italia che si rinnovava e adesso invecchio con lei e forse per questo la mia visione è parziale, soggettiva, imperfetta. Vedo infatti l’Italia parecchio acciaccata e ridotta a far la fantesca in Europa e nel mondo. Da paese di imprese e ricerca, di progetti e cultura l’Italia diventa un l’hotel a ore scalcinato e invaso da pullman di turistame inquinante. L’Italia oggi ha, tuttavia, la consolazione di avere vari primati in fatto di corruzione, di ex danzatrici o igieniste nelle istituzioni, di deputati indagati e così via.
Da paese di salde tradizioni popolari, famigliari e culturali siamo diventati fruitori imbambolati di format televisivi, di gastronomia internazionale e creativa, di agenzie di rating e pattume mediatico o non.
Eh no, non mi sorprendo più, ma quanta amarezza.

Oggi riconosco volentieri che esser nata nel dopoguerra, anche se ormai è lontanuccio e gli anni maturano, ed essere stata bambina durante la ricostruzione è stata una bella e grande ventura.

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Dal pero cadono candidati: come se piovesse

IL PERO

Il pero è un albero di dimensioni contenute, non è, per capirci, una sequoia o un baobab: tuttavia riesce evidentemente ad essere assai capiente. Infatti in queste settimane vediamo cadere dal pero tanta gente che non pensavo mai potessero essere tutta ospitata sui rami del gentile portatore di dolci frutti.
Chi cade dal pero? Semplice. I candidati di ogni ordine e grado di partiti, formazioni, liste civiche e non che vanno in televisione o altrove a stracciarsi le vesti per dichiarare che:
 

– c’è troppa corruzione

– la politica ci costa troppo

– siamo circondati da ladri

– il welfare è stato annientato

– il lavoro è un miraggio

– i processi sono troppo lunghi

e tanti altri luoghi dolorosi potremmo aggiungere, la lista rimane aperta, ma chiudiamo in bellezza!

– i trasporti pubblici non funzionano e i treni pendolari fanno schifo.

E alè!

personalmente aggiungerei che:

– i medici non si fanno trovare, non ti visitano, non vengono a casa nemmeno se hai la febbre a 41, ma se li trovi ti sgridano invece di curarti.

 

 

Regione Lazio: Ruotolo se ne va da Saxa Rubra

Non è stato un “gran rifiuto fatto per viltà”, ma un segnale per distinguersi dalla palude quello di Sandro Ruotolo, candidato  governatore alla Regione Lazio, che ha abbandonato gli studi di Saxa Rubra dove si svolgeva il dibattito con gli altri competitor tra i quali la destra, anche estrema, era ampiamente e bellicosamente rappresentata.
In queste settimane il comune cittadino elettore come me che abbia osservato la contesa elettorale con l’animo assillato dalle ben note e concrete preoccupazioni per un presente inchiodato dalla crisi, ha avuto più di un momento di rabbia sconfortata e di fastidio. Infatti tra cupo sussiego e menzogne sfrontate, tra cambi di casacca in corsa e frotte di animali domestici da grembo, tra chiromanti o contesse allo sbaraglio con goffi acrobati, il circo del trasformismo  ha messo in scena il suo modesto spettacolo fasullo: in compenso ce ne ha dato tanto.
In uno scenario opaco, ma non privo di aggressività, il gesto di Ruotolo in difesa dei principi della Costituzione ha una dignità che non può esser negata.
Nulla infatti, in questi ultimi tempi, è stato fatto mancare alla nostra Costituzione: dallo show patetico o farsesco alle citazioni auliche ma vuote, dalle commemorazioni con lacrimuccia alle reinterpretazioni disinvolte, dalle proposte di modifica alle modifiche di fatto (cfr art 1 e art 18 ad esempio). Insomma ci hanno servito un polpettone rifritto, con tanto di pangrattato ad indorar l’apparenza.
Invece il valore fondante e fondamentale della carta costituzionale è l’antifascismo e il candidato Ruotolo lo ha laconicamente richiamato con una citazione, poi se ne è andato lasciando il segno di una sensibilità espressa in forma pacata e amara. Rinunciare a uno spazio elettorale televisivo senza affannarsi a salire su un palco in piazza non è poi così semplice. Averlo fatto crea un precedente interessante, che potrebbe essere imitato, che può certamente essere discusso, ma che restituisce senso a un principio irrinunciabile. Ho apprezzato la forma non violenta di una protesta verso la riorganizzazione di qualcosa che, come si può leggere a nella XIIa delle “Disposizioni transitorie e finali” della nostra costituzione non poteva e non doveva essere ricostituito e che pertanto posso benissimo non nominare come non nomino il più recente tra i movimenti ricostruttori.
Siamo agli sgoccioli anche della sopportazione: si accetta volentieri, al posto di fraseggi, promesse, lettere e sillogismi un segno che si esprime nel solco della nostra storia e che rimane anche a prescindere dal voto e dalle preferenze personali.

Impegnarsi e seminare, non solo per sé

seminare, per vedere germogliare il grano

C’è in giro un’atmosfera pesante; la faccia spettrale di quello che dice che non si può negare agli elettori il diritto di assistere a un confronto diretto, a tre, in tv la dice lunga. Marginalmente non si è in pochi a notare che il confronto a tre è coerente con la suggestiva e sanguinolenta proposta di tagliare le ali ma non con la par condicio né con un principio di uniformità minima nei confronti degli altri partiti e formazioni in lizza visto che la competizione elettorale vede numerosi partecipanti alcuni dei quali ben piazzati nelle previsioni di voto.
Ma tutto questo ormai sta per finire.
Continueranno invece, oltre la data del voto, la depressione culturale, la crisi del sapere, lo spegnimento degli intelletti così evidenti anche nel nostro paese.
Delle cause s’è tanto detto. Delle responsabilità generiche e piazzate in alto loco anche. Ma non si parla, temo, abbastanza delle responsabilità personali di ciascuno.
Se i minori e i deboli devono essere protetti, se i non forniti di strumenti hanno giustificazioni e situazioni che li esentano, ci sono però molti, che a buon titolo non sopporterebbero l’etichetta di ignoranti o disinformati e che si aggirano tra vita reale e virtuale esibendo opinioni scritte e parlate, leggono, si esprimono, scrivono.
Però leggono roba da asporto (un po’ come si compra una pizza a portar via), esprimono opinioni prêt-à-porter, e scrivono per fatti loro scambiando per poesia e letteratura sussulti cardiaci o ombelicali buoni solo per una visita intra moenia quando non per un ballo del qua qua che dica “ci sono, ma so fare solo qua qua qua, io sono qua.”
E non è una novità.
Insomma non siamo mica qui, come recita il noto refrain, a scoprire la necessità di una scrittura e una letteratura d’impegno. La conosciamo. Mi permetto di ricordare che ne ho parlato. Tuttavia forse è il caso di rilanciarne l’urgenza, di dire che parlare di sé va bene quando riusciamo a funzionare come un proiettore di foto di gruppo o come una cassa di risonanza di un coro polifonico e non come un arnese autoreferenziale. Non sarebbe male dunque ricordare che, se per noi è essenziale dare sfogo alle dispepsie personali, forse disponiamo anche di mezzi utili ad altro e possiamo quindi dar voce a chi non ha voce, possiamo convogliare un pensiero utile verso chi non riesce ad esprimerlo e rappresentare un malessere non sempre razionalmente consapevole. Possiamo contribuire a avviare soluzioni.
Il 16 febbraio il simplicissimus, parlava anche a proposito del prossimo voto, di semina.
Un tempo particolarmente caro, quello della semina, a chi ama il futuro ed ha fiducia nella buona sostanza di cui, in fondo in fondo, potremmo essere fatti: se riusciamo ad esprimerci seminando anche per il nostro prossimo vale la pena di farlo, anzi oggi sarebbe un dovere a cui siamo chiamati. Seminare, anche per dimenticare le facce tristi. La stagione è quella giusta.