Archivi del mese: ottobre 2012

L’antipolitica, la “maledizione” popolare e Monti

Ferrer, come Monti? prova a fronteggiare la rivolta per il pane
nel capitolo XIII dei Promessi Sposi

“Il Governo ha dovuto fare cose molto sgradevoli, ma la percezione di quel che fa questo maledetto governo, anche se non è rosea, ha un livello di gradimento molto più elevato rispetto a quello dei vari partiti”, (Monti premier).
Potremmo obbiettare, e con ragione, che la percezione non è un dato oggettivo, che le cose fatte non sono sgradevoli ma inique (il che è parecchio diverso) che gli piacerebbe che il suo governo avesse il fascino perverso di chi vien definito maledetto, ma in realtà trattasi di governo classista e orientato all’ingiustizia nonché pomposamente atteggiato a una immeritata rispettabilità; e potremmo aggiungere tanto altro.
Preoccupa, tuttavia, assai di più il continuo attacco alla politica, e ai partiti superstiti che se da un lato sono ben modesti rappresentanti di un pensiero politico che non c’è più dall’altro lato sono, attualmente, e in attesa di rimpannucciamenti ormai indispensabili tutto quello che abbiamo. Infatti se è vero che in molti non ne possiamo più di questa classe politica e che la vogliamo mandare a casa a calci, almeno virtuali, nel sedere è altrettanto vero che il paese ha gravemente bisogno di politica e di ritrovare una rappresentanza adeguata alla vita sociale, alle esigenze dello sviluppo e cultura, al futuro e a tutto ciò che da serio progetto è diventato, attualmente utopia quando non (ahimè) pio desiderio.

Ma premierMonti rema contro, Ox! ox! guardaos: non si facciano male, signori. Pedro adelante con juicio (ma consiglierei di leggere tutto il profetico capitolo manzoniano qui citato) e tra sorrisetti e ammiccamenti procede, ineluttabile come la notte in inverno.  Ogni suo nuovo intervento rosicchia credibilità alla politica, ed ogni ulteriore scandalo degli attuali politici sparsi nei numerosi parlamenti e parlamentini che incombono su di noi peggiora le cose dandogli risposte sventurate (come Gertrude, alias monaca di Monza).

È allarme democrazia? Difficile rassicurarsi.

Premier Monti tra applausi, fischi e miseria

mettiamoci la faccia

Erano già tanti i motivi di dissenso da questo governo e da questo premierMonti come si ostinano a chiamarlo i tggì pronunciandone titolo&nome attaccati. Erano già tanti e riguardavano la posizione politica, la orchestrata frantumazione delle differenze ideologiche e l’alzar barriere sulla diversità sociale (i poveri in piccionaia e i ricchi alla destra del padre), ma riguardavano anche il modo in cui è stato nominato (ché nemmeno Carlo Magno sfornava titoli e feudi in questo modo, e chiedeva ai suoi che si distinguessero in imprese di valore almeno a Roncisvalle…) e tanto altro. Non c’era dunque bisogno che venisse a civettare col pubblico scelto e plaudente del Festival della Famiglia (e dei rimbambiti presumo) tenutosi a Riva del Garda pontificando di essere riuscito a far “lavorare insieme i nemici”, a “essere uditi senza gridare e compresi dai cittadini, forse forse anche apprezzati, senza tentare di sedurli”. No, non c’era bisogno che aggiungesse il paternalismo insopportabile con cui ha calcato la mano affermando che lui e questo governo hanno trattato “gli italiani da adulti”. Pesantissimo il disagio che ha provocato questa odiosa affermazioni. Questa mattina, davanti a casa mia, un padre con due bambini rovistava nel cassonetto della spazzatura. Insopportabile signor premierMonti, no, non si trattava di cittadini Rom (e quando pure…) si trattava di persone povere e basta: i bambini si provavano delle scarpette trovate nel ciarpame dei rifiuti e il padre raccoglieva avanzi di cibo. Tutto vero, tutto visto coi miei occhi stanchi, come tutta me stessa, di questa patina sussiegosa, mormorante, ipocritamente educata e bon ton che spalma caviale e miseria su questo nostro paese: dipende da dove siamo seduti, in piccionaia o alla destra del premierMonti.

Buona domenica

Insegnanti: la protesta sull’orario sia seria

18 ORE vs art 18?

La protesta sia seria, come questa.

La protesta contro gli effetti della legge di stabilità sull’orario dei docenti ha fondamenti troppo seri per non esser sostenuta, ma ha anche eventuali conseguenze e ricadute che colpirebbero soprattutto famiglie e studenti.
Non mancano, in rete come nei media, testimonianze e dichiarazioni motivate e del tutto condivisibili.
Ho trascorso una vita di studio e lavoro nella scuola, come studentessa prima, poi per qualche anno come ricercatrice e infine come insegnante, la conosco come le mie tasche, la amo e non vorrei né potrei non argomentare tutte le ragioni della rivolta in atto.
Non posso, tuttavia, nemmeno tacere il disagio che provo quando la mia categoria, esprime in questo modo il suo dissenso; e sono tentata di affermare che questa protesta non è seriamente espressa.
Si contesta, ad esempio, l’aumento di lavoro elencando le evidenti fatiche di una professione non facile, ma è anche vero che nessuno obbliga a svolgerla.
Si rileva che l’aumento delle ore è di fatto corrispondente ad una diminuzione dello stipendio, ed è vero. Ma ci accorgiamo solo adesso che il patto sociale è saltato o siamo i soliti cittadini di Insaputopoli?
No, non sto vestendo i panni di Elsa Fornero dalla quale mi separa un abisso di denaro e privilegi, vita di lavoro, di convinzioni etiche, politiche e culturali. Osservo le formule della protesta e leggo: “Al liceo Talete di Roma i docenti hanno annunciato una settimana di «sciopero bianco». In classe si farà solo «didattica essenziale». A Palermo due docenti si sono rifiutati di ricoprire l’incarico di coordinatori di classe. Un precario di Ferrara ha persino stampato una serie di magliette con frasi del tipo: “Pubblica (d)istruzione” (sic! vecchio quest’ultimo slogan, di almeno 20 anni…).

Va detto che ci sono insegnanti, ne cito una per tutti, Lorenza Bonino, che si esprimono in rete con articoli di forma e sostanza qualificatissime, a testimonianza che la categoria non manca di brillanti teste pensanti e critiche. Tuttavia io penso che verso un potere, come l’attuale, che dia alla cultura solo un peso marginale, tanto da affrettarsi a potarla brutalmente, ma sfiorando appena i veri sprechi, che si dovrebbe reagire diversamente. In realtà si sarebbe dovuto da molto tempo andare all’attacco, usando tutte le strade possibili dell’autonomia, e sarebbe oggi utile asciugare le lacrime e i fazzoletti e soprattutto non dimenticare che quando si chiede la solidarietà si deve anche proporre la reciprocità; il mondo del lavoro per chi non insegna non è sempre migliore, altre professioni non godono condizioni più garantite, anzi. Conosco, e conosciamo, lavoratori soggetti regolarmente a mobbing, lavoratrici e lavoratori che vivono in fabbriche inquinanti dove si muore, funzionari ed impiegati sottoposti a stress e angherie da capetti o capoccioni ignoranti ma prepotenti e potenti, giovani donne costrette a firmare dimissioni in bianco e tanti altri casi che ci riportano secoli indietro: per tacere dell’abolizione dell’Articolo 18, simbolo della privazione unilaterale di tutte le garanzie del lavoro nonché dell’abolizione progressiva dello stato sociale.
Ma mentre il mondo del lavoro peggiora di giorno in giorno i docenti  di ruolo, ad esempio, hanno ben poco sostenuto e difeso quella dei precari; quando, infatti, hanno scioperato massicciamente al loro fianco?
Guardando, inoltre, fuori dal  proprio orticello vediamo pochissime o rare iniziative per fronteggiare il pesante pedaggio delle famiglie costrette ad acquistare libri di testo in costante aumento  e pesanti in tutti i sensi sia per il bilancio di casa, sia per le spalle dei ragazzini, sia per la qualità.
E ancora: decine di migliaia di concittadini esodati, negozianti che chiudono,cassintegrati, in mobilità, licenziati, precarizzati a vita, artigiani senza più lavoro: perché non affiancarli?
Si continua a far lezione ai figli di queste persone, ma sappiamo che non possono più permettersi le spese per vacanze, le visite di studio, le attività extra.
Vero: la scuola non può farsi carico di tutto questo, ma può mandare più significativi forti messaggi di solidarietà, partecipare alle manifestazioni seriamente, la scuola deve evitare di imbozzolarsi nel proprio particulare per affacciarsi al presente solo quando si toccano le 18 ore.
No, la scuola non può risolvere i problemi che i politici mettono sulle nostre spalle e i sindacalisti alla Bonanni e soci shiftano in leggerezza; però può  seriamente chiedere la solidarietà sociale e far pagare, ancora una volta e in altro modo,  ragazzi e famiglie penalizzandoli con scioperi bianchi ed altre consimili misure che possono apparire corporative?
Si può  davvero vestire legittimamente l’abito delle vittime sacrificali lamentando le penalizzazioni che ci toccano e poi, magari, sospendere i ragazzi quando scioperano, tentano di occupare le scuole o manifestano, in altro modo, il loro profondo disagio di giovani senza futuro?
Tutto il paese, e non solo il nostro, è in recessione: solo l’unione può farci trovare risorse e motivazioni, strumenti e strategie politiche, economiche, sociali per uscirne. Se, al contrario, si affrontano i problemi particolari quando e perché ci toccano personalmente, ma quando toccano agli “altri” siamo distratti allora saremmo simili all’archetipo del contadino che ti spara una rosa di piombini nel sedere perché teme che gli rubi una gallina, ma guarda passare i cortei degli operai e con le loro bandiere, fa spallucce e si china sui cavoli propri a schiacciare le rughe o a scacchiolare i germogli soprannumerari…

E se ognuno pensa solo ai cavoli propri, cari prof, beh la partita è persa. E la scuola è davvero finita. La protesta sociale è una cosa seria.

Ascoltare l’altro

*** da una forma ad un’altra, da due colori un altro colore ***

Imparare è una meravigliosa avventura, sempre. Mi piace imparare e vorrei farlo finché respiro. Penso che si impari molto con il confronto e il dialogo con l’altro. Non ci sono abbastanza pagine per imparare quello che ci trasmette un contatto, uno sguardo, un respiro, un odore. Potremmo imparare anche dai nostri bambini piccoli che, anche quando non sanno ancora parlare né esprimersi sono tuttavia, fin da subito, una trasmittente potentissima di segnali, notizie, segni e impulsi.

Privarsi dell’incredibile avventura di imparare quando l’altro sia una piccola creatura significa perdere o non ritrovare una bella parte di se stessi. Per viverla, invece, ci basta disporre all’ascolto i nostri sensi e la nostra anima.

L’ascolto attento è una disposizione della persona al contatto con l’altro. Sommergere l’altro di se stessi, delle proprie categorie, delle proprie interpretazioni significa annientare la reciproca comunicazione. Penso sia preferibile tacere che alzare la voce, nel silenzio c’è infatti un motivo profondo che sovente non si sa interpretare.

Accade di tacere e che il nostro interlocutore si soddisfi di se stesso pensando di avere prevalso; invece in quel momento l’altro è in fuga, e nella fuga rifiuta il potere debordante delle parole altrui. I pensieri, allora,  dirigono altrove e sanno stare in attesa di se stessi.

Non è vero che quando non si parla si perde, come si sente dire, il filo del discorso: semplicemente lo raccattiamo e riavvolgiamo il gomitolo. Lo stenderemo altrove e con altri disegni; la perdita è, se perdita c’è, esclusivamente per l’altro e nell’altro che ha rinunciato a cercare, a sua volta, il contatto e l’armonia uscendo da sé.