Riscuotere? No, solo per pagare. Anche i “ceti meno abbienti” – di Mariaserena Peterlin

quelli che pagano

Chiedono di pagare “anche ai ceti meno abbienti”. Ma… te c’hanno mai mandato a quer paese?

In piccolo paese del litorale Adriatico marchigiano entro all’Ufficio Postale per pagare una bolletta.
Mi metto in fila. Le persone presenti, per lo più pensionati, salutano, si scambiano auguri e poi passano il tempo parlando tra loro, raccontano cose.
Entra una piccola donna anziana, i capelli bianchi ordinati con semplicità, fermati da due mollette dietro le orecchie, un cappottino color cammello un po’ datato, il viso segnato da anni di vita reale.
Si siede accanto a me, sorride gentilmente. Mi parla.
Paghi o ‘rscoti ?
Ho un attimo di perplessità, poi metto in moto il traduttore dialettale interno e capisco. Mi sta chiedendo paghi o riscuoti?
– Pago una bolletta.
Rispondo sorridendole.
Ah, fija, ecco, tanto è uguale: o ‘rscoti o paghi, anche se ‘rscoti po’ se li ripija tutti!
– Infatti. E a volte se ne riprendono anche più di quelli che abbiamo preso.
Brava! proprio cuscì ! ‘nsé vergognano de gnente. Prima lavora lavora lavora e po’ paga paga paga.
– Appunto, signora.
– Ciao fija!
– Ciao! Buon Natale.
Ho tanta voglia di sapere quando pagheranno anche lorsignori, i signori delle tasse, quelli che considerano il paese un loro feudo e noi i loro sottomessi servi che non solo pagano, ma si devono anche sentir gravati da minacciose responsabilità di moralistiche e gravi sciagure se non pagheranno fino al midollo. E più in là. Ma principalmente ho tanta voglia di sapere se e quando i feudatari delle tasse si metteranno a lavorare davvero; quando il loro viso sarà segnato non dalle rughe d’espressione sussiegosa ma da quelle della vita reale.
Lavorare in che senso?
Nel senso che noi ben conosciamo e loro evitano come la peste: fare la spesa, lavarsi mutande e pedalini, curare i propri malati, allevare i figli, spendersi per la famiglia ed insieme alla famiglia, aver cura della casa, portare a riparare la macchina, ricordarsi che è finita la carta igienica o lo zucchero, stare nel traffico senza l’auto di servizio, pulire la verdura o i piatti, preoccuparsi se un figlio cambia violentemente d’umore e ti manda affanculo senza un perché.
E poi, come tutti noi, continuare a lavorare fuori casa come partite-iva-obbligatoria, o come dipendenti con e senza contratto e rispondere di ogni minuto passato sul lavoro, rischiare la pelle su un’impalcatura o in una officina, riparare cessi, stare in una classe con trentacinque adolescenti a spiegare la guerra dei 30 anni o una bella equazione di secondo grado, lavorare la terra, andare a far ore di pulizie eccetera eccetera e continuare comunque a sorridere quando si vorrebbe piangere e nessuno ci chiama signor ministro, ad esempio.
Insomma lavorare e non fare riunioni al ristorante, scartabellare negli studi fasciati di boiserie, farsi scarrozzare dalle berlinone, sedere nei posti di potere assistiti come neonati.
Perché ho questa insana voglia?
Per tanti motivi; ad esempio perché non solo è vero che pagano sempre gli stessi, ma sono sempre gli stessi a lavorare davvero. E abbiamo sempre lavorato. E loro? Loro no. Questo è sicuro. Perché sono i fatti che parlano e i loro fatti dimostrano infatti che non rispettano noi e la nostre diverse situazioni e non se ne vergognano neppure. Infatti non le conoscono. Neppure da lontano.
Ma dicono che devono pagare “anche i ceti meno abbienti”.
… te c’hanno mai mandato a quer paese?
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